di Sara Trapani – Un’associazione nata dall’idea di una giovane coppia piomentese che ha deciso di rimettersi in gioco in Casentino, un viaggio di solidarietà a Capo Verde; è questa la storia di ARMOVI, l’associazione sportiva dilettantistica nata grazie a Federico e Chiara. Noi siamo andati proprio da Federico per capire da dove tutto è partito.
Ciao Federico, innanzitutto parlami un po’ della tua associazione, quando nasce, chi ha deciso di crearla, quanti siete, di cosa si occupa. «Buongiorno Sara e buongiorno a tutti i lettori di CASENTINO2000. La nostra associazione sportiva dilettantistica si chiama ARMOVI, nasce nell’estate 2016 in Piemonte, dalla fusione di idee comuni, le mie e della mia compagna, di voler cambiare Vita e dedicarci a ciò che più rappresenta la nostra essenza: l’attività fisica.
ARMOVI sta per “ARte, MOvimento, VIta”; gli esseri umani esprimono una forma d’arte attraverso il movimento e, tutto ciò che è movimento, è Vita.
Al momento siamo circa un centinaio di tesserati, proponiamo ai nostri allievi corsi di ginnastica posturale, vari tipi di fitness musicale e potenziamento muscolare per i più intrepidi».
Tu e la tua compagna non siete del Casentino, mi puoi raccontare un po’ la vostra storia. «Qui mi metti un po’ in difficoltà… A parte gli scherzi, Chiara ed io siamo due anime molto differenti, per alcuni versi, diametralmente opposte ma, a quanto pare, il detto “gli opposti si attraggono” per noi funziona.
In Piemonte Chiara era contabile amministrativa di un’azienda del cuneese, io preparatore atletico di una squadra di pattinaggio su ghiaccio di Torino. Due caratteri, due vissuti, due stili di Vita per molti versi differenti, con due passioni in comune: una, come già detto, l’amore per l’attività fisica, l’altra, non meno importante, la ricerca di una Vita autentica, di semplicità che ci allontani dal materialismo di cui è ghiotta la nostra società. Alcuni ci definiscono, a ragion veduta, minimalisti.
Tornando alla cronaca dei fatti, ad un certo punto, ci sentivamo entrambi bisognosi di una svolta. Quindi, occhi chiusi e mappamondo davanti, il dito si è messo a girare ed alla fine si è posato sul Casentino (non è andata perfettamente così, ma in modo nemmeno troppo diverso).
Lasciato il lavoro, zaini fatti, siamo arrivati in Casentino, a Pratovecchio Stia, senza conoscere nessuno, senza alcuna sicurezza, solo con tanti piccoli sogni da condividere.
Risultato? Eccoci qua, dopo un anno e mezzo, a raccontare della nostra associazione, formata da un numero sempre crescente di persone, vero cuore pulsante della nostra piccola realtà. Perché nel nostro lavoro alla base di tutto c’è la persona, ogni singola persona, con i suoi sogni da realizzare. E noi adoriamo realizzare i sogni insieme.
Abbiamo gruppi molto eterogenei partendo da atleti per arrivare a persone che, fino al giorno prima di iniziare, dicevano che mai e poi mai avrebbero messo piede in una palestra. Abbiamo condiviso e condividiamo ogni giorno con loro difficoltà, paure, cadute, piccoli passi avanti, traguardi. Questo ci fortifica e ci arricchisce più di ogni altro compenso materiale.
E la passione che mettiamo nel nostro lavoro viene ogni giorno ricompensata dalla riconoscenza delle persone che ci circondano».
Poi avete deciso di intraprendere questo viaggio a Capo Verde, siete andati in quattro, perché siete andati proprio li? «Prima che il destino facesse incrociare la mia strada con quella di Chiara, Capo Verde fu l’ultimo dei miei viaggi in Africa e, su quelle piccole isole in mezzo all’Atlantico, ci ho lasciato una fetta di cuore. Questo unito al fatto che, su una delle isole di Capo Verde, Fogo, si trova una missione di frati cappuccini piemontesi, non ci ha fatto avere dubbi su quale sarebbe stata la destinazione della nostra vacanza, la prima dopo due anni di intenso lavoro. Una vacanza eco solidale quindi.
Conoscevamo già il fondatore delle missioni a Fogo e, presi tutti i contatti, siamo partiti con l’idea di andare a visitare gli asili delle missioni e là dove possibile, programmare un sostegno solidale.
Con tono scherzoso abbiamo proposto a Giancarlo e Sandra, nostri allievi che noi reputiamo a tutti gli effetti i nostri genitori toscani, di venire con noi. Mi sa che il tono scherzoso loro l’abbiano preso sul serio… il giorno dopo ci hanno detto che accettavano. Passaporti fatti, si parte!»
Cosa avete trovato arrivati là?
«Appena arrivati a Sao Filipe (capoluogo dell’isola di Fogo), mentre sapevo quello che ci aspettava, ho letto negli occhi nei miei compagni di viaggio un po’ di smarrimento in senso negativo.
La cittadina, affacciata sull’oceano, presenta un’urbanistica assai confusa con buona parte degli edifici in perenne via di costruzione che danno all’ambiente un grigiore per alcuni versi inquietante. Le strade ed i fossi sono costellati di immondizia, immagine fedele di un continente in cui la raccolta dei rifiuti, là dove presente, è ancora alla fase embrionale.
Oltretutto siamo arrivati di domenica, giorno sacro per le famiglie capoverdiane che se ne stanno a casa, quindi abbiamo trovato una città deserta e desolata.
