di Monica Prati -Don Fabrizio Vantini, originario di Chitignano, parroco di Soci dal 2010, dallo scorso 7 agosto, festività di san Donato, è il nuovo vicario generale della Diocesi di Arezzo- Cortona-Sansepolcro. Fresco quarantenne (è nato nel marzo del 1977), ma già esperto sacerdote con precedenti esperienze pastorali in altre parrocchie della diocesi. Docente di Storia della Chiesa a Siena, Firenze ed Arezzo, ha conseguito in questa materia, presso la Pontificia Università Gregoriana, sia la Licenza nel 2004 che il dottorato nel 2010. Autore del saggio La Chiesa che cambia (2013), ha pubblicato presso la nostra casa editrice il romanzo Dal Casentino alle Ande (2014). Un incarico importante quello da vicario generale, arrivato in un momento speciale per la nostra chiesa locale: la preparazione al Sinodo diocesano. Un Sinodo che dovrà raccogliere – dando risposte – le tante sfide poste oggi alla Chiesa e alla società intera.

Don Fabrizio, lascerà il Casentino dopo questa nomina? «Per adesso no, rimarrò ancora a Soci (nella foto a destra). Al momento mi divido tra gli impegni diocesani ad Arezzo e il Casentino dove, per fortuna, c’è don José che sta facendo il suo lavoro in maniera impeccabile»

Cosa rappresenta per lei questo incarico? «È un incarico importante, faticoso, di grande responsabilità e mi sento totalmente “responsabilizzato”, ovvero investito di un ruolo che richiede un grande impegno, assai diverso da quello che ho svolto sino ad ora. Collaboro con il Vescovo per aiutarlo nelle problematiche della Diocesi, che sono l’equivalente delle problematiche della parrocchia ma moltiplicate all’ennesima potenza. So che l’incarico che mi è stato assegnato non è una cosa che si può prendere alla leggera, ma posso assicurare che l’impegno non verrà mai meno.»

Nelle nostre parrocchie ci stiamo abituando ad avere preti stranieri, provenienti da vari Paesi… Anche le ultime nomine riguardanti i parroci del Casentino riguardano sacerdoti stranieri. Perché, a suo avviso, abbiamo questa “assenza” di sacerdoti italiani? «Vorrei fare una breve premessa: le vocazioni sono sia un frutto della fede personale che dello stile di vita della comunità. Gli italiani, ancora oggi, sono un popolo che ha fede, che ha e continua ad avere una grande attenzione verso la Chiesa e le sue opere, e – a tal proposito – non posso che ringraziare pubblicamente coloro che donano l’otto per mille alla chiesa cattolica perché possa realizzare la propria missione. Con l’otto per mille si mantengono gli edifici di culto, si mantengono i sacerdoti, si possono sostenere opere a favore delle persone in difficoltà… tutto questo è un segno di grande amore degli italiani verso la Chiesa cattolica. Tuttavia la fede, al pari di ogni esperienza importante della vita, ha bisogno di essere un po’ ripensata. La tematica della vocazione non è solo quella al sacerdozio, lo è anche quella al matrimonio. E ogni vocazione per essere tale deve saper rispondere ad una vera chiamata del Signore, qualsiasi essa sia. Per rispondere consapevolmente alla propria vocazione, occorre avere piena coscienza e consapevolezza di noi stessi. E questo, nei nostri tempi, spesso difetta perché privilegiamo strade più semplici, più superficiali che ci allontano dalla domanda di fondo che dovremo sempre porci: “Signore, cosa vuoi che io faccia?”, come san Francesco ci ha insegnato a fare. Venendo alla nazionalità dei preti, non è la prima volta che nella storia della Chiesa si verificano momenti come questo, di continua migrazione. Anche in passato sono successe esperienze analoghe e i preti sono arrivati dall’estero, dall’Irlanda, dalla Germania… Prima di pensare alla nazionalità di un sacerdote, forse dovremo pensare al significato della sua ministerialità, che non conosce confine geografico, e che è nostro fratello nella fede. Il resto non solo non conta, ma – al contrario – diventa un’incredibile ricchezza per la nostra chiesa diocesana e le nostre piccole realtà parrocchiali, avendo la possibilità di incontrare persone che – come noi – hanno incontrato Gesù. Con l’unica differenza di trovarsi ad un’altra latitudine geografica. E basta! La Chiesa è una realtà viva! I sacerdoti stranieri ci aiutano a capire questo, come è accaduto già nel passato. Le nostre comunità cristiane dovrebbero maggiormente vivere la Chiesa e scoprire sempre più quale forza dia l’Eucarestia domenicale e il valore unico della Parola di Dio: ciò aiuterebbe a rivitalizzare la spiritualità delle nostre famiglie, dei nostri giovani, e – sono certo – avremmo maggiori vocazioni alla famiglia e al sacerdozio. Inoltre, a mio avviso, mancano oggi dei laici impegnati, laici che prendano veramente sul serio l’esperienza di vita cristiana e diffondano i valori cristiani nella comunità. Io sogno che l’amore per la Chiesa, che caratterizza particolarmente la comunità del Casentino, stretta tra La Verna e Camaldoli, torni a rivitalizzare anche la vita quotidiana delle persone.»

