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sabato, 6 Giugno 2026

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Don Carlo Ghezzi, un destino di fratellanza e altruismo

di Eugenio Milizia – Ci sono vite che brillano sotto i riflettori, celebrate con clamore e, alla loro fine, anche con funerali nelle “location in”, a volte perfino di Stato. Succede spesso. E poi ci sono vite che scorrono invisibili, senza una riga sui giornali, eppure dedicate fino all’ultimo agli altri. Quella di don Carlo appartiene a questo silenzioso esercito di grandezza: un uomo che ha scelto sempre l’altro prima di se stesso.

Grazie all’Associazione Nazionale Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare, oggi si è tratto fuori dall’oblio don Carlo, soldato nella Prima guerra mondiale, decorato con medaglia al valore militare per i suoi meriti sul campo. Poi monaco camaldolese. Nella Seconda guerra mondiale Cappellano militare, quindi prigioniero deportato volontario, morto in un lager lazzaretto nazista 80 anni fa.   La sua vita è stata scandita da cinque atti di coraggioso volontariato, scegliendosi un percorso di fratellanza e altruismo, anche a rischio della propria vita.

La sua scelta di vita: il volontariato In una famiglia nobile, Antonio Santi Ghezzi nasceva nel 1895 a Cortona, dal conte Antonio Ghezzi e Virginia Ganaceschi.  Aveva appena diciannove anni quando, allo scoppio della Prima guerra mondiale, decise di arruolarsi volontario. Nessuno lo obbligava: era un giovane benestante, con un futuro già delineato agiato e sicuro. Eppure, scelse la trincea nel nord-est dell’Italia, nel 1915. Fu ferito presso la Rocca di Monfalcone. In seguito, venne insignito per il suo comportamento della medaglia al valore militare e per i suoi meriti venne promosso sul campo Tenente.

Rientrato a Cortona alla fine del conflitto cominciò a porsi il problema esistenziale per circa cinque anni: quale scelta di vita avrebbe potuto fare per inserirsi nella società?

Probabilmente, durante la guerra imparò che la vita non vale nulla se non la si spende per un buon fine: fu in quel periodo di fango e fuoco che nacque in lui l’idea che il dolore altrui non andasse solo consolato, ma lenito in qualche modo. Quell’esperienza, che per molti sarebbe stata un trauma da dimenticare, per lui divenne invece una promessa: servire gli uomini dove soffrivano di più. E questa promessa non l’avrebbe mai più tradita, ma perseguita fino alle estreme conseguenze.

Cosicché, tra tante comode scelte, che avrebbe potuto fare un giovane ricco e brillante come lui, intraprese la via religiosa.

Antonio Santi Ghezzi diventa Monaco camaldolese Aveva 29 anni, nell’estate 1924, quando il giovane Antonio Santi Ghezzi oltrepassava il portone della clausura per chiederne l’ingresso, che gli veniva concesso con qualche riserva, solo per la sua età. Nel 1925 iniziava il noviziato sotto la direzione di don Pier Damiano Buffadini, passato poi all’eremo di Monte Giove il 10 gennaio 1926, don Carlo Maria, questo il nuovo nome che gli fu assegnato all’inizio dell’anno di prova, ivi emetteva i voti temporanei della durata di un triennio. Nel 1929 emetteva i voti solenni sempre nello stesso eremo di Monte Giove.

Fu questo un secondo atto di volontariato: nuovamente fu un uomo che lasciava ancora i privilegi per farsi monaco!

Il suo monachesimo fu tutt’altro che contemplativo: era un uomo che si dava per intero. Servì nella foresteria camaldolese, nella parrocchia di Fabriano e nella comunità, con una dedizione instancabile e persino impulsiva, come ricordano le cronache dell’epoca. Lì, negli anni della vita religiosa, maturò l’idea che la fede senza l’azione è solo un’idea chiusa nelle tranquille stanze della Sacrestia. Lodevole, ma solo un atto astratto, non utile per l’aiuto dei bisognosi.

Quando l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale, non aspettò di essere chiamato, ma fece il suo terzo atto volontario, chiedendo di tornare tra i soldati, questa volta non con più con un’arma, ma con un breviario e un cuore più grande delle ferite che avrebbe incontrato, con il ruolo di Cappellano Militare di sanità.

Il Treno Ospedale n. 32 Il 29 dicembre 1940 partì per Acquaviva delle Fonti (BA), assegnato al Treno Ospedale n. 32, un convoglio di nove vagoni dove venivano caricati i feriti provenienti dalle campagne di guerra di Grecia e Albania.

Sul Treno Ospedale, don Carlo fece più di quanto ci si aspetterebbe da un Cappellano:

– celebrava messe nelle stazioni, sulle banchine, nelle piazze ferroviarie;
– organizzava biblioteche improvvisate con mille libri raccolti in pochi mesi;
– preparava analfabeti alla licenza elementare;
– curava feriti che, a volte, morivano stringendogli la mano.

La sua pastorale religiosa era centrata sulle devozioni popolari: semplice, affettiva, diretta al cuore. Parlava agli uomini feriti e sofferenti non di concetti astratti: niente teologia alta, niente discorsi criptici, ma parole comprensibili, gesti concreti, vicinanza umana. Questo rendeva il suo modo di essere Cappellano irresistibile anche per molti non credenti.

