di Matteo Bertelli – Abbiamo sentito, sentiamo (e, purtroppo, presumibilmente sentiremo dire ancora) che la nostra società non è pronta a reggere cambiamenti che vanno ad intaccare la cultura che per anni ha dominato, specialmente nel nostro paese, e plasmato la tradizionale concezione di famiglia che si è radicata in noi. Eppure è sempre stato un comportamento ipocrita negare la presenza di un amore che trascende la diversità di genere, un amore che non è mai stato riconosciuto come legittimo fino a pochissimo tempo fa. Sono stati fatti notevoli passi avanti, dal punto di vista legislativo, per assicurare i diritti che ogni coppia dovrebbe avere e il nostro Casentino non è immune da questa ventata di fresche novità, ma dal punto di vista delle relazioni umane qualcosa è cambiato veramente?

Era il 24 settembre 2016, la legge sulle unioni civili per coppie omosessuali era in piena fase di rodaggio essendo stata approvata da pochi mesi e due ragazze hanno deciso, approfittando di un’opportunità che solo pochi anni fa sarebbe sembrata un’utopia ad alcuni (e un obbrobrio ad altri) di unirsi in quella unione che la legge n.76 del 20 maggio 2016 (meglio conosciuta come legge Cirinnà) ha finalmente reso possibile, dopo anni di lotte da parte della sempre più ampia e fiera comunità LGBT. Sono passati ormai sei mesi da quando il vice sindaco di Bibbiena ha legato Irene e Giuseppina e l’attenzione mediatica è scemata, dopo una vera e propria scorpacciata di attenzioni, ma il punto fondamentale rimane ancora caldo e lo rimarrà sempre: come vivono la loro vita da omosessuali legalmente riconosciute? L’unione civile è un passo di rilevanza fondamentale nella vita sociale della coppia in quanto, dopo il così detto outing, spesso così traumatico da portare a nascondere la propria omosessualità ad amici e parenti, le due persone si mettono ufficialmente in gioco, entrano in un comune a testa alta e mostrano alla comunità intera in maniera ufficiale chi amano, andando incontro ad eventuali commenti e discriminazioni che a questo punto si basano non solo sul sentito dire, ma su un dato di fatto. Commenti che, a detta delle due donne, non sembrano essere arrivati mai in questi mesi né nei passati lunghi anni di convivenza. Per Giuseppina è stato “più facile” in quanto, come ci ha spiegato: “Venendo da Palermo non conosco tanta gente, i pochi con cui ho rapporti di amicizia mi conoscono bene e hanno appoggiato sempre le mie scelte”. Mentre Irene ha dovuto passare anche momenti tristi, da emarginata, più che altro nei periodi dell’adolescenza, quando, si sa, i ragazzi sanno tirare fuori spesso una cattiveria che li fa somigliare in alcuni momenti a delle bestie.

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Problemi che sembra si siano affievoliti molto, al contrario di cosa si potrebbe pensare normalmente, una volta che le due donne si sono ufficialmente legate con l’unione civile. “Per esempio, un giorno, mentre facevamo la spesa a un supermercato, vediamo una signora che ci fissa per parecchi minuti, mettendoci anche un po’ d’ansia addosso!”

Ci racconta Irene: “Ad un certo punto questa si avvicina e ci fa i suoi complimenti e i suoi auguri per una felice convivenza”. Un piccolo esempio che dimostra chiaramente come poche parole riescano a scaldare i cuori, evitando di cadere nel ridicolo sguardo accusatorio tipico delle “maggioranze nei confronti delle minoranze”. Sguardi carichi di disprezzo e talvolta di odio che per loro fortuna le due compagne non si sono mai viste rivolgere contro, sempre circondate comunque da persone che le sostenevano, familiari anziani compresi; una fortuna che tanti altri come loro non hanno (basta ascoltare anche di sfuggita un telegiornale ogni tanto), discriminati ed emarginati da una società che ripudia ogni minima variazione allo standard rodato ormai da millenni. Uno standard in gran parte sostenuto dall’istituzione religiosa a cui siamo più legati, la Chiesa cattolica, ma che per fortuna sembra perdere quella sua intoccabilità anche nelle menti dei più fervidi credenti, come ha lasciato intendere anche Papa Francesco in uno dei suoi amati discorsi. Anche perché, come ci ha spiegato Giuseppina “essere cristiani e essere omosessuali non sono due cose agli antipodi, io credo fermamente in Dio come amore assoluto e so che, nel caso in cui la mia scelta sia veramente sbagliata, verrò punita una volta al suo cospetto; non è ora che dobbiamo essere giudicati. E il cristiano non è omofobo, sono alcuni omofobi a essere cristiani, in quanto persone che cercano di trovare un qualche fondamento alla loro paura nella religione non sono classificabili altrimenti che come omofobi, siano essi buddhisti, shintoisti, musulmani, ecc..”

In una realtà piccola come la nostra, una valle chiusa dove le voci rimbombano da un monte all’altro, andando a toccare ogni appezzamento di terra e sussurrando (o talvolta urlando di rabbia) alle orecchie anche di chi non vuole ascoltare, il gesto di amore di queste due donne non è passato inosservato e ha suscitato, anche reazioni positive, dimostrando una grande fiducia nel genere umano… Ma per loro il motivo per cui questa unione civile è stata importante è perché “è servita ovviamente a noi per veder riconosciuti quei diritti che ci spettano e che finalmente possono essere tutelati, ma soprattutto speriamo sia servita anche a tanti altri e altre che non hanno il coraggio di dichiararsi omosessuali e vivono la loro vita tenendosi questa cosa dentro. Una cosa che deve divenire naturale nella mente delle persone, e spero proprio che vedere noi, e tanti altri, che si mettono “in mostra” con un’unione civile, possa spronare i tanti che si nascondono. La scusa più grande mai sentita è stata che l’Italia non è pronta ad accettare gli omosessuali. Non è vero! L’abbiamo dimostrato noi, l’ha dimostrato il comune di Bibbiena, l’hanno dimostrato i casentinesi!”

(tratto da CASENTINO2000 | n. 281 | Aprile 2017)