di Francesco Benucci – Da sempre, dalla notte dei tempi, l’uomo, ciascun uomo, è un figlio imperfetto. È fallibile, è “finito”, è ondivago nel suo agire, è rivestito di margini e lacune. È Isacco. Lo è perlomeno, anzi, soprattutto, nella interpretazione del patriarca elaborata e presentata nella sua prima fatica letteraria da Don Gianni Marmorini, parroco di Papiano e appassionato “scrutatore” nonché studioso della Parola biblica.
Nasce così Isacco. Il figlio imperfetto. Nasce una figura più vicina alla nostra incompletezza, più sfidante, quasi formativa. Nasce da lontano: se non nei primi anni di vocazione scaturente dalla famiglia profondamente cattolica dell’autore, comunque la forma mentis che poi avrebbe portato all’opera odierna comincia a delinearsi dalla fine degli anni ’90 quando una conferenza della biblista Elena Lea Bartolini sulla Genesi “svela” al nostro una padronanza non soddisfacente della Bibbia e gli instilla il forte desiderio di tornare a studiarla.
Si tratta di una rivoluzione copernicana per un ex studente abituato ad essere rimandato in latino e greco nella non certo entusiasmante esperienza al liceo classico, ma i tempi sono diversi, maturi. Seguono la conoscenza di Paolo De Benedetti, le prime lezioni itineranti per l’Italia con l’Antico Testamento come tema privilegiato, un’altra conferenza “di svolta” allorché, a Camaldoli, l’incontro con Massimo Grilli costituisce l’incentivo per un nuovo studio delle lingue, la conseguente iscrizione, dal 2009/2010, alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.
Questo percorso porta così al “profilo” del Don Gianni odierno, quello che spazia su svariate tipologie di argomento biblico, che nel medesimo, attuale, lasso di tempo frequenta due corsi a Firenze, uno al Pontificio Istituto Biblico e uno alla Facoltà Valdese di Teologia, quello che ritiene la lettura del testo sacro fondamentale e non solo perché, in generale, “traduce” la Parola di Dio; l’approccio filologico al tomo in esame è incredibilmente sorprendente: della fede conosciamo la dottrina, i dogmi, i peccati, la morale, i sacramenti ma raramente abbiamo un contatto diretto con la stessa Bibbia e, proprio negli anni in cui assistiamo ad una rivalorizzazione della narrativa/narrazione, con le sue storie. Eppure, l’iter di studi intrapreso dal parroco casentinese, lo porta a scoprire un libro non di risposte bensì di domande, un prezioso scrigno di quesiti, uno stimolo, un pungolo irrinunciabile tramite il quale Dio non vuole forgiare il credente, il pio fedele; piuttosto, comunica affinché l’uomo abbia una vita con un senso, che valga la pena di essere vissuta.
Ecco perché dovrebbe essere naturale “incontrarsi” con la Bibbia e appassionarsi alla vita più che a una fede. Ed ecco perché l’ebraico, con la sua dimensione polisemica, si apre a tante interpretazioni per cui finanche un semplice verbo come “convertire”, nel momento in cui non si traduce con “abbandonare il peccato” ma con “cambiare il modo di pensare”, assume e dà una valenza diversa al tutto. È da questo humus letterario e personale che emerge e cresce l’ipotesi di un Isacco disabile e quindi diverso, imperfetto.
Ed è un’ipotesi che nasce dalla mancanza, quasi… dall’assenza. Infatti, quando Don Gianni ricerca i passi sul patriarca, per ovviare ad una conoscenza del medesimo che pensa lacunosa, si rende conto che quell’essere silenzioso e al contempo “taciuto” è cifra stilistica della figura in questione. Il patriarca è marginale e marginalizzato. Ai primi perché, nel 2013, si aggiungono ulteriori stimoli: l’autore del libro assiste a due conferenze ravvicinate e una notazione grammaticale evidenziata nella prima, trova casuale e sorprendente applicazione proprio nella seconda ponendo sotto una luce diversa giustappunto i brani della Genesi che vedono il nostro protagonista.