Ho dovuto aspettare il lunedì mattina prima di vedere negli occhi dei miei compagni sorrisi, espressioni piene di meraviglia e un’immagine rovesciata rispetto al giorno precedente: infatti, le strade di Sao Filipe erano invase da una marea di gente, le auto sono poche e qui le persone, gli anziani ed i bambini possono occupare tranquillamente la strada. Perché qui la Vita è sulla strada. Il mercato municipale sembra essere il fulcro attorno a cui ruota la Vita sociale, ed è bellissimo assaporarne i mille colori, le voci festanti che si rincorrono e gli sguardi rilassati e sorridenti.
Personalmente ho ritrovato una parte di me stesso.  Sono vissuto e soprattutto ho vissuto esperienze straordinarie in Africa, precisamente in Eritrea. A Capo Verde ho respirato in parte quell’atmosfera di altri tempi che ha lasciato in passato un segno indelebile nel mio cuore. Anche se, doveroso dirlo, la situazione eritrea è differente, là ci sarebbe ancor più bisogno di offrire sostegno ma la dittatura lo impedisce. Poi i villaggi eritrei lasciamo stare, che se i ricordi riaffiorano la lacrimuccia scende.
Tornando a Fogo, dalla periferia di Sao Filipe fin verso le zone rurali ed i villaggi, aumenta la percezione di essere “circondati” da un numero impressionante di bambini: una situazione comune che riguarda l’intero continente africano in cui l’età media della popolazione è bassissima. Vedevamo bambini ovunque, la maggior parte ai bordi delle strade, soli, forse abbandonati ad un destino severo. Un destino che noi, nel nostro piccolo, potremmo probabilmente aiutare a cambiare».
Cosa vi ha lasciato il viaggio?
«La prima cosa  un biglietto di ritorno, al di là della mera e rilassante vacanza, quando te ne torni a casa, per un periodo più o meno lungo, senti che ti manca qualcosa, senti nostalgia di una parte di te che forse è rimasta laggiù e senti bisogno di ripartire.
È ciò che chiamano “mal d’Africa” e, non me ne vogliano gli amanti dei “resort all inclusive” di Sharm el-Sheik, ma, per dire di aver visto l’Africa, non basta mettere piede sul suo suolo. Su quel suolo ci devi camminare, incontrare sguardi, sederti, ascoltare racconti, porti delle domande, metterti in discussione, sbatterci la testa, talvolta essere disposto a soffrire, con occhio critico e, soprattutto, con occhio nuovo. Perché l’Africa se la vivi, ti costringe con amorevole dolcezza a guardare il mondo da un’altra prospettiva. Una prospettiva in base alla quale la vera ricchezza per gli esseri umani va nella direzione opposta alla ricchezza materiale.
Riprendo una frase di uno dei miei scrittori preferiti, Henry David Thoreau: “un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno”.
L’immagine dell’isola di Fogo ci ha lasciato negli occhi una povertà palpabile, una realtà commovente ma, soprattutto, e scusatemi se lo scrivo in maiuscolo, il SORRISO delle persone.
Tutti erano sorridenti, tutti ci regalavano il loro sorriso. Ve lo garantisco, non sorridevano perché erano brilli, sorridevano perché, nonostante la povertà materiale che li circonda, erano sereni e felici. E’ inutile che io mi dilunghi penso solo che ciò debba far riflettere noi presunti ricchi (FELICI?) di questo nostro occidente».
Quali sono i progetti futuri dell’associazione?
«Qui finalmente la smetto di filosofeggiare e divento concreto. I progetti futuri della nostra associazione vogliono concentrarsi sull’esperienza di questo viaggio. I frati cappuccini hanno costruito decine di asili; noi ne abbiamo visitati alcuni, che versano i condizioni precarie: strutture che avrebbero bisogno di manutenzione e, non meno importante, di essere attrezzate di giochi. Gli asili infatti non hanno scivoli, altalene, reti, neppure palloni.
I bambini non hanno nulla con cui giocare se non una lattina trovata per strada da prendere a calci.
Vorremmo nel nostro piccolo “adottare” e sostenere uno o più asili e l’idea è di tornare a Fogo in estate per rendere concreto il nostro desiderio. In questi mesi chiederemo collaborazioni, iniziative, sforzi comunitari per realizzare il sogno di portare dei doni ai bambini di Fogo.
Abbiamo creato un logo, “Armovi per Fogo” che, stampato su delle magliette, desideriamo possa essere testimonianza del nostro piccolo gesto. Con la speranza che più persone vogliano acquistare la nostra maglia speriamo di riuscire a creare un fondo per l’acquisto dei giochi.
Perché aiutare le missioni? Perché proprio gli asili? Io mi professo agnostico eppure, a Fogo, mi è stato impossibile non riconoscere l’importanza dell’operato delle missioni e della chiesa. La catechesi e l’evangelizzazione sono le uniche forme di aggregazione per il popolo, gli asili sono la casa dei bambini, l’alternativa è la strada. Poi abbiamo conosciuto un sacerdote trentenne, Fra’ Gilson che, con il suo carisma e la luce nei suoi occhi, ci ha conquistati e convinti di poter realizzare qualcosa di bello insieme.
Non stiamo facendo nulla di speciale abbiamo semplicemente trasformato una vacanza eco solidale in un progetto benefico. Nel mondo ci sono un’infinità di situazioni in cui si può, si deve intervenire per far del bene. Nella stessa Italia ci sono situazioni drammatiche che magari ci passano sotto gli occhi.
Noi dobbiamo fare di più, per gli altri ma, soprattutto, per noi stessi, per ritrovare quell’autenticità che la nostra società ed il suo consumismo ci stanno rubando.
E per ritrovare il sorriso, lo dobbiamo a noi stessi. E lo dobbiamo a Loro».

(tratto da CASENTINO2000 | n. 293 | Aprile 2018)