Secondo lei è possibile che la diminuzione delle “vocazioni italiane” sia legata al fatto che i preti cattolici non possono sposarsi? «Questa potrebbe essere una domanda interessante, ma andrebbe contestualizzata in un ragionamento più ampio che comprenda sia le chiese riformate che quelle ortodosse. Tuttavia, semplificando, direi che il problema non stia tanto nell’alternativa matrimonio si-matrimonio no per i sacerdoti cattolici quanto comprendere in profondità la radicalità di una vocazione autentica al sacerdozio.»

La Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro si sta preparando al Sinodo diocesano: cosa significa? «Il vescovo Riccardo ha deciso di fare un grande dono alla nostra chiesa diocesana e ci ha chiamati a Sinodo. Ovvero, ci ha invitato a camminare assieme, questo il significato della parola greca sinodo. Camminare assieme per confrontarci, capire, interrogarci sulle sfide a cui ci provoca il nostro mondo contemporaneo e a dare delle risposte, che saranno successivamente normate, per permettere a lui, ai suoi successori, ai presbiteri e a tutti i laici – a tutto il popolo di Dio, quindi – di lavorare nel migliore dei modi per la vigna del Signore. Tutti noi abbiamo il privilegio, attraverso la preparazione al Sinodo – che si aprirà ufficialmente la Domenica in Albis del prossimo anno – di immaginare, di sognare il futuro della nostra chiesa e poi, in Sinodo, che è il luogo del discernimento, dell’ascolto reciproco e del confronto fraterno, i padri e le madri sinodali (individuati cercando di ampliare la massima rappresentatività della realtà diocesana) saranno i profeti, in senso biblico, della nostra nuova chiesa diocesana. Capiremo, alla conclusione del Sinodo, quali forme di servizio dovrà privilegiare la nostra Chiesa locale per essere sempre più presenza di Dio tra gli uomini e al servizio degli uomini. Il Sinodo è una grande sfida per una Chiesa come la nostra che vuole essere fedele alle proprie origini e vuole vivere il proprio cammino, secondo il dettato del Concilio Vaticano II. Il vescovo Riccardo, convocando il Sinodo, ci ha fatto il dono di permetterci di essere – noi, popolo della chiesa aretina-cortonese-biturgense – nelle condizioni di saper riconoscere i segni dei tempi, le esigenze a cui la Storia ci chiama, a dare risposte che vengono dagli uomini e dalle donne del nostro tempo. E’ una grande sfida a cui il vescovo Riccardo ci ha chiamato, ma attraverso lui è il Signore stesso che lo ha fatto, è lo Spirito che ci ha convocato per essere capaci di realizzare questo discernimento che legge dentro l’oggi degli uomini, che sa vedere il cammino che la Chiesa è chiamata a percorrere.»

(tratto da CASENTINO2000 | n. 287 | Ottobre 2017)