da Andrea Quartini Consigliere regionale M5S – Il dibattito sulle RSA in questa fase epidemica sta montando in modo trasversale fra tutte forze politiche. Tutte quante esprimono preoccupazione e ipotesi di indirizzi politici da formular per il futuro di tali residenze. Al netto del fatto che io sono, da sempre, schierato, anche prima di aderire al progetto del MoVimento 5 Stelle, verso la gestione diretta pubblica del welfare e perciò ritengo che in questo dibattito deve essere chiaro che il privato, per legittime ragioni di massimizzazione del profitto, non potrà mai garantire la qualità che il pubblico può e deve garantire. Mi si consenta inoltre di segnalare come vi siano spesso anche conflitti di interesse in chi difende la strategia della privatizzazione del welfare, che possono inficiare la bontà morale di chi la promuove. Detto questo, vorrei anche sottolineare, che oltre a governare il presente, la politica dovrebbe invertire l’attuale paradigma degli interventi per la cosiddetta “terza età”. L’Italia, senza risparmiare la nostra regione, ha dei tristi primati in questo ambito, che spiegano peraltro anche l’attuale tristissima trascuratezza nei confronti delle RSA che, non protette adeguatamente, sono diventate focolai epidemici del coronavirus contribuendo non poco alla sua letalità, oggetto peraltro di indagini giudiziarie. Nel 2012, un autorevole studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, rivelò che, purtroppo, l’Italia delle RSA si distingueva sul piano internazionale per alcune cattive pratiche: Prima assoluta fra otto nazioni nell’utilizzo delle spondine dei letti e di cinghie che immobilizzano i pazienti al tronco come mezzi di contenzione. Terza invece dopo Repubblica Ceca e Olanda per quanto riguarda le piaghe da decubito. Quarta nell’uso di psicofarmaci (ci vanno più pesante: Finlandia, Francia, Israele) Seconda dopo Israele per ricoverati che non vengono coinvolti nelle attività sociali. Seconda riguardo al numero di depressi, dopo gli olandesi. Siamo indietro nel trattamento del dolore e vantiamo gli internati più incontinenti d’Europa. Non mi voglio soffermare sui numerosi intollerabili episodi di maltrattamento all’ordine del giorno nelle cronache giudiziarie in tutto il paese. “C’è modo e modo di arrivare al capolinea della propria esistenza. Quello all’interno di una RSA è spesso il peggiore”.
Gavino Maciocco ci ricorda che il Prof. Francesco Antonini, maestro indiscusso della geriatria, affermava che le case di riposo sono la negazione della dignità degli anziani, in quanto vengono privati della libertà e lì la vita quotidiana viene regolata dalla struttura, che li rende passivi e impedisce loro di utilizzare ed eventualmente sviluppare le loro capacità residue – fisiche, intellettuali, affettive -. A causa di tutto ciò le Case di Riposo non fanno altro che accelerare il decadimento degli ospiti, generando depressione e disperazione. “Esistono altre soluzioni per sostenere la fragilità, e anche le condizioni di handicap, degli anziani, senza privarli della libertà e della dignità”. Le soluzioni ci sono, sono note da almeno 40 anni, e recentemente stanno sempre più diffondendosi in molti paesi, tranne che in Italia. Si tratta di strutture costituite da miniappartamenti raggruppati, dotati di servizi comuni: mensa, biblioteca, lavanderia, palestra, pulizie, in certi casi un ambulatorio infermieristico. I miniappartamenti, per singoli o per coppie, del tutto indipendenti, sono dotati dei servizi essenziali, compresa la cucina, con una scrupolosa attenzione alle barriere architettoniche e alla facile agibilità per il transito delle carrozzine. In questo c’è la libertà di vivere nel proprio appartamento in piena autonomia, e di utilizzare i servizi comuni e di fruire della solidarietà degli altri ospiti in caso di bisogno. In Francia queste strutture sono denominate logements foyers, nel Regno Unito sheltered housing. In Francia e Regno Unito queste soluzioni abitative “aperte” convivono con strutture assistenziali tradizionali equivalenti alle nostre RSA, denominate rispettivamente Maison de retraite e de soins de long durée e Care and nursing home. In Svezia invece le strutture equivalenti alle nostre RSA (long term care institutions) sono state abolite nel 1992 e sostituite con unità abitative composte da 10-15 miniappartamenti che dispongono di servizi comuni e di un’assistenza socio-sanitaria disponibile per l’intero arco della giornata: attualmente sono 90 mila gli anziani – anche affetti da gravi condizioni, come le demenze – che fruiscono di questo servizio. Altre esperienze analoghe sono state portate avanti anche in Germania (peraltro, al momento, proprio Svezia e Germania segnano le migliori efficienze europee nella gestione dell’attuale fase epidemica).
Ebbene, anche in Toscana esiste un’esperienza interessante che, pur con difficoltà di varia natura ha dimostrato un grande valore aggregante e capace di rallentare il processo di segregazione degli anziani non autosufficienti, si tratta del Centro Sociale per Anziani di Lastra a Signa, oggetto peraltro di studi davvero incoraggianti. Tuttavia questa esperienza che ha mostrato anche un valore aggiunto in termini di costi (davvero contenuti rispetto alle RSA), resta unica e non mi pare che vi siano, allo stato attuale, intenzioni di replicarla (forse proprio perché costa poco!?). Per usare una terminologia internazionale per descrivere questa coabitazione di comunità, capace di implementare la resilienza stessa delle persone anziane che vivono insieme queste esperienze è stato coniata la dizione “silver cohousing”. Ho apprezzato che il tema del silver cohousing sia stato accettato, in forma di emendamento presentato dal sottoscritto, nell’ultimo Piano Socio-Sanitario Regionale Integrato. Vorrei che questa tragica vicenda emersa, anche a causa di questa sciagurata epidemia, ci facesse riflettere a fondo sulle politiche per la terza età e dalle parole si potesse passare ai fatti anche nel nostro paese e che la regione Toscana facesse da battistrada, visto che in passato era riuscita a fare da apripista con l’esperienza di Lastra a Signa.