di Elisa Fioriti – La storia del casentinese Enrico Sacchi, campione nello sport, ma ancor più nella vita… Sono gocce di memoria / queste lacrime nuove / siamo anime in una storia incancellabile… Parole, gocce di un passato che sì, ritorna: ritorna nella mente, dritto nel petto, quelle infinite volte che andiamo a cercarlo nelle stanze dei ricordi, riscoprendolo, un po’ come la canzone di Giorgia, con la sua voce intensa a farci da colonna sonora, rovistando tra vecchie fotografie, ritagli di fogli e pagine di giornale, appunti, lettere, lettere di amici, familiari, lettere d’amore, memorie conservate nei cassetti, chissà dove in qualche armadio, ma anche le memorie più inestimabili custodite, goccia a goccia, nei cuori di chi resta, di chi ci ha voluto bene, di chi, per quanto lontano nel tempo e nello spazio, mai ci dimenticherà.
Sono gocce di memoria, queste, di Enrico Sacchi: Enrico, perché sia a Bibbiena, dov’è nato nel 1937, sia ad Arezzo, dove ha fatto le scuole superiori prima d’iscriversi a Siena all’Università, ma del resto un po’ ovunque, in tutti i luoghi che ha frequentato, le persone lo conoscevano e lo ricordano così, con il diminutivo del vero nome, cioè “Federico”, che i genitori Marino e Vanda avevano scelto per il loro secondogenito, un maschio, dopo Maria Antonietta, la figlia maggiore, in onore del nonno paterno, uomo stimatissimo e noto nell’intero Casentino, tra i fondatori della Banca Popolare di Bibbiena. img20171021_03
Una famiglia prospera e benestante, i Sacchi. Marino di professione era geometra, ma dava lavoro a molti contadini della zona, che ne coltivavano e curavano le terre, su cui il padre Federico aveva investito. La storica villa in cui vivevano, nella zona di Pollino, benché i Sacchi avessero, tra le varie proprietà, un’altra casa ad Arezzo, dove trascorrevano i mesi scolastici ai tempi in cui Maria Antonietta studiava al Liceo Classico “Francesco Petrarca” ed Enrico, in seguito, al Liceo Scientifico “Francesco Redi”, era un luogo di riferimento e d’incontro per i dipendenti, gli agricoltori, i mezzadri, e vi si conservavano in ampi granai i raccolti di grano, orzo, tabacco… Enrico e la sorella, in particolare, avevano stretto amicizia con Marisa, la figlia della famiglia che abitava accanto alla villa padronale presso cui era impiegata.
Sì: elegante, signorile era l’atmosfera che avvolgeva villa Giuseppina, rispecchiando nel carattere la nonna paterna a cui era stata dedicata, Giuseppina Niccolai in Sacchi: quanti bibbienesi se la rivedranno insieme ai nipotini in calesse, con cui era solita andare a messa ogni domenica! Per quanto pure Vanda, la loro madre, che proveniva dalla famiglia Milloni e aveva rapporti di parentela con la famiglia Franceschi-Paolozzi Strozzi (fra gli eredi del Castello di Valenzano), avesse sangue blu nelle vene. Una vita… come nelle favole, verrebbe immediatamente da pensare.
Certo, i lati “favolosi” non sono mancati, nonostante gli anni che correvano abbiano messo i Sacchi a dura prova. Come mille altri, erano solo dei bambini Enrico e Maria Antonietta, quando, ad esempio, durante la Resistenza, con villa Giuseppina requisita da gerarchi tedeschi, hanno sperimentato sulla propria pelle gli orrori e le sofferenze della guerra, assistendo a Castel Focognano, dove si erano rifugiati con la nonna, a truci rappresaglie.
