di Matteo Bertelli – Le nuove generazioni di bibbienesi, non me ne vogliano i restanti casentinesi per la poca attenzione, ne hanno visti di cambiamenti: c’è chi è nato quando i supermercati erano solo due, come il sottoscritto, o chi quando si erano già riprodotti per mitosi, mentre coloro che dovranno nascere, probabilmente, come si ironizza in rete, lo faranno tra le casse di un Conad. Ma com’era bibbiena prima? Ironia poco simpatica a parte, gli ormai passati ragazzi hanno sicuramente ricordi di momenti felici e tristi tra i borghi che ancora oggi visitiamo, si ricorderanno sicuramente della loro infanzia passata per le strade e per le piazze, ma chi meglio di Angiolo Checcacci, meglio conosciuto come “Stecche”, può essere considerato importante per tracciare anche solo una breve testimonianza di ciò che Bibbiena fu? Ecco perché gli abbiamo chiesto sinteticamente di mostrarci quello che ha visto negli anni (89 per la precisione… e si va i per i 90) con i suoi occhi, di farci tornare indietro in un tempo che ormai in pochi possono dire di aver vissuto, gli occhi di un uomo nato quando la King Kullen non l’aveva nemmeno fondato il primo supermercato della storia (1930, n.d.r.).
Già dalla prima chiacchierata che abbiamo intrattenuto con Stecche ci siamo subito resi conto del realismo del suo punto di vista: è cattiva e perseguita abitudine di molti, quando si fa riaffiorare ricordi di un passato più o meno remoto, entrare in modalità “nostalgia” costellando i discorsi da un continuo rimando al famoso detto “si stava meglio quando si stava peggio”.
Ecco, questo atteggiamento Checcacci lo evita, rendendo possibile un reale confronto tra quello che avevano anni fa i bibbienesi e quello che abbiamo oggi.
Premetto questo perché è l’intervistato stesso ad esaltare i punti di forza attuali di Bibbiena, quelle caratteristiche o servizi che anni addietro esistevano poco o per nulla, quali il gruppo di sbandieratori, il centro italiano della fotografia d’autore, il museo archeologico, la N.A.T.A. o il Centro Creativo Casentino (servizi che spesso ignoriamo così tanto da dimenticarci della loro esistenza). A lui Bibbiena, come si è cercato di far velocemente capire, piace; è legato molto alla sua “città” natale, e, presumibilmente, molti di noi siamo legati, più o meno direttamente, a lui. Non è solo per la quantità di esperienze che può aver vissuto che siamo andati a cercare proprio Stecche per questa breve ricostruzione, ma anche e soprattutto perché lui questi anni li ha vissuti proprio a pieno, insegnando, curando associazioni sportive, vivendo la vita del paese e persino scrivendo un libro (pubblicato dalla Regione Toscana) sulla sua esperienza di deportato nel secondo conflitto mondiale.
Una vita movimentata, trascorsa nel suo paesino, accanto alla Piazza Tarlati, oggi al centro di discussioni per i motivi più disparati, allora centro del paese per chi voleva bere, essendoci lì una delle poche fontane da cui era possibile riempire le proprie riserve; oppure vicino a quell’arco di Porta de’ Fabbri e alla sua discesa, “dove, con la neve, i più stupidi si gettavano con due soli pezzi di legno sotto i piedi (a mo’ di sci)”.
Ascoltare le storie (che abbiamo pressato affinché venissero scritte in un libro che potrebbe essere veramente interessante) della gioventù di Checcacci ti fa entrare in un mondo “vecchio” con tutto te stesso, consentendoti di guardarlo con gli occhi di un moderno nativo digitale, paragonando il gioco della palla (che non è vero che è sparito in favore dei giochi elettronici, badiamo bene) al gioco coi droni o all’utilizzo smodato di apparecchi elettronici.
Ma il punto più interessante del discorso che abbiamo fatto con lui rappresenta più che il passato, il presente: rimandando i ricordi e le storie a un’altra sede, o almeno così speriamo, possiamo vedere come un semplice uomo mortale sia in grado di essere onnipresente nella vita di un paese.
Chi abita o ha abitato queste zone non può non conoscere il distinto signore di cui abbiamo parlato fin’ora: molti lo ricorderanno come primo insegnante e socio fondatore dell’associazione di tennis di Bibbiena o come amante del calcio (è infatti presidente onorario dell’U.P. Bibbienese), come conduttore o ufficiale di stato civile, onnipresente a feste e incontri, come rappresentante di questo o quello, arrivando persino a fare il poeta, scrivendo le sestine cantate al passaggio di quel carro della Befana che ha terrorizzato trasversalmente generazioni e generazioni di bambini.
Si usa dire che ogni paese ha il suo matto, ma Bibbiena, in Stecche ha trovato tutt’altro: un personaggio in grado di coprire qualsiasi ruolo gli venisse proposto in maniera professionale e, per dirla in parole povere, lasciando il segno, a dimostrazione della sua competenza e intelligenza.
Un personaggio la cui vita si è mischiata trasversalmente a quella di almeno tre generazioni di bibbienesi, nato nell’epoca dei palloni di stracci calciati nella piazzetta antistante la Propositura di Sant’Ippolito, cresciuto nei giorni del boom economico e dei negozi che fiorivano nei borghi, per vendere alla nuova classe media che stava popolando il paese, campagne limitrofe comprese, e invecchiato guardando nascere più supermercati che bambini; un uomo che ha visto tanto e che ha tantissimo da raccontare che valga la pena di ascoltare, per far sì che i suoi ricordi non spariscano nel tempo e che la memoria di uno dei personaggi più significativi della storia moderna di Bibbiena possa, come succede spesso, anche nelle banalità, ispirarci minimamente, magari anche mentre siamo a fare la spesa in uno di quei supermercati che son proliferati tanto che “non riesco proprio a capacitarmene”.

stecche in comune

(tratto da CASENTINO2000 | n. 291 | Febbraio 2018)