di Mauro Meschini – Sono diventati una presenza che non si può ignorare, anche solo per il fatto che difficilmente potrebbero passare inosservati. Il colore della pelle; gli abiti spesso abbinati in modo originale; i pesanti giacconi che già indossano anche se a tutti può sembrare che il freddo sia ancora lontano: sono i tratti caratteristici di questi nuovi cittadini casentinesi catapultati qui per caso dopo viaggi ed esperienze che a nessuno vorrebbe probabilmente in mente di fare.

Non sappiamo niente, o quasi, di loro, ma non ci interessa; sarebbe una fatica enorme cercare di conoscere qualcosa di ogni singola storia, di ogni singolo Paese da cui arrivano: vengono soprattutto dall’Africa, e questo ci basta; sono neri, e tanto, e questo ci destabilizza non poco; ci appaiono tutti uguali, e così chiudiamo definitivamente la porta rinunciando a fare quel passo che ci permetterebbe di rompere il muro di diffidenza e paura che, anche inconsapevolmente, ci preoccupiamo di costruire mattone dopo mattone.

Ma basterebbe poco, per scoprire che le cose non stanno proprio così, che soprattutto non sono assolutamente tutti uguali e che l’Africa non è, come tutti gli altri continenti, unica e uguale a se stessa, ma è fatta in realtà di tante “Afriche” che condividono una parte del pianeta.

Basterebbe fare un passo avanti, avvicinarsi a quelle persone, osservare i loro volti, guardare i loro occhi e un mondo si aprirebbe davanti a noi. Un mondo fatto di suoni, di dialetti, di usanze, di religioni, di conoscenze, di speranze.

Naturalmente fare quel passo non è facile, il mondo che abbiamo conosciuto fino ad oggi, la storia che abbiamo studiato, la realtà in cui viviamo ci hanno fatto crescere con idee e convinzioni ben radicate, che non prevedevano quello che ormai da anni sta accadendo. Anche se le migrazioni hanno sempre caratterizzato le vicende umane, nessuno avrebbe mai pensato che ci saremmo trovati a vivere un evento così grande che sta spingendo tante persone a lasciare i loro Paesi.

Nessuno lo ha pensato e nessuno, ad oggi, sembra davvero in grado di spiegare quello che sta accadendo.

Solidarietà e rifiuto sono i due sentimenti opposti che guidano le scelte, le parole, le azioni, di chi vede tante mani protese verso la propria porta. Tutti sono impreparati ad affrontare quella che è a tutti gli effetti un’emergenza, un’emergenza che soprattutto il ricco Occidente, con le sue armi e le sue politiche depredatrici, ha contribuito a rendere tale. Le mutazioni climatiche, la desertificazione di intere regioni del mondo, le lotte per il possesso delle immense ricchezze naturali presenti in Africa, la manipolazione dello spirito religioso, sono poi altri motivi che contribuiscono a rendere impossibile la vita di interi popoli.

Allora arriva la scelta di scappare; di andare altrove; di andare dove ci hanno detto che si può ricominciare. A quel punto niente può fermare questo desiderio di cercare un’altra possibilità. Né il mare, né la prigione o le violenze che si subiscono durante il viaggio, né il rischio di incontrare la morte.

Se provassimo a chiedere del loro viaggio ai ragazzi africani che, soprattutto a piedi o in bicicletta, vediamo anche lungo le strade del Casentino ci sentiremmo parlare di questa ricerca di una vita migliore a cui tutti aspirano. Sentiremo parlare delle famiglie lasciate nei propri Paesi, delle mogli e dei figli che, per fortuna, grazie alla tecnologia riescono a sentire e con cui rimangono in contatto.

Già solo da queste parole e con queste informazioni riusciremo allora a capire perché spesso, anche se non lo stanno usando, hanno sempre un cellulare e l’auricolare fra le mani, perché è semplicemente il loro oggetto più prezioso. Lo strumento che permette di rimanere in contatto con le persone più care e con amici che stanno facendo lo stesso viaggio. È per mantenere funzionante il legame con il proprio mondo che utilizzano gran parte dei 2,50 Euro al giorno che gli vengono garantiti dalle strutture che li ospitano. Addirittura, proprio per l’importanza che un cellulare assume, i soldi di tutti quello che vivono nella stessa struttura vengono a volte messi in comune per permettere a chi ancora ne è sprovvisto di averlo al più presto.

Il resto delle risorse che vengono erogate, circa 30 Euro al giorno per ospite, viene invece impiegato per affitti di case, acquisto di cibo e vestiario, spese per il personale impiegato nelle attività di accoglienza. In pratica, e non occorre essere dei commercialisti per capirlo, quanto stanziato per rispondere all’emergenza è, anche per il Casentino, un’occasione per ridistribuire ricchezza sul territorio e creare occasioni di lavoro, e in questo periodo di crisi non sembra davvero cosa da poco.

Ma tutto questo accade adesso, in piena emergenza, una situazione che come tale non potrà durare a lungo, anche perché, come ci è già capitato di dire, sarebbe una catastrofe se ancora tante persone con le loro potenzialità e conoscenze, continuassero ad abbandonare un intero continente.

Dobbiamo allora ricreare le condizioni perché ognuno torni a decidere di partire per scelta non perché pressato dalla paura e dal bisogno; dobbiamo ricreare le condizioni perché le relazioni tra Paesi non siano basate sullo sfruttamento e sul commercio delle armi, in cui l’Italia purtroppo è ai primi posti, ma su collaborazioni e rispetto reciproco.

Il presente però ci porta, anche in Casentino, queste storie, queste braccia, queste menti e sarebbe davvero miope perdere l’occasione di conoscere come e quanto tutte queste energie potrebbero oggi, e se lo volessero, anche in futuro, collaborare per il bene di questo territorio.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 277 | Dicembre 2016)