di Denise Pantuso – Su Facebook la foto qui accanto ha suscitato un dibattito acceso nei commenti. Questa scultura si trova ad Heihe in Cina ed è stata realizzata dallo scultore Zhang Yaxi. Dalla foto non si vede, ma proprio sotto c’è un’incisione che scrive “La conoscenza è potere”. La diatriba ha portato a galla una serie di pensieri contrastanti su due punti. Il primo è che la conoscenza non cambia l’uomo, l’altra è che è uno stereotipo pensare che la conoscenza possa avvenire solo attraverso i libri e l’insegnamento visto che internet è ricco di informazioni molto accessibili.
Per ciò che riguarda il primo punto ho notato che c’è una sovrapposizione molto frequente tra sapere e conoscenza. La conoscenza per i filosofi, ma direi anche per la psicologia non è riferita a ciò che si sa. ma al potere trasformativo che ha in noi stessi ciò che sappiamo. Cosa intendo dire. Se pensiamo ad un percorso di cura psicologica sapere di cosa si soffre non cambia la vita di nessuno. Il sapere in quanto consapevolezza è soltanto il primo, seppur lungo passo per la conoscenza e della cura.
Infatti si trova subito un ostacolo, ovvero che ciò che si sa non ci rende differenti, com’è possibile? Affinché una cura, così come sapere i contenuti di un testo possa davvero trasformare un pensiero, una credenza, un giudizio delle cose è necessario confrontarsi con l’idea che ciò che sappiamo, ciò di cui siamo consapevoli non è il solo effetto delle variabili umane che noi riusciamo a vedere. Affinché il sapere divenga un apprendimento che lo trasforma in conoscenza è necessaria la disponibilità a rivedere il nostro senso delle cose e gli elementi con cui facciamo i conti. Serve uno sguardo aperto sul mondo e su se stessi.
Allo stesso tempo possiamo dire che conoscere un testo o apprendere attraverso l’insegnamento è come apprendere sui mezzi digitali? Qui ci vengono in aiuto le ricerche sullo sviluppo della mente nel bambino. Abbiamo ormai già un’evidenza reale di come l’uso del digitale cambi la mente umana, mettendo in difficoltà i livelli di attenzione, di concentrazione, la costruzione del linguaggio, la disponibilità a mantenere a lungo l’attenzione su un solo stimolo e inevitabilmente la costruzione dei pensieri. Il digitale ha trasformato anche la percezione delle relazioni umane non solo nei bambini ma anche negli adulti. L’iperstimolazione che il digitale offre crea una dispersione di informazioni, frammenta la costruzione del pensiero, passivizza in quanto non c’è più la ricerca attiva delle informazioni ma proposte di link di approfondimento da parte dei motori di ricerca.
L’iperstimoalzione non dà tempo alla nostra mente di sviluppare quella capacità che lo psicoanalista Wilfred Bion chiamò l’apparato per pensare i pensieri elemento necessario all’uomo per impedire che l’emotività agisca “di pancia” come in realtà la società contemporanea considera oramai un mantra sacro. Agire di pancia è la chiara espressione dell’assenza della capacità di pensare, difficoltà di passare dal sapere alla conoscenza, è la chiara espressione di una difficoltà a farsi trasformare dalle condizioni della vita rimanendo quindi nella frustrazione, nell’odio e nel rifiuto di quanto è diverso da ciò che la pancia dice. Il digitale inoltre, diversamente dall’insegnamento è privo della voce umana, è privo di uno sguardo che sollecita o a volte squalifica ciò che noi stiamo imparando.
Non c’è nessuno nel digitale a fare da specchio a chi io sia, solo l’io del narcisismo primario di freudiana memoria è lì a vivere di se stesso. Gli studi della mente umana però ci dicono una cosa fondamentale dell’uomo: se le cose non accadono con un simile accanto il bambino perde il sentimento della vita, l’adulto si chiude in un mondo in cui possono esistere solo i suoi pensieri e tutto il resto è rifiutato quando non eliminato.
Dott.ssa Denise Pantuso Psicologa e psicoterapeuta individuo, coppia e famiglia www.denisepantuso.it – tel. 393.4079178
(Rubrica ESSERE L’Equilibrio tra Benessere, Salute e Società)