Quando sul treno c’erano dei militanti che stavano meglio, volentieri si soffermava ad approfondire con loro testi di cultura religiosa alla loro portata. Particolarmente curata era la preparazione che impartiva per il precetto pasquale e per alcune feste particolari, tra cui quella del S. Cuore, cui i soldati venivano consacrati. Queste celebrazioni venivano seguite non solo dai soldati, ma anche dagli Ufficiali, sottufficiali e dal personale di servizio sui treni. don Carlo ebbe anche il suo daffare con persone che di religione non volevano saperne, sia tra i soldati che tra gli ufficiali, che lui definiva “spine dolorose” nel suo fianco di Cappellano. Comunque sia, basava i suoi discorsi su gesti e parole che creavano familiarità, conforto e senso di protezione, difficile da non accettare, anche da parte dei non credenti. Lui si poneva con modestia e come semplice umano davanti ad altri umani!

Quella che portava fra i sofferenti, era una fiducia in Dio attraverso i suoi gesti concreti di cura e per il sollievo delle sofferenze, molto più che attraverso riflessioni dottrinali, incomprensibili per i più!

Per questo sul treno ospedale funzionava così bene la sua opera, perché parlava diretto ai soldati!

Si compiva così il suo desiderio di dedicarsi al servizio dei militari feriti in guerra con la sua missione tra quegli sfortunati, celebrando la S. Messa “con semplice spiegazione evangelica e distribuendo le comunioni”. Già il 7 gennaio ‘41 accompagnava da Bari a Torino sul treno ospedale, ben 318 soldati feriti nella campagna di Grecia.  Questi viaggi erano estenuanti, durando anche 70 ore con pause in diverse stazioni. Ritornato ad Acquaviva trovava nuovi feriti, per i quali esercitava le solite azioni liturgiche, comprendenti anche la confessione su richiesta. Don Carlo non pensava solo all’ aspetto spirituale, ma pure ad iniziative che distraessero i soldati dalla loro precaria situazione, come ad esempio una Sala Ritrovo “frequentatissima”, munita di carta da lettere con buste e cartoline per la corrispondenza con i familiari, libri, giornali, riviste, che venivano distribuiti tra i militari per la loro istruzione e per il loro conforto, c’erano anche radio e grammofono.  Per tutti un grande sollievo.

A conclusione di ogni giornata faceva “una breve conferenza”. Sul Treno Ospedale. L’avvicendarsi continuo dei soldati in viaggio non permetteva una pastorale continuativa e quindi più incisiva. Consapevole di questa difficoltà, don Carlo non si perde d’animo. Fa tutto ciò che può nelle situazioni in cui si trova ad affrontare giorno dopo giorno. Il secondo viaggio da Bari a Livorno e Forte dei Marmi ancora il pieno del treno, sempre con 318 feriti non fu meno pesante del primo in quanto a fatiche. E così via… per circa due anni.

I pellegrinaggi, dalle stazioni fino al Vaticano Durante questi viaggi, si facevano delle soste importanti, come in uno dei viaggi alla volta di Livorno, la tappa al Santuario della Madonna di Montenero, o di passaggio da Ancona, la tappa al Santuario di Loreto, dove celebrava l’eucaristia per i militari e il personale di servizio che li accompagnava. Oltre i santuari per la celebrazione eucaristica si utilizzavano anche il Piazzale di qualche stazione ferroviaria o qualche chiesa vicina alla stazione. Una sosta particolare va ricordata: di passaggio da Roma il 23 aprile 1941 la celebrazione della Messa nelle Grotte Vaticane sulla tomba di s. Pietro, seguita dall’ udienza dal papa, Pio XII, commosso per tanto calore espresso dai soldati alla sua persona. Passando da Roma non mancava mai di raggiungere i suoi confratelli camaldolesi del monastero al Celio, in cui spicca l’annessa Chiesa di San Gregorio Magno.

Era anche più facile per don Carlo, celebrare in una chiesa o in una piazza che su un treno con nove vagoni non tutti comunicanti tra loro. In questo caso era costretto nei giorni festivi a celebrare anche tre messe per andare incontro a tutti sul treno. Capitava più volte, di dover celebrare la S. Messa in altri treni sprovvisti di Cappellano.

Nel maggio 1942, durante un trasferimento a Gravina di Puglia, dove sostò per circa un mese, don Carlo ebbe l’occasione di celebrare il matrimonio di un soldato del 226° Reggimento Fanteria, con la fidanzata, da lui stesso preparati per le nozze.  Il fenomeno della preparazione ai sacramenti, come la prima comunione o la cresima, per chi non li aveva ancora ricevuti, faceva parte dei vari impegni del cappellano.

Don Carlo avrebbe voluto fare di più a livello pastorale, ma la brevità di permanenza dei feriti sul treno e i viaggi per lo più di notte non lo consentiva.

Quegli interminabili trasferimenti per l’intero stivale, di oltre tre giorni, non lo piegarono, lo resero, se mai fosse stato possibile, ancora più propositivo. Al punto che, sentendo di non fare abbastanza, chiese persino di lasciare il Treno Ospedale per andare direttamente al fronte, come volontario, ed era questa la quarta volta, dicendo che c’era maggior bisogno là, “dove i soldati soffrivano di più”.

Al fronte, di nuovo. Gli elogi Il 13 giugno 1942 finalmente il Cappellano capo mons. Rusticoni gli comunicava la notizia, da lui tanto attesa, del trasferimento come cappellano al 25° Reggimento Artiglieria, Divisione Assietta, dislocato in Sicilia. Questo fino alla liberazione dell’Isola da parte degli Alleati nell’agosto 1943, diventando il primo territorio italiano sottratto all’Asse Germania-Giappone-Italia fascista.

Intanto, l’Ufficiale comandante del Treno n.32 scriveva un elogio sulla figura di don Carlo, come Cappellano a servizio del Treno Ospedale che rendeva bene l’idea del personaggio. Dopo averne descritte le qualità fisiche e morali, così prosