di Mauro Meschini – È trascorso ormai del tempo dal giorno in cui il Casentino ha potuto vedere i video che testimoniavano i maltrattamenti che avvenivano nella Casa di Riposo di Strada. Lo choc è stato forte, per una situazione difficile da accettare e capire. Per una strana e triste coincidenza nello stesso giorno alcuni studenti a Lucca si accanivano contro un insegnante, rendendo tutto pubblico ancora con un video pubblicato in rete.
Prima di allora episodi simili erano già accaduti e, nei giorni che sono seguiti, di altri si è occupata la cronaca.
Dovremo prima o poi trovare il tempo per capire veramente cosa sta accadendo. Perché forse la giustificata indignazione, l’esternazione di rabbia, la richiesta di punizioni esemplari e di telecamere ovunque da sole non bastano, anzi, rischiano di essere solo il modo per avere, almeno, la sensazione di avere fatto qualcosa.
Ma quello che non funziona è più profondo, forse c’è una società che è cambiata troppo in fretta e non riesce a ritrovare equilibrio e armonia, due parole che, se pensiamo alla realtà di oggi, possono sembrare bestemmie.
Abbiamo provato a prenderci un po’ di tempo per pensare e guardare un po’ oltre la vicenda di Strada dove, ci è stato raccontato, dopo il cambio della cooperativa incaricata della gestione la situazione è migliorata. Ci auguriamo che questo restituisca serenità agli anziani ospiti, a cui dovremmo forse chiedere scusa per non essere stati in grado di garantire, in quel luogo, la cura e l’attenzione che avrebbero dovuto rappresentare la normale quotidianità.
Proviamo allora a pensare a quello che non va complessivamente nel modo di concepire i servizi alle persone in stato di necessità. Abbiamo chiesto su questo il punto di vista di Eleonora Ducci, Sindaco di Talla e assessore al sociale dell’Unione dei Comuni, e di Alessandro Mugnai, segretario generale della CGIL di Arezzo. Le loro risposte speriamo rappresentino l’inizio di una riflessione che non possiamo ancora rinviare.

Eleonora Ducci, sindaco di Talla e assessore al sociale Unione dei Comuni
Quali sono i termini dell’affidamento in gestione della casa di riposo di Strada. I soggetti coinvolti, i tempi e le risorse necessarie?
«La Casa di Riposo di Strada, gestita fino al 2017 dal Comune di Castel San Niccolò e poi dall’Unione dei Comuni, vede i servizi alla persona e quelli generali di cucina e pulizia affidati ad un ATI costituito da Consorzio Comars, in qualità di capofila, Koinè e Albero del Pane e la Rua. Il consorzio ha, a sua volta, affidato i servizi a una sua consorziata, cioè la cooperativa Coop.lar. Il servizio era stato affidato dal Comune con apposito bando e l’Unione stava ora valutando la consistenza e i contenuti di un nuovo bando di gestione che permettesse anche la riqualificazione, nuova edificazione, ampliamento della struttura esistente, che, presentando criticità e problematiche da un punto di vista di adeguamento sismico, può funzionare fino al settembre 2019. Il nostro obiettivo è trovare presto delle risposte, tenendo conto delle esigenze dell’Amministrazione».
Erano e sono previste, a carico dell’Unione, modalità di verifica e controllo sul corretto funzionamento e la qualità del servizio?
«La qualità dei servizi in strutture di assistenza come le RSA è verificata, da legge regionale, dalla commissione multidisciplinare vigilanza e controllo della ASL, che ha effettuato nel tempo numerosi controlli, anche nell’ultimo periodo di gestione da parte dell’Unione».
Qualcosa poteva essere fatto, o fatto in modo diverso, per capire quello che stava accadendo?
«La commissione nei suoi verbali di controllo non ha mai evidenziato elementi negativi relativi alla gestione degli ospiti, alla loro cattiva condizione o a mancanze o irregolarità nei turni del personale. Nemmeno il personale dell’Unione che segue la struttura da vicino o i parenti degli ospiti avevano mai segnalato situazioni di disagio o di irregolarità. Le segnalazioni e le criticità riguardavano tutte aspetti strutturali e manutentivi legati all’età dello stabile e al naturale deterioramento delle strutture, che sono certo vecchie ma non fatiscenti come affermato da qualcuno, criticità che abbiamo sempre cercato di risolvere nel minor tempo possibile. Per il futuro dovremo probabilmente pensare a  modalità di controllo nuove e più incisive. Ho dato la mia disponibilità ad un incontro con sindacato e prefettura per discutere insieme di ciò che è accaduto e condividere metodi di controllo che siano di garanzia per tutti. Le istituzioni in fasi come queste non possono che mettersi in discussione e cercare, insieme agli attori del settore, le migliori soluzioni per far sì che episodi come questo siano solo brutti ricordi».
