di Matteo Bertelli – Siamo stati tutti giovani, c’è chi lo è ancora adesso, malgrado l’età anagrafica, e chi invece è riuscito, più o meno miracolosamente, a maturare. Ma come si fanno a definire i caratteri di un giovane (o di un giovanile)? Uno dei modi migliori per categorizzare nella nostra mente è la creazione di stereotipi, costruzioni mentali condivise, create partendo da un immagine che caratterizza un determinato gruppo sociale. E quale immagine ci rimanda immediatamente al concetto di giovane più di quelle del ragazzo con in mano la birra, della ragazza con le guancie rosse dal vino, del ragazzino che si fa comprare il drink al bar in discoteca da un amico maggiorenne?
È da questo postulato, sempre più radicato nella nostra mente (anche grazie a conferme visive, reali sicuramente), che è nata una delle questioni più infuocate  del mondo – si, non sto esagerando – moderno: il rapporto dei giovani con l’alcol. Figlia di un continuo mutamento del divertimento giovanile, adesso la questione “ragazzi che si divertono male” è un must (ripeto, anche giustamente), passando dai videogiochi che uccidono il tempo libero e la creatività fino ad arrivare appunto all’avvicinamento sempre più prematuro al, citando Vasco, “fegato spappolato”. Sono chiacchiere da bar, certamente, ma con una forza propulsiva eccezionale, tanto da creare vere e proprie scuole di pensiero che si vantano di avere la soluzione giusta o, in casi ancora più drastici, di non avere proprio alcuna soluzione. Si, perché accanto ai più grandi proibizionisti e puritani c’è, di contro, chi non vede, per interesse personale (che sia un genitore che vuole essere più apprezzato dal figlio o un barista che vuol chiudere la giornata in positivo sempre e comunque) o per un totale disinteresse, niente di male nella pratica beona, anche se l’età non è quella giusta (legalmente parlando, così da rimanere il più oggettivi possibile).
Dopo aver fatto rapidamente un excursus generale sul problema, è bene focalizzarsi sulla piccola realtà casentinese, quella realtà che può essere cambiata anche solamente con lo sforzo di pochi, senza dover aspettare provvedimenti a livello nazionale.
In Casentino, inutile essere ipocriti, la situazione non è delle migliori. Viaggiando in centri maggiori, come le vicine Firenze e Arezzo, o andando anche fuori dalla nostra Regione Toscana, raggiungendo poli del divertimento quali Milano o Riccione, ci accorgiamo sicuramente che la mole di problematiche a cui un ristoratore o un proprietario di pub/discoteca devono far fronte è sicuramente di un’altra entità ma, se pensiamo molto banalmente a cosa abbiamo noi (alla nostra offerta, ad esempio, che non attrae, ormai da anni, i cosiddetti “turisti del divertimento” neppure da Arezzo, se non in rarissimi casi), la nostra percezione deve cambiare completamente.
L’alcol piace. E su questa affermazione mi sento personalmente di poter mettere un punto fermo, visto e considerando anche le “ricerche sul campo” (per usare un termine che dia più serietà rispetto al suo corrispettivo “chiacchierata con coetanei”). L’alcol non è una tendenza, non è una moda, e questo è un errore in cui si incappa: sicuramente ci saranno dei casi in cui coloro che cercano lo “sballo” nell’alcol stiano prendendo forza da un atteggiamento spavaldo per mostrarsi grandi nei confronti di amici/amiche, ma questo è un mondo che riguarda (nell’immaginaria fascia dei giovani che abbiamo pensato far andare dai 14 ai 30 anni suppergiù, in maniera molto arbitraria tra l’altro) solo una piccola percentuale.
Non rientrano entro questi numeri, per esempio, chi il weekend decide di concedersi due birre per il puro gusto di berle, chi va a ballare in discoteca dopo una cena in cui ha pesantemente annaffiato i propri piatti, spesso stantii per risparmiare qualcosa, di un più o meno buono vino rosso, e molte altre categorie di giovani che abbiamo incontrato girovagando per una sola sera nei borghi di Poppi, Stia e, soprattutto, data l’offerta maggiore di questi servizi, Bibbiena.
Ma è proprio a Bibbiena che veniamo immediatamente smentiti: osserviamo dei casi in cui, si può proprio dire, la “tendenza” è diametralmente opposta. Per quanto la richiesta alcolica sia in continuo aumento, c’è da notare, con una punta di speranza, come in alcuni locali (in particolar modo al Podestà, il bar in piazza Tarlati che sta puntando tutto sulla vendita di prodotti a gradazione 0, dalle cioccolate alle tisane), i ragazzi che si siedono a parlare amichevolmente ai tavoli, abbiano di fronte a loro non la classica doppio malto, ma un bel thè caldo.
C’è già chi urla al miracolo, chi sminuisce la scoperta di questa “strana razza” e chi invece la esalta come portatrice di progresso, ma, come si sa, “in medio stat virtus” e, per quanto mi dispiaccia, è necessario specificare bene la situazione così da calmare gli animi dei più convinti, da una parte e dall’altra.
Parlando coi ragazzi in questione ci siamo trovati di fronte situazioni molto simili tra loro. Nella fattispecie, per arrivare subito al sodo, la maggior parte era lì per godersi sì una buona cioccolata calda (complice la stagione, la scarsità di offerta alternativa e almeno altre 4/5 cause), ma in altre occasioni non disdegna affatto una birra o un drink (per rimanere ottimisti) qui o in altri locali.
Alla luce di queste scoperte non possiamo dire che la tendenza sia veramente invertita nei giovani casentinesi, ma allo stesso tempo non dobbiamo nemmeno disperarci sognando il futuro apocalittico in cui la metà della popolazione morirà di cirrosi prima dei trent’anni. Come già detto “in medio stat virtus”, anche nella moderazione nell’uso e nell’abuso di alcolici. Il lavoro fatto dai privati cittadini come i proprietari del Podestà, con la loro scelta di puntare su un tipo di convivialità non viziata dalla amichevole “sbornia”, o come lo staff del River Piper, la prima discoteca nel giro di chilometri (stiamo parlando di innovazione, di un’innovazione di quelle belle) a offrire un servizio di domenica pomeriggio in cui è vietato assolutamente l’uso di alcol, aiuta sicuramente la comunità ma, proprio come han capito in questi locali, per ottenere una sobrietà va camminato di pari passo con le famiglie, educando le generazioni che si stanno per avvicinare al mondo delle discoteche e dei pub, per far capire loro veramente quanto sia sbagliato cercare il divertimento in fondo a una bottiglia.
Perché, come tutte le cose, l’abuso di alcol nel mondo giovanile non è una patologia, né una deviazione della psiche, bensì semplicemente un costrutto culturale, un muro che negli anni si è andato a costruire con varie esperienze e con il benestare dei più; se adesso, giustamente, si vuol porre fine (o comunque rallentare) questo vero e proprio scempio, non resta che armarsi di buona volontà e buttar giù mattone per mattone, a costo di andare scuola per scuola e casa per casa per diffondere questa buona novella.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 292 | Marzo 2018)