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lunedì, 10 Maggio 2021

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Covid, la storia di Cinzia: «Nel periodo in cui ho tenuto il casco ho vissuto e basta…»

di Melissa Frulloni – Purtroppo il Covid ci ha abituati ad ascoltare storie davvero tristi; di cari persi per sempre, di famiglie distrutte, di persone che si sono ammalate e si sono ritrovate sole a combattere, lontane dagli affetti. E poi ci ha abituati anche a storie di rinascita; di chi ha saputo reagire alla malattia e l’ha battuta nonostante tanta sofferenza e dolore. Fa sicuramente parte di questa categoria di storie quella di Cinzia Agostini; casentinese di Bibbiena che, lo scorso ottobre, è risultata positiva al Covid. Insieme a lei, che è stata ricoverata nel reparto di terapia sub intensiva dell’Ospedale San Donato di Arezzo, hanno contratto la malattia anche i figli Fany e Victor, e il marito François.
“Il 27 ottobre 2020 ero a lavoro e ho iniziato ad avere dei dolori. Ho pensato di aver preso freddo, ma quando, anche il giorno dopo, ho avuto gli stessi sintomi e la febbre a 38, ho deciso di chiamare il dottore per poter fare il tampone. Una volta che sono tornati i risultati e purtroppo hanno decretato la mia positività, il medico di base si è attivato con le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale). I medici sono quindi venuti a visitarmi, misurandomi i vari parametri; mi avevano anche portato l’ossigeno in caso ne avessi avuto bisogno, ma purtroppo la saturazione è scesa velocemente e hanno ritenuto indispensabile ricoverarmi.”

Cinzia stava davvero male. Sale in ambulanza lasciando a casa i figli e il marito che, come lei, accusava i sintomi più gravi della malattia. Del viaggio ricorda poco, né la sofferenza, né l’angoscia, solo un pensiero fisso, quello di andare via e lasciare tutta la sua famiglia a casa, da sola.
“All’Ospedale San Donato sono stati tutti davvero fantastici. Ogni sera il primario del reparto, il dottor Scala, telefonava ad una delle mie sorelle, Maria Rita, la più piccola, perché avevo dato a lei il brutto incarico di ricevere gli aggiornamenti sul mio stato di salute. Io non volevo saperli e mio marito aveva da pensare alla sua di salute, quindi avevo delegato a lei questo compito.”
Appena Cinzia arriva in ospedale le viene subito messo il casco per la ventilazione assistita. Respira a fatica ed è necessario prima che i parametri peggiorino ancora.
“Nel periodo in cui ho tenuto il casco ho vissuto e basta. Aspettavo solo che me lo togliessero; contavo le ore, i giorni. Per fortuna avevo capito come mettermi le cuffie per fare qualche telefonata o per guardare Netflix; il tempo passava meglio… Ho visto quel film “Quasi Amici” e vedendo il protagonista in sedia a rotelle, mi ripetevo che lui non avrebbe mai più camminato, mentre io sarei tornata a casa; era solo questione di tempo, era una cosa temporanea, ero fortunata, quella condizione sarebbe passata presto! Pensavo anche a due mie carissime amiche che hanno perso entrambe i mariti; sentivo la loro compagnia, la loro forza. E poi pensavo che alla morte non c’è rimedio, ma al casco sì! Questione di giorni e l’avrei tolto. Questi pensieri sono stati la mia forza; non mi sono mai persa d’animo, non ho mai pianto. Quando sei là dentro pensi solo che devi andare avanti, devi reagire e tornare prestissimo dai tuoi figli e da tuo marito che sono soli, a casa, che ti aspettano. La mia grande e fantastica famiglia è stata fondamentale in quei momenti. Non finirò mai di ringraziare le mie sorelle e fratelli, ma anche il mio babbo e la zia Flora, che mi ha aiutato tantissimo nella fase della guarigione. La loro umanità è stata lo scoglio a cui aggrapparmi e mi ha permesso di superare tutto questo.”

Cinzia ha tenuto il casco per una settimana, poi ha iniziato a migliorare ed è stata spostata in reparto. Ci ha raccontato che i ricoverati erano ogni giorno di più, non c’erano più posti, con i malati che arrivavano in continuazione. È stata dimessa e non c’è stato neppure il tempo di farle fare la riabilitazione; è tornata a casa e quando è scesa dall’ambulanza, è stata la prima volta che rimetteva i piedi a terra dopo davvero molto tempo…
“Nel piazzale di casa ho visto i miei figli e mio marito, erano lì ad aspettarmi, è stata una gioia immensa! La prima cosa che ho fatto è stata una lunga doccia e poi, piano piano, ho cercato insieme alla mia famiglia di tornare alla normalità. I giorni che abbiamo passato insieme, a casa, dopo le mie dimissioni, sono stati bellissimi. Ho apprezzato tanto la loro compagnia; una cena tutti insieme era una festa… Questo perché rivivere è davvero fantastico! Quando una cosa del genere ti tocca capisci che non puoi può perdere tempo; dopo quello che mi è capitato ho smesso di stare al telefono, mi sembra uno spreco di tempo e preferisco fare altro. Sono rimasta abbastanza scioccata da tutta questa esperienza che mi ha sicuramente cambiato la vita su tanti aspetti. Pensa che mio marito è dimagrito 10 kg, mentre io 8. Lui ha avuto molta paura, si è sentito solo e nei giorni in cui ero ricoverata pare abbia mangiato solo qualche yogurt.”