Eppure la stella di Enrico è riuscita a brillare di luce propria, rivelandone subito le doti: Enrico era un ragazzo solare, estroverso, impossibile non affezionarsi a lui, impossibile non esserne amici; era generoso, leale, divertente, con una gioia di vivere e scoprire il mondo che coinvolgeva chiunque gli stesse attorno. Per lo sport aveva un’inclinazione naturale: grazie alle possibilità della famiglia, si è avvicinato al tennis, allo sci, oltre che al calcio e all’atletica leggera, nelle cui discipline si è perfezionato, specie al Liceo, conquistando titoli e medaglie a livello provinciale e regionale.
Studente e atleta. Campione nello sport, nello studio, nella vita. Mise da parte l’agonismo, ma non la passione, per intraprendere nel ’59 la Facoltà di Medicina e Chirurgia: sarebbe diventato un buon medico. Aveva scelto di svolgere il tirocinio all’Ospedale di Bibbiena, con il Professor Conti: proprio il Professore ha voluto che gli fosse intitolata una sala (oggi nella parte vecchia della struttura), dopo che una malattia virale ai polmoni se lo portò via, a venticinque anni appena. Un lampo. Improvviso, terribile, che trafisse l’intera comunità casentinese.
Era già stato male, Enrico. Aveva sofferto di tubercolosi; per curarsi era stato in un centro prestigioso e all’avanguardia della Lombardia, a Sondalo, provincia di Sondrio. Battaglia vinta. L’altra malattia, però, per quanti fossero gli sforzi, suoi e dei dottori, non c’è stato modo di sconfiggerla. Enrico si è spento nella sua Bibbiena, al fianco parenti e amici. Ne aveva tantissimi: Alessandro Targioni Violani, tra i più cari, Luisa Brenti, Lola Poggi, Lorindo Ricci, la sua fidanzata…
Sua madre, invece, era in Francia quando si è ammalato: era andata ad assistere la figlia che lì si era trasferita dopo le nozze; Maria Antonietta era al nono mese di gravidanza, prossima a dare alla luce il terzo figlio, a cui poi lei e il marito hanno dato il nome dello zio, in francese. Perché la sorella di Enrico, a circa sedici anni, durante una vacanza al mare a Cesenatico, dove spesso la famiglia Sacchi si recava, giacché amavano viaggiare e potevano permettersi quello che allora era un lusso (tutt’oggi a volte), si era follemente innamorata di un giovane francese, Gilbert, che avrebbe poi sposato a diciannove anni, naturalmente con il permesso della Chiesa, essendo minorenne, per l’epoca. Fu un matrimonio principesco: dulcis in fundo una grande torta raffigurante il Santuario di Santa Maria del Sasso, che, al taglio degli sposi, ha liberato una coppia di tortore all’interno! Tocco stiloso di Vanda. Quanto è stato crudele il destino con lei…
Il caso ha tragicamente voluto che Vanda si trovasse sempre in Francia dalla figlia incinta quando, qualche anno prima della scomparsa di Enrico, le venne inviato un telegramma per avvertirla di rientrare in Italia, perché Marino non stava bene. Marino, il marito, era morto a letto d’infarto, a soli quarantotto anni. Uno choc assoluto, a cui Vanda aveva reagito per amore e con l’amore dei figli. Il rapporto fra lei ed Enrico, condividendo la stessa casa, era diventato più profondo: insieme facevano molte attività e uscite, andavano al cinema e a teatro, a Firenze nelle sartorie di moda, viaggiavano… Provavano, insomma, a essere felici. È da Vanda che Enrico aveva probabilmente ripreso il buon gusto nel vestirsi e lo stile ricercato, un po’ dandy: che allure aveva Enrico, era affascinante, da far girar la testa alle donne, vedendolo passeggiare in centro o girare alla guida della sua Giulietta rossa decapottabile!
La Giuletta c’è ancora, in Francia, ferma in garage, senza alcun pilota. Breve, brevissima è stata la corsa, ma non è da tutti lasciare il segno.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 289 | Dicembre 2017)