di Martina Naccarato – L’emergenza dovuta alla diffusione del contagio ha messo in evidenza come, gli “handicappati”, siano oggi più dimenticati che mai. Stiamo affrontando il drammatico tema della quarantena da Coronavirus, tenendo conto di quella categoria di persone che qualsiasi decreto emanato dal Governo sembra aver VOLUTAMENTE dimenticato, ovvero, i soggetti diversamente abili.
Come si comprende già dal titolo di questo pezzo, è impossibile negare che, ancora oggi, i portatori di handicap vengono troppo spesso trattati come cittadini di serie B, individui che, a prescindere dalle diverse caratteristiche della loro invalidità, che può essere di tipo motorio oppure intellettivo, vengono comunque ritenuti quasi incapaci d’intendere e di volere, inabili nel provare qualsiasi emozione e nell’instaurare qualunque genere di relazione con la società che li circonda, che, nell’immaginario comune, è costituita da persone apparentemente perfette ed intelligenti che preferiscono non mescolarsi con quelli che loro stessi amano definire handicappati. Purtroppo, quelle di cui abbiamo appena parlato sono cose che accadevano ancor prima che l’Italia ed il mondo venisse a conoscenza del COVID-19, il virus pericoloso ed invisibile che ci costringe a stare tutti chiusi in casa. Ciò detto, non possiamo non affermare che per tutti quei soggetti che, nonostante la loro disabilità vivono una vita normale e felice, ma, soprattutto che non sono soli, sono annoiati dalla quarantena e senza dubbio, preoccupati per l’epidemia, ma dal punto di vista puramente logistico e di gestione della quotidianità non è cambiato assolutamente niente, dato che non vengono quasi mai aiutati da individui che stanno al di fuori della loro cerchia di familiari ed amici. Le persone che invece in questo periodo storicamente drammatico sono ancora più svantaggiate del normale, sono senz’altro quelle che vivono allo stato vegetativo o quasi e che, pertanto hanno bisogno dell’aiuto di specialisti quali infermieri e fisioterapisti che, quasi quotidianamente, si recano nelle loro abitazioni per offrire ai soggetti allettati cure che una persona al di fuori del settore ospedaliero non sarebbe in grado di offrire.
Per di più, ultimo ma non meno importante è il riferimento a tutti coloro che, essendo affetti da un ritardo cognitivo più o meno grave, sono stati costretti da varie circostanze a costruire la loro vita quotidiana e sociale all’interno di centri diurni e strutture specializzate dove purtroppo, spesso vengono “parcheggiati“ individui che risultano essere un peso sia per le loro famiglie che per la società, ecco quindi che in questo modo si crea una sorta di ghetto all’interno del quale vengono inserite e vivono persone che hanno caratteristiche comuni che però sono ritenute un danno e uno scandalo per chi invece è venuto al mondo senza grossi difetti e mancanze visibili.
Infine, in conclusione di questo articolo, permettetemi di fare riferimento al mio libro Leggere la disabilità, scritto e pubblicato nel 2016 da Gattomerlino Edizioni, in cui affermavo che: «Oggi, per riferirsi agli “handicappati” si usa il termine diversamente abili, mentre per designare sia i paesi in via di sviluppo che gli immigrati dell’Africa nera, si utilizza il vocabolo extracomunitari; peccato però, che l’impiego di un vocabolario che appare più rispettoso nei confronti delle sopraccitate categorie, in realtà, non sia altro che un qualcosa che dentro di sé nasconde dell’ipocrisia. Infatti, nonostante la globalizzazione stia annullando, almeno in parte, il pensiero comune, purtroppo, quest’ultimo, non va di pari passo con il pensiero pubblicizzato, infatti, ancora molte persone respingono ogni tipo di “diversità”. Questa è una delle più grandi incongruenze del nostro tempo, non a caso, pur essendo nel terzo millennio, non capita quasi mai di vedere gente diversamente abile o di colore in TV o in ambienti ritenuti d’élite, quali, ad esempio, aziende private conosciute o scuole particolarmente prestigiose. La persona con disabilità, o chi per lui, lotta per il riconoscimento della sua parità ontologica». Perciò, indipendentemente dalla quarantena da Coronavirus, è fondamentale restituire a chiunque la propria dignità umana ed eliminare i pregiudizi e l’emarginazione di qualunque soggetto erroneamente ritenuto inferiore agli altri che lo circondano.