di Mauro Meschini – Non solo orrendo testimone dell’incapacità di realizzare qualcosa di positivo, bello e utile in Italia e in Casentino. Da ora in poi ci saranno anche altri motivi per incupirsi ogni volta che ci capiterà di transitare accanto allo scheletro della ex cementeria Sacci del Corsalone, motivi che portano il rudere casentinese, a pieno titolo, alla ribalta delle cronache nazionali considerato che, in qualche modo, si è riusciti a renderlo parte del disastro Banco Etruria.

La notizia è stata diffusa attraverso le pagine on line della cronaca de La Nazione il 3 gennaio, presentando l’ennesimo esempio di come veniva utilizzato il denaro nella banca poi andata a rotoli. In pratica si parla di “62 milioni di finanziamenti mai rientrati, 49 dei quali sono già stato accantonati a perdita, di gran lunga la maggiore sofferenza di Bpel prima del crac. Il credito è quello concesso a uno dei giganti italiani del cemento, il gruppo Sacci, poi finito in concordato fallimentare, di cui era alla guida Augusto Federici, che è stato anche consigliere d’amministrazione della banca fino al 2011 e che è adesso accusato di bancarotta fraudolenta dai Pm del pool che indaga su Etruria, insieme ai colleghi del Cda (tutti quelli presenti alla seduta) che deliberarono sulla pratica“.

Insomma, come altre volte accaduto, le modalità con cui venivano concessi i finanziamenti erano tutt’altro che attente e venivano influenzate, soprattutto, dal nome e cognome del richiedente. Il finanziamento in questione, erogato nel 2008, era di 205 milioni di Euro, necessario a Sacci, quindi a Federici, per acquisire un altro gruppo cementiero. Insieme a Banca Etruria, con i suoi 60 milioni, anche altri istituti di credito e un finanziamento diviso in più linee, alcune poi sostituite da altre, per le quali vengono accese più ipoteche sui medesimi stabilimenti dati in garanzia. Alla fine la crisi del mercato del cemento fa però naufragare tutto e Banca Etruria vede svanire il suo investimento.

Ma come e perché entra nella vicenda anche il mostro del Corsalone? Semplicemente perché è uno degli stabilimenti dati come garanzia e su cui probabilmente si accendono, durante l’intera operazione anche più ipoteche.

Ma chi lo avrebbe detto che quell’ammasso informe di cemento avesse così tanto valore? Soprattutto però a noi sembra strano che, nel 2008, possa essere stato accettato come garanzia da qualcuno, considerato che, a quanto ci risulta, lo stesso stabilimento dal 2003 non era più di proprietà della Sacci, ma di Marino Franceschi, titolare della Marino Fa Mercato S. p. A., che anche al nostro giornale ha più volte parlato delle difficoltà che ha affrontato dal momento in cui ha acquistato l’ex cementeria.

Chissà cosa può pensare adesso, sapendo che mentre in questi anni combatteva con la burocrazia per riuscire a realizzare il progetto che, nel 2003, si ipotizzava, una struttura di sua proprietà veniva utilizzata, da altri, come garanzia per ottenere ingenti finanziamenti.

Una storia che, per quello che sappiamo, ci sembra davvero abbia dell’incredibile. E incredibile è pensare che nessuno si sia reso conto di quello che nel 2008 è stato possibile fare. Non sappiamo la situazione degli altri stabilimenti che furono messi a disposizione per ottenere il credito, ma ci sembra che, per quanto riguarda la struttura del Corsalone, qualcosa, anzi molto, non sia andato proprio nel verso giusto.

Cercheremo di approfondire le notizie e sapere di più su questo specifico fatto, che ha portato un altro pezzo di Casentino nella bolgia Banca Etruria, che tanto male ha già fatto anche a tanti cittadini della nostra vallata.