di Francesco Meola – Ci sono passioni che nascono piano, altre che esplodono fin da piccoli e non smettono mai di bruciare. Quella di Mirco Mengoni per le moto è nata quando aveva appena cinque anni ma è cresciuta nel tempo, diventando prima adrenalina, poi scoperta e infine vera avventura.
In questa intervista il motociclista casentinese ci racconta il suo percorso, le emozioni della prima caduta, l’ispirazione ricevuta dal padre e, soprattutto, il viaggio incredibile che l’ha portato dall’Italia fino al cuore del Marocco, tra temperature estreme, sabbia, accoglienza e libertà. Un racconto che sa di strada, polvere e sogni a fari accesi.
Ciao Mirco, raccontaci un po’ chi sei e come nasce questa passione per la moto «Sono nato nel 1993, vivo a Bibbiena, sono babbo di una bellissima bambina e lavoro nel settore elettrotecnico. Fin da piccolo ho guidato tutto quello che trovavo possibile guidare a quell’età fino a quando mio babbo non mi ha comprato una piccola moto: un Grizzly 12 della Malaguti che ricordo ancora oggi».
C’è stato un momento o una persona che ti hanno ispirato? «Si, mio babbo quando mi ha regalato la moto di cui parlavo pocanzi. Era un appassionato ed è stato lui a ispirarmi, anche se non ha mai insistito affinché la utilizzassi. Anzi, dovevo supplicarlo per poterla usare e forse è stato proprio quello a invogliarmi a usarla ancora di più».
Che emozioni hai provato la prima volta che sei salito in sella a quella moto? «Avevo appena cinque anni e la prima cosa che ho provato è stato cadere!! Diciamo che i primi tempi era più facile cadere che andare dritto…».
Cosa rappresentano per te le due ruote: libertà, sfogo, avventura…? «I primi tempi, quando uscivo con le moto da enduro, lo facevo per sfogarmi, provare una scarica d’adrenalina, condividere la passione con altri ragazzi e raggiungere posti altrimenti non accessibili. Poi, con il tempo, ho scoperto il viaggio e da quel momento è diventata avventura».
Preferisci la strada, la pista o l’off-road? «Mi piace l’off-road. La moto che ho attualmente, infatti, mi consente proprio questo tipo di percorsi, anche se non troppo impegnativi. In pista, invece, non ci sono mai andato mentre la strada, per come la vivono molti motociclisti, a mio avviso è troppo pericolosa».
Hai un modello di moto che sogni di avere o che per te è “il massimo”? «Dopo le ultime esperienze vissute, posso dire che il mio modello di moto perfetta è molto simile a quella che ho già; magari, però, con un peso ridotto che consenta di fare lunghi spostamenti in maniera confortevole e che sia più manovrabile nei tratti più tecnici. Nel deserto del Marocco, ad esempio, ho trovato molta sabbia e mi sono sentito in difficoltà essendo la mia moto molto pesante, mentre il mio amico, Gianmarco, con la sua aveva molti meno problemi. Che sia dipeso anche dal pilota?… (sorride, n.r.d)».
Quanti viaggi importanti hai fatto prima di quest’ultimo in Marocco? «Ho girato molto con la mia compagna, soprattutto in Italia ma anche in Francia, Corsica e Croazia; tutti viaggi abbastanza impegnativi ma niente a che vedere con quest’ultimo. Anche se a marzo abbiamo percorso oltre 6.000 km in Turchia sfiorando il confine con l’Armenia: un’esperienza mai fatta prima di allora».
Parlaci del viaggio dall’Italia al Marocco… «Siamo partiti a metà settembre e siamo stati via due settimane. Abbiamo deciso di arrivare in Marocco percorrendo tutto l’itinerario via terra perché non volevamo prendere nessun tipo di scorciatoia. Cinque giorni dopo la partenza siamo arrivati a Marrakech, percorrendo i primi 3.000 km del viaggio. Poi abbiamo proseguito verso la costa fino al confine mauritano. L’idea iniziale era quella di arrivare a Dakar, in Senegal, ma il tempo di cui disponevamo non ci ha permesso di giungere dove volevamo. Al ritorno siamo passati all’interno del Paese, attraversando il deserto del Sahara al confine con l’Algeria: quella è stata decisamente la sfida più grande e ci ha visti tornare a casa con 9.000 km in più sul tachimetro».

Quali sono state le difficoltà maggiori? «Le temperature e la presenza della sabbia, condizioni sconosciute fino ad allora. Di media c’erano 45 gradi e la notte, a differenza di quello che pensavamo, la temperatura rimaneva sempre alta. Bevevamo quattro litri di acqua al giorno senza che ci bastasse. Un’esperienza che non dimenticherò mai è stata quando è tramontato il sole: eravamo ancora nel deserto, senza segnale, con poca acqua e una tempesta di sabbia in arrivo. Fortunatamente, dopo aver percorso 50 chilometri, abbiamo trovato qualcuno che ci ospitasse. Ci siamo addormentati sotto le stelle in una stuoia bevendo il famoso thè con menta marocchino; in quel momento, quella che era una semplice costruzione di paglia e terra, ci è sembrata un albergo a cinque stelle».
E le esperienze più belle, invece? «Quando abbiamo percorso 100 km lungo il bagnasciuga incontrando perlopiù pescatori: con loro abbiamo bevuto del thè e fatto due chiacchiere ma devo dire che ogni qual volta ci fermavamo siamo sempre stati accolti con grande ospitalità da tutta la gente del posto. Inoltre, abbiamo avuto la possibilità di dormire di fronte al mare mangiando pesce appena pescato e lavandoci con una canna di gomma. È stato davvero qualcosa di unico».
Cosa ti ha lasciato quest’esperienza? «Con questo viaggio mi sono convinto ulteriormente del fatto che i luoghi meno turistici e affollati siano i migliori. Le persone che vivono queste realtà sono solitamente più autentiche e hanno tanto da raccontare».
E i prossimi progetti? «Non so ancora quali saranno le prossime avventure ma vorrei ritornare nel deserto. C’è ancora tanto da scoprire ed è un luogo che vorrei conoscere più a fondo».
Insomma, si capisce che per Mirco il vero viaggio non è solo quello che si misura in chilometri, ma quello che si porta dentro. E anche se il prossimo itinerario non è ancora deciso, una cosa è certa: continuerà a cercare nuovi orizzonti, con la curiosità di chi sa che ogni strada, soprattutto quella meno battuta, ha sempre qualcosa da insegnare.