Quando Cinzia è tornata a casa le cose sono lentamente tornate alla normalità. I suoi figli sono tornati negativi dopo 20 giorni e poi è toccato anche a lei e suo marito. Entrambi hanno comunque avuto strascichi importanti, problemi rimasti anche quando il Covid se ne è andato.
“Ho avuto la polmonite bilaterale intersezionale critica che lascia postumi importanti. Oltre alla stanchezza, sento dolore in mezzo allo sterno quando respiro. Sono spesso triste, un po’ depressa… Quando lo sconfiggi ti senti forte, ma poi ti cade il mondo addosso, ti vengono mille paure, sia per te che per gli altri. Spesso non trovo le parole in determinate occasioni o non mi viene il nome di una pianta o di una cosa. A volte ho i geloni, a causa della microcircolazione che ha subito e poi, ho ancora un labbro anestetizzato, che è anche diminuito di spessore, perché quando ero ricoverata ho avuto un herpes importante su bocca e naso dato dallo stress e dall’abbassamento delle difese. Sono allucinata da tutto quello che mi è successo, è stato terribile!”
Da un lato Cinzia ha avuto il sostegno di tantissime persone; della sua famiglia in primis, ma anche di vicini e amici che le hanno fatto la spesa, preparato dolci e lasagne. Purtroppo però ci sono state anche persone diffidenti, che avevano paura ad avvicinarsi a lei e al suo negozio di parrucchiera una volta rientrata a lavoro. Questo le è dispiaciuto molto e purtroppo mostra che su questo tema c’è ancora tanta ignoranza e disinformazione.
“Una cosa che ho sicuramente sbagliato e che non rifarei se potessi tornare indietro, sarebbe quella di non chiamare subito le mie clienti prima di aver avuto il risultato del tampone. Purtroppo stavo male, non ci ho pensato e non ho chiamato nessuno… Avrei dovuto dirlo, è stato un errore, lo riconosco. Dal momento in cui ho saputo della mia positività le cose sono precipitate; il giorno dopo ero con il casco, con l’ossigeno perché non riuscivo a respirare.”

Una volta tornata negativa Cinzia si è sottoposta agli esami del sangue per verificare che nel suo corpo fossero presenti gli anticorpi al Covid. Questo le ha permesso di aiutare a sua volta, come molte persone avevano fatto con lei nel momento della malattia, una sua vicina di casa, una signora molto anziana che, vista l’età, ha davvero rischiato grosso: “La mia vicina è stata ricoverata il 24 gennaio all’Ospedale San Donato come positiva al Covid. L’equipe che l’ha seguita è stata molto accorta con lei e non appena i suoi parametri sono migliorati, i medici l’hanno traferita alla Fratta, in attesa di negativizzarsi. Un gruppo di volontari ha fatto di tutto per farla tornare a casa il prima possibile dopo il lungo ricovero che l’aveva disorientata e fatta sentire molto sola. Alla fine ce l’ha fatta! Ha sconfitto il Covid ed è potuta tornare nella sua casa, circondata da quei volontari che l’hanno sempre sostenuta e continuano a farle la spesa e a cucinare per lei. È una donna davvero forte e alla sua età sconfiggere una malattia del genere non è cosa da poco!”

Per Cinzia, così come per tutte le persone che hanno avuto il Covid e che sono stata ricoverate in Ospedale, affrontare questa malattia è stata davvero dura. È sicuramente un’esperienza molto difficile da superare, un vero e proprio shock, sia psichico che fisico. I sintomi di quello che viene definito “Long Covid” sono sempre più frequenti in chi è stato in terapia intensiva o sub intensiva e sono ancora oggetto di studio.
“Sono felice perché ormai è passato. Spero solo che le cose si normalizzino per tutti e che la nostra vita torni ad essere quella di prima, prima che arrivasse questa terribile pandemia. Sì, perché adesso si farà strada un’altra malattia, soprattutto tra i giovani che stanno soffrendo molto l’isolamento e l’impossibilità di rapportarsi con i coetanei… la depressione! Loro si sentono come mi sentivo io sotto al casco… In trappola!”

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