Daniele Bernardini entra nel merito delle deleghe affidate, pochi giorni fa, da Roberto Vasai, presidente della provincia di Arezzo, ad alcuni consiglieri provinciali:
“Tutto previsto, o meglio un copione già scritto, ma soprattutto, già visto. Come il risultato delle elezioni – che hanno coinvolto solo i consiglieri ed i sindaci della provincia escludendo di fatto i cittadini – anche l’affidamento delle deleghe era assolutamente scontato, nonostante le indicazioni di Vasai fossero di tutt’altro tenore ed i miei timori considerati, fin dall’inizio, strumentali. I partiti, alla fine, hanno ottenuto ciò che volevano e le deleghe vanno a confermare il ripetersi, nonostante tutto, di un modo di operare conosciuto fin troppo bene. Il partito di riferimento ha voluto, anche in questo caso, occupare tutti gli spazi disponibili. Le belle enunciazioni sulla rappresentatività, anche in questo caso, hanno avuto solo la funzione di dare un “tono diverso”, ad un’antica pratica, mai abbandonata, se non a parole, appunto.
La provincia, trasformata in un ente di secondo livello, avrebbe dovuto essere un “ente di tutti”, perché solo così la politica avrebbe dimostrato di andare incontro alle esigenze del momento storico e soprattutto della gente e dei territori. Il senso della mia partecipazione a questo percorso, come già spiegato in varie occasioni, non era ovviamente quello di espugnare qualcosa o di ricoprire qualche carica, bensì quello di gettare un seme in un sistema radicato da mezzo secolo. Le deleghe assegnate dal Presidente, invece, dimostrano quanto già temevamo: si cambia tutto, per non cambiare nulla.
Prendiamo atto, ma non ce ne faremo una ragione. Piuttosto ripartiamo da un dato importante che, in tutto questo, mantiene alto il suo valore: il fatto che il 30% dei consiglieri abbia accolto e scelto di dare la propria fiducia al movimento civico, è un risultato. Per noi “civici” qualcosa, nel falso cambiamento, da oggi è realmente mutato: in consiglio provinciale ci sono tre rappresentanti nostri, tre persone che porteranno all’interno delle problematiche provinciali, le istanze dei territori, la loro voce, i loro bisogni.
Anche quella delle deleghe non è una nostra sconfitta, bensì l’ennesima debacle della politica nostrana – e non solo – che, presto o tardi, sarà pagata amaramente. Noi continueremo a rappresentare, al contrario, i territori, le loro problematiche. Perché è di questo che dovrebbe occuparsi la politica e non certo di correre al riparo da incursioni, mettendo persone giuste al posto giusto.
Molta amarezza per questa ennesima dimostrazione dell’ovvio, ma anche la consapevolezza che è proprio perché le pratiche non sono affatto cambiate, che il nostro ruolo diventa sempre più importante”.