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martedì, 17 Febbraio 2026

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Aristide, un “pisciacane” come noi…

«…Il pisciacane è un fiore povero, poco considerato, snobbato dalle bellissime rose di maggio, è quasi una pianta infestante, ce la fa a crescere ovunque, con un carattere sterpigno che gli fa guadagnare ogni angolo di verde esistente. Ne guardo uno e l’associazione alla nostra vallata mi viene spontanea… Perché come il Casentino anche lui ha poca considerazione da parte di tutti, ma grande capacità di adattamento e risorse infinite per continuare a vivere ancora e ancora: il pisciacane come il casentinese in qualche modo ce la fa…»

Queste parole dell’editoriale di CASENTINO2000 di maggio, da ieri in edicola, ci sono sono venute subito in mente leggendo la bellissima e lunga lettera di Aristide Barraud che riportiamo qui sotto. Il mediano di apertura classe 1989, in forza a Mogliano ed ex giocatore dello Stade Francais e della Nazionale Under 20 francese, era rimasto  ferito la sera del 13 novembre 2015 durante gli attentati che sconvoplsero Parigi. Da allora Barraud ha sostenuto diverse operazioni ed è anche tornato in campo per le prime corse, al punto che era trapelato concreto ottimismo circa un suo possibile ritorno al rugby. Adesso però arriva da Mogliano la notizia che nessuno si aspettava. Ecco la toccante lettera pubblicata da Barraud in persona.

Se non è un “piscicane” lui, come tanti casentinesi che resistono nonostante tutto, chi lo è…

“Ho lottato, dal primo giorno in cui mi sono reso conto di cosa era successo. Ho scelto di tornare sul campo contro le raccomandazioni dei chirurghi. Mi hanno assecondato e ho iniziato questo percorso pazzesco, recuperando la forma fisica al di là di tutte le previsioni, grazie all’aiuto ed al sostegno che ho ricevuto. La mia società Mogliano Rugby, i Lyons Piacenza, la Federazione, i miei amici, lo staff, la dirigenza, sono stati fantastici fin dal primo giorno. Nicolò Pagotto e Marcella Bounous mi sono stati vicini quando serviva, senza di loro non avrei potuto fare niente. Giorgio Da Lozzo, con il quale ho fatto dei passi incredibili. La sua professionalità, le sue competenze e la sua amicizia, sono stati le miei armi per continuare a lottare contro le sofferenze che provavo. Ho conosciuto quotidianamente dei dolori che mai avrei potuto immaginare. Ho ricevuto messaggi da tutta l’Italia, tutte sollecitazioni che mi hanno dato la spinta e la carica necessaria per superare positivamente ogni secondo delle mie giornate. Proprio come su un campo da Rugby, dove da solo non sei nulla, insieme agli altri puoi realizzare qualsiasi cosa, quindi mi sono fatto aiutare e ci ho creduto dal primo all’ultimo giorno. Ma adesso qualcosa è cambiato. Da tre mesi ho visto il mio corpo non accettare più lo sforzo fisico e inviarmi segnali negativi, troppi. Ho 28 anni, il mio corpo è a dir poco distrutto. Due mesi fa mi hanno diagnosticato ulteriori problemi causati dalle cure effettuate per tenermi in vita. Con tutti gli altri danni fisici subiti, non sono cose che posso trascurare ed ho iniziato ad aver paura per la mia vita. Tornando a giocare rischio oggettivamente la morte, e morire in campo, davanti ai miei amici e a chi mi vuole bene non mi sembra assolutamente una buona idea. Volevo arrivare fino in fondo, raggiungere l’obiettivo che pensavo fosse tornare quello di prima, ma evidentemente non mi ero reso conto di quanto fosse realisticamente impossibile. Ho lottato con tutte le mie forze e sono vivo, spaccato, distrutto, ma ancora in piedi ben saldo sulle mie gambe. Il rugby mi ha salvato la vita, l’idea di tornare a giocare mi ha salvato la vita. Mi ha tenuto lontano anche dall’incubo della follia. Però adesso devo ascoltare quello che il mio corpo mi sta dicendo da tempo, sono arrivato al limite e non intendo più oltrepassarlo. Mi sono chiesto spesso cos’è davvero il coraggio, se insistere su questa strada sfidando la morte, oppure avere la forza e la lucidità per rinunciare ad inseguire un sogno troppo grande ed irraggiungibile. Non ho una risposta e non la voglio nemmeno trovare, semplicemente mi fermo qui, ma a testa alta. Sono felice per aver vinto l’ultima partita della mia carriera alla presenza di mio papà, di aver messo tra i pali il mio ultimo calcio. Ho dato il massimo superando qualsiasi aspettativa dei medici. Lo stesso ha fatto anche mia sorella, che in quanto a determinazione mi assomiglia moltissimo. Non avrò rimpianti per non averci provato ed è questa la cosa che mi sembra più importante. Adesso ho bisogno di continuare a curarmi, nel corpo e nella testa. Sono stato in “battaglia” dal primo giorno, da quando mi sono svegliato più morto che vivo. Ho bisogno di tempo, ed ho voluto scrivere queste righe perché in questo momento non voglio rilasciare altre interviste e parlare ancora di queste cose. Voglio staccare con tutto, anche con il Rugby. Tornerò, sicuramente tornerò, perché questo sport è la mia vita, ma lo farò quando starò davvero bene e potrò dare il meglio di me stesso per gli altri. Penso che un domani potrò essere utile a quelli che rappresenteranno il futuro di questo sport. Amo il rugby e amo la gente che lo vive con passione. L’Italia mi ha dato tantissimo e un giorno vorrei poter restituire quello che ho ricevuto. Sono stati 4 anni durante i quali sono cresciuto diventando l’uomo che volevo essere. Ho costruito delle amicizie che dureranno per la vita, e una parte di me rimarrà italiana per sempre. Non potrò mai ringraziare abbastanza tutti quelli che mi hanno aiutato e sostenuto, forse il modo migliore è quello di promettervi di non mollare mai e di continuare a vivere con forza e determinazione, tenendo sempre ben stretto nel profondo del mio cuore quanto mi avete dato. Ciao a tutti.” Aristide

 

 

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