di Denise Pantuso – Oggi è impossibile non mettere l’attenzione sulle varie forme che la violenza prende all’interno della società. Ogni giorno siamo avvolti da stimoli che trasmettono la crudeltà con cui certi atti vengono agiti. Soprattutto tra i giovani le relazioni affettive, il proprio corpo e il bene supposto comune sono sempre più presi di mira. Farsi male e fare male stanno diventando sempre più modalità di espressione di sé. Infatti le pratiche violente che incontriamo nei giovani stanno prendendo una direzione diversa da quella che abbiamo conosciuto negli ultimi anni.
La violenza, soprattutto nella sua forma ribelle, si è sempre posta come un richiamo dell’altro educativo, un grido rivolto al mondo, la denuncia di qualcosa che non va quindi un mezzo di comunicazione. La violenza non era muta, chiamava e invocava un’assenza, un valore. Adesso ci troviamo più frequentemente di fronte a due nuove forme di violenza. Da un lato farsi male e fare male con l’intento di godere dell’angoscia che viene procurata agli altri, per soddisfarsi nello spavento con cui il resto del mondo reagisce a quanto vede. Dall’altro lato abbiamo forme di violenza i cui tagli ai bracci, bruciature sul corpo, svenimenti indotti, bere e drogarsi fino a stare male sembrano essere diventate delle pratiche che, lungi dall’essere una soluzione al dolore psichico come siamo abituati a pensare, hanno matrice autodistruttiva.
Siamo di fronte alla pura soddisfazione della pulsione di morte di freudiana memoria. Amici, partner e genitori non occupano nessun posto. Farsi male è un modo di essere. L’adolescente attraverso l’atto violento agisce una scarica mortifera presente in ogni essere umano ma che ciascun essere umano, per mezzo dell’educazione, cerca di deviare su mete che garantiscono la tenuta dei legami. Nell’agire la scarica mortifera non c’è più la vergogna di far vedere i tagli sul corpo, la vergogna del giorno dopo una sbornia, non c’è senso di colpa. Non ci troviamo di fronte alla vita spericolata ed esagerata di Vasco Rossi che si riconosce nel mito di Steeve McQueen ma piuttosto alla vita mortificata e ripetitiva della “Bevanda al gusto di te” di Young Signorino. Tutto concentrato su di sé, nessun incontro con l’altro. Pura ripetizione della mortificazione della vita.
Come spiegare tutto questo? Tante sono le risposte che ci suggeriscono i giovani stessi una volta che giungono da uno psicoterapeuta. Mancanza del confronto tra pari, contatto fisico ridotto, poca percezione del corpo, sfiducia verso gli adulti che non garantiscono più uno sguardo positivo sul mondo. La madre è assente quanto il padre, laddove per assenza intendono “Pensano alle loro cose”, uso ridotto della parola come elemento che vivifica la vita “Le parole non servono a niente”.
Tutte queste risposte per uno psicoterapeuta hanno a che fare con funzioni psichiche che sono venute meno come l’esperienza della conoscenza del corpo, l’autoriflessione, il riconoscimento affettivo, la capacità di simbolizzazione e soprattutto carenza del sentimento della vita, sentimento necessario per non sentirsi “Un oggetto ameno nel mondo”.
Dott.ssa Denise Pantuso Psicologa e psicoterapeuta individuo, coppia e famiglia www.denisepantuso.it – tel. 393.4079178
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