In Casentino, come in Italia, prevedere adeguati servizi di cura e assistenza degli anziani è fondamentale. È sufficiente ciò che è proposto? O dovremo pensare a qualcosa di diverso, possibilmente mettendo al primo posto le esigenze delle persone e non l’aspetto finanziario?
«Ci tengo a ricordare un elemento generale sull’affidamento dei servizi nel settore sociale: la legge vieta le gare al massimo ribasso e la nostra struttura, anche per gli importi inferiori ai 40.000 Euro, per i quali la legge prevede che possano essere effettuate, non le ha mai fatte. La selezione avviene con bandi che valutano l’offerta economicamente più vantaggiosa, in cui la progettualità incide per il 70% e l’importo economico per il 30%. Credo che la nostra società sia poco attenta al mondo della terza età: diversamente da altri paesi europei in cui la vecchiaia viene vissuta come una stagione della vita con le sue gioie, le sue attività dedicate, i suoi prodotti, programmi televisivi o riviste, da noi l’anziano è percepito e percepisce se stesso come un peso, che non riesce più a dare un contributo alla famiglia. Dobbiamo lavorare su questo aspetto: se la famiglia come elemento collettivo è stata per secoli un punto di forza della nostra società, in questo momento potrebbe essere importante riscoprire l’aspetto individuale dei nostri anziani, che sono persone con delle esigenze, con dei desideri e una vita da vivere con tempi e modalità diverse, ma certamente da trascorrere con dignità, serenità e autonomia decisionale».
Il problema risorse ha spinto da tempo gli enti pubblici a ricorrere all’affidamento di molti servizi educativi e sociali. Non crede che, invece, anche per avere una verifica diretta sulla qualità, proprio il carattere pubblico della gestione dovrebbe essere mantenuto in servizi così importanti? E per quanto riguarda le risorse non dovrebbe essere la politica a indicare le priorità e le scelte da porre ai primi posti?
«Il processo di esternalizzazione di servizi educativi e sociali è iniziato già molto tempo fa e non credo che nelle condizioni attuali sia reversibile, non solo per questioni economiche (ad oggi non così rilevanti) ma anche e soprattutto organizzative e gestionali. I servizi alla persona nel tempo sono aumentati in qualità e quantità, la struttura pubblica non è più da lungo tempo in grado di mantenere la gestione di tutto a livello interno ed è anche giusto riconoscere la specializzazione e la professionalità delle cooperative che si sono dedicate all’erogazione di questi servizi, che sul nostro territorio sono numerose e qualificate. Credo che la chiave sia una diversa modalità di interazione tra pubblico e privato, che preveda una maggior presenza, controllo e verifica dei servizi e del personale messo a disposizione».

Alessandro Mugnai, segretario generale CGIL Arezzo
Quello che è accaduto a Strada in Casentino, al di là delle responsabilità personali, può portare a fare considerazione generali sulle gestioni dei servizi sociosanitari pubblici?
«Certo che sì, aggiungerei che corre l’obbligo per tutta la società civile di fare serie considerazioni in merito. È sbagliato fermarsi solo sulla superficie di quanto è accaduto, questo a prescindere dalle serie ed individuali responsabilità che dovranno essere definite dai giudici, su cui già moralmente tutti hanno espresso condanna. Attenzione però, fermarsi solo ed esclusivamente alle responsabilità di quei diretti operatori vuol dire stare, appunto, sulla superficie del problema e quindi fare poco o niente perché ciò non riaccada. Ripeto, quei comportamenti non sono assolutamente ammissibili, ma lì come altrove, visto che spesso leggiamo di fatti simili, qualcosa di più aberrante è accaduto, tanto da chiedersi prima di tutto se gli organi competenti al controllo, le istituzioni che assegnano o accreditano servizi del genere, operino con i giusti strumenti e siano all’altezza della situazione. Diciamo che pur avendo esempi virtuosi, lo stato delle cose è in buona parte sfuggito di mano. Nessuno è indenne insomma, noi compresi. Di conseguenza non possiamo accontentarci di condanne esemplari a quei lavoratori o, come ho letto, risolvere con delle telecamere dentro i locali. Queste strutture non sono carceri di massima sicurezza, non mi sentirei tranquillo di lasciare un mio anziano con l’unica garanzia della video sorveglianza. Mi sentirei invece tranquillo se in quella struttura vi fosse personale ben selezionato, con una adeguata formazione e giusta retribuzione. L’assistenza alla persona è un lavoro assai delicato, richiede professionalità, un buon livello d’inquadramento e continuo monitoraggio. Insomma, se continuamente ci ripetono che questa nazione è a crescita zero e la sua popolazione è sempre più anziana, servono coerenti scelte. In Italia, invece, a partire dal cattivo esempio di quella politica che colora la terza età come qualcosa di svilente, di depotenziato, persino da rottamare; si è voltato da anni le spalle a questa naturale e complessa condizione. Con le politiche indiscriminate dei tagli al sistema pubblico, abbiamo consegnato un pezzo importante delle responsabilità dello Stato al business, gli appalti o le convenzioni si basano su gradi standardizzati e comunque sono legati al principio del risparmio: il lavoro di quegli operatori spesso è considerato come una sorta di colf e badante collettiva. Va riconsiderato il tutto. Se pensiamo invece di risolvere tutto con tre telecamere, tanti auguri».
