di Melissa Frulloni – “Il momento più brutto è stato quando mi hanno comunicato la positività al Coronavirus. Poi ho dovuto dirlo ai miei familiari, ai miei cari… Avere la febbre perennemente, la tosse stizzosa e la dispnea ogni giorno era un incubo. Ero sottoposto ad emogasanalisi per monitorare costantemente i livelli di saturazione nel sangue. Le mie giornate le passavo in isolamento nella stanza dell’ospedale, senza vedere nessuno…”
Inizia così il racconto di Cristiano Romani, infermiere del 118 di Arezzo, da sette anni impegnato nell’emergenza territoriale. Originario di Capolona, vive ad Arezzo ormai da venti anni. Scoprire di essere positivo al Covid-19 è stato uno shock per lui, abituato ad aiutare gli altri si è ritrovato a passare da soccorritore a soccorso. Ci ha raccontato la sua esperienza, il suo contatto diretto con il Covid-19, le paure, ma anche le speranze, i momenti in cui i miglioramenti facevano intravedere una luce e la possibilità di uscirne, di liberarsi del virus. Le preoccupazioni non erano poche durante i giorni del ricovero, ma Cristiano sapeva di essere in buone mani: “Sono stato ricoverato nel reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale San Donato, dal 21 al 30 di marzo. L’equipe a cui sono stato affidato è un eccellenza, con in testa il suo primario, il dottor Tacconi, che si è dimostrata estremamente professionale. Sia lui che gli altri operatori sanitari mi hanno supportato molto anche dal punto di vista umano e morale, nonostante le difficoltà e la pressione lavorativa a cui sono continuamente sottoposti.”
Quando è iniziata l’emergenza, Cristiano era in forza al 118; il suo compito era quello di rispondere alle chiamate di emergenza, prestando soccorso sia sull’ambulanza che sull’automedica, insieme al medico dell’emergenza. Una posizione la sua in prima linea che lo ha portato ad entrare in contatto con persone positive (o possibili tali) al virus. Per questo ha dovuto modificare molti aspetti del suo lavoro, adottando tutti i dispositivi di protezione previsti in questi casi: “Purtroppo il Covid-19 ha modificato profondamente le nostre vite e soprattutto il nostro modo di lavorare. È cambiato il nostro approccio al paziente ed è cambiato il modo di intervenire sui luoghi dove c’è bisogno di soccorso. È impensabile non utilizzare i dispositivi di protezione individuale, la cosa davvero problematica è che scarseggiano e questo non è accettabile!” Chi, come Cristiano, lavora in prima linea per fronteggiare l’emergenza, deve poter operare in sicurezza e capiamo il suo disappunto pensando alla mancanza di mascherine o di altri DPI. “Fare emergenza sanitaria è sempre stato il mio sogno, ma durante l’epidemia, più volte ho temuto di contagiare i miei cari o la mia compagna. Le attenzioni che ho seguito sul lavoro sono state tantissime, ma purtroppo, questo è un virus subdolo che ti colpisce quando meno te lo aspetti, proprio come è successo a me.”

C’è stato un episodio che le è rimasto in mente di questo periodo, che l’ha colpita particolarmente? «Sicuramente il ricordo dei giorni in cui il Coronavirus ha cominciato a picchiare duro in tutta Italia. Nuove disposizioni ad ogni ora, l’istituzione delle zone rosse e le migliaia di chiamate alla centrale da parte delle persone giustamente preoccupate della situazione. E poi l’organizzazione della nuova situazione di emergenza, la preoccupazione per i DPI insufficienti, l’ansia di “portare a casa” il virus e infettare i nostri cari…È stato un crescendo, un’accelerazione quotidiana di paure, insicurezze, malati, morti, che purtroppo tutti conosciamo bene.»

Avendo vissuto l’esperienza del contagio, c’è un momento bello che ricorda durante il decorso della malattia? «Il momento più bello è stato quando ho cominciato a migliorare! E soprattutto quando ho ricevuto messaggi di auguri da tantissime persone. L’affetto di chi mi conosce è stato travolgente! Mi hanno scritto sui social, per telefono, con ogni mezzo disponibile, non mi hanno fatto mancare il loro affetto e il loro appoggio. E poi un altro momento che ricorderò per sempre è stato quando sono tornato a casa dall’ospedale… Ora aspetto di riabbracciare tutti i miei cari, poi di rientrare a lavoro. Sto bene, ma sono ancora in isolamento domiciliare fino a che i tamponi non si saranno negativizzati.»

Come crede che sia stata gestita l’emergenza a livello politico locale? «La pandemia, localmente è stata gestita come a livello nazionale. Purtroppo ci siamo fatti trovare impreparati, e poi, giorno dopo giorno, i politici hanno tentato di recuperare, avendo anche a che fare con i numerosi decreti emanati dal Governo… E per ripartire sarebbe importante fare i tamponi a tutti! Come è successo in Veneto, un vero e proprio screening di massa. Chi è positivo, viene messo in quarantena per i giorni necessari, mentre i negativi possono, con le precauzioni del caso, condurre una vita “normale”. Inoltre, 15 commissioni e 450 esperti… Ovviamente non sanno cosa voglia dire gestire una media, piccola o piccolissima azienda, perché, tra i tanti esperti chiamati per far ripartire l’Italia, non vengono convocati anche imprenditori e operai delle piccole e medie aziende?»

Sì, sicuramente il virus ci ha colti tutti di sorpresa. Quando le notizie sul Covid-19 iniziarono a circolare in Italia, nessuno si sarebbe immaginato di precipitare in una situazione di questo tipo. La Cina sembrava lontanissima, le mascherine un oggetto non bene indentificato che nei paesi asiatici le persone erano già abituate a portare; non sembrava così strano vederle sul volto di tutti. Poi però quando prendi la macchina per andare a fare la spesa e vedi il viso dei casentinesi coperto da questo dispositivo ormai diventato indispensabile, sembra tutto incredibile. Vedere film o trasmissioni tv in cui la gente sta vicina, si abbraccia, sembra un ricordo lontano, sta diventando sbiadito, come una vecchia foto che sappiamo far parte di un mondo, di una normalità che almeno per adesso, non riusciremo a ritrovare. Non è facile vivere dopo il Covid, non sarà facile conviverci… L’impennata del delivery, le pubblicità che ci dicono di restare a casa, i continui messaggi che ci incitano a crederci, che ce la faremo, ripartiremo, sono ormai all’ordine del giorno, già inseriti con forza nella nuova idea di normalità, mutata anche in Casentino, la nostra piccola e isolatissima valle in cui pensavamo nulla avrebbero fatto passare le nostre montagne.
Chi come Cristiano ha superato la malattia, porta a tutti noi una testimonianza importante, quella di chi ha sofferto, di chi si è trovato faccia a faccia con “il mostro” e l’ha sconfitto… La loro forza sarà la nostra per poter andare avanti, per poter riuscire (anche se con la mascherina!) a pensare positivo… Alla ricerca di quella che sarà per tutti una nuova normalità.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 318 | Maggio 2020)