A ciò aggiungiamo che Rashi, uno dei più celebri commentatori della Bibbia, traduce l’ordine di Dio nell’episodio del sacrificio richiesto ad Abramo non, per l’appunto, come “sacrificalo” ma come “fallo salire” e la suggestione della tentazione del padre di “spogliarsi” del figlio disabile piuttosto che di una difficilmente comprensibile richiesta divina acquisisce contorni meno vacui. D’altronde, a libro quasi finito, con grande sorpresa, l’autore avrebbe trovato un passo, dove si paventa l’idea di un Isacco autistico, sottolineato anni addietro e testimone perciò di un accenno di interesse quasi “primigenio”.
Nel mezzo, tra il delinearsi dell’interesse per il tema e il curioso episodio pressoché coincidente col termine dell’opera, sta la fase della scrittura, una fase impetuosa all’inizio, una fase minuziosa quando, dopo una versione meno analitica, Don Gianni si è ulteriormente concentrato sul testo biblico per trovarvi sostegni all’ipotesi in oggetto, una fase entusiasmante allorché, nel presentare l’abstract del libro a vari professori, riesce a rovesciare la diffidenza iniziale in vero e forte interesse. È anche una fase tormentata: diverse volte l’autore è sul punto di arrendersi; tuttavia, ogni forma di apprezzamento, interesse, discussione palesata nei confronti della sua fatica letteraria e proveniente dal mondo esterno, lo motiva a proseguire lungo la strada intrapresa.
Pertanto, se il libro vede la luce, vanno certo ringraziate la casa editrice Claudiana che ha spinto fortemente per la pubblicazione (e quindi la “tramite” Lidia Maggi e il curatore dell’ultimo editing Angelo Reginato) e l’associazione biblica internazionale Euangelium Und Kultur che ha tenuto a battesimo l’idea originaria e poi organizzato la presentazione del libro il 21 settembre in un’aula dell’Università Gregoriana di Roma, ma al contempo il pensiero va a tutti coloro che, anche inconsapevolmente, anche restando nell’ombra, con la loro presenza, con le loro peculiarità, persino con la loro assenza, hanno gravitato intorno alla gestazione dell’opera e hanno contribuito a formare la sensibilità di Don Gianni sul tema.
Un tema che, nella lettura data dal nostro, si arricchisce di nuovi stimoli, alimenta domande, crea suggestioni, restituisce dignità all’imperfezione nelle sue varie forme: l’autore si interroga sul rapporto tra Abramo, sua moglie Sara ed Isacco e si imbatte proprio in questa perfezione che non esiste. Eppure la suddetta constatazione non genera dispiacere. La vita è meravigliosa perché imperfetta: è una storia che ci insegna la bellezza dell’imperfezione e la difficoltà nel rapportarsi con tale bellezza, il cui abbraccio, la cui accoglienza, ci chiama a sfidare luoghi comuni e pregiudizi.
Sono altresì i frutti di queste riflessioni che spingono Don Gianni a considerare questo libro non come un’isolata parentesi della sua vita: è vero che, finita un’opera, oberati dalla fatica pregressa e dai timori, magari non sentiamo l’immediato stimolo a cimentarci nuovamente, ma è altrettanto innegabile che, nel caso del parroco casentinese, la corrispondenza lettura/scrittura è ormai realtà viva della e nella sua persona; quando legge passi interessanti della Bibbia gli piace l’idea di poterli comunicare, anzi, ritiene questa funzione importante perché il testo sacro racchiude tesori meravigliosi che ivi non devono restare riposti. Per estrapolarli dalla pagina, per farne materia “incandescente” nelle nostre mani, per porli sulle persone, tra le pieghe delle loro riflessioni, è fondamentale continuare a scrivere libri.
Anche libri sui libri. In attesa delle eventuali evoluzioni di questo intento, ci resta davanti agli occhi Isacco. Il figlio imperfetto: da leggere senza preclusioni. Aprendo le porte della mente. Ponendosi domande. Abbracciando l’imperfezione.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 300 | Novembre 2018)