In alcuni casi ci sono lavoratori che svolgono fianco a fianco lo stesso lavoro ma, essendo alcuni dipendenti pubblici e altri dipendenti di cooperative, hanno contratti e retribuzioni diverse… non sarebbe necessario impedire questo, magari tornando ad una totale gestione diretta da parte del pubblico?
«Questa condizione esiste, siamo di fronte ad una vera e propria svalutazione del lavoro. D’altronde l’Italia nel contesto europeo ha la più alta frammentazione e precarizzazione del lavoro. Basterebbe per iniziare ristabilire una nuova politica salariale che valorizzi le competenze professionali col principio di Uguale Lavoro – Uguale Valore. Poi, sulla gestione diretta del pubblico siamo d’accordo. In passato siamo stati anche accusati di privilegiare il lavoro pubblico e i dipendenti sono stati definiti “casta” o “fannulloni”. Si è voluto così dividere il mondo del lavoro in via del tutto strumentale, togliendo diritti per i nuovi e vecchi lavoratori e non riformando il pubblico impiego. Ma non mi sembra che la sponda del privato abbia portato grandi vantaggi per il paese. Oggi però il privato sociale detiene tanta forza lavoro e la gestione di buona parte del welfare: urge quindi una chiara assunzione di responsabilità da parte delle amministrazioni pubbliche».
Si ricorre all’appalto per razionalizzare le risorse. È un motivo accettabile? O si dovrebbe decidere di investire privilegiando, da un lato, la qualità dei servizi alle persone e dall’altro la professionalità e i diritti di chi lavora?
«Anziano ospite e Operatore sono due figure inseparabili, uno complementare all’altro. Nel primo risiede un diritto irrinunciabile all’adeguata assistenza, il secondo esprime la sua professionalità che gli procura sostentamento economico. Deve essere garantito questo equilibrio con correttezza ed attenzione. Troppo spesso i nostri Uffici Vertenze si occupano di casi di sotto inquadramento del personale e far valere i propri diritti in questo settore è cosa assai complicata. Poi la scelta del privato non implica necessariamente l’effettivo risparmio e, spesso, quando questo sussiste pesa solo nelle spalle dei lavoratori e nella qualità del servizio. Servono serie volontà politiche».
Per quanto riguarda infine i lavoratori delle cooperative, c’è forse da rivedere qualcosa? Sono state una preziosa risorsa per il lavoro e la crescita del Paese… e adesso?
«Reputo l’idea della cooperativa ancora valida, in teoria non esisterebbe forma migliore sia come proposta redistributiva e sia come principio etico per partecipazione e democrazia. In pratica di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, vuoi la crisi di determinati valori, vuoi le mutate condizioni economiche e di mercato e vuoi, purtroppo, l’approfittare di un valido strumento per fini concorrenziali o politici. Siamo a una standardizzazione della svalutazione dei diritti e questo preoccupa anche il settore cooperativo. Il punto è che abbiamo a che fare spesso con cooperative sociali che di sociale hanno ben poco e qualsiasi sindacato, che prova a interfacciarsi con questo mondo, dura molta fatica nel rappresentare i lavoratori o rivendicare i loro diritti. Tengo a ribadire che esistono esempi virtuosi, ma non fanno massa critica. Il Sindacato, devo dire, ha impiegato tempo per comprendere questo mutamento delle cose. Adesso abbiamo iniziato a chiedere un serio e serrato confronto alle Associazioni cooperative: vanno recuperati determinati principi perché troppo spesso ci troviamo di fronte a cooperative che, nei fatti, sono vere e proprie aziende con padri padroni onnipotenti.
Purtroppo non è sufficiente neppure avere iscritti o rappresentanti sindacali perché molte realtà sono assai impermeabili.
Sindacati e Associazioni cooperative, se vogliamo rimettere in buona carreggiata questo valido potenziale, dovranno dimostrare fattiva volontà. Troppe cooperative spurie o false cooperative fanno il bello e cattivo gioco sulle spalle dei lavoratori, spesso inconsapevoli del loro importante ruolo di socio o peggio impossibilitati nel far valere questa funzione fondamentale. L’esempio degli stipendi di Agorà la dice lunga.
Certo le Amministrazioni Comunali, le Asl e la Regione dovranno fare la loro parte: oggi assistiamo a un semplice delegare, spesso basato su risparmi e tagli.
Così non può funzionare, la Cgil lo dice ormai da tempo».

(tratto da CASENTINO2000 | n. 295 | Giugno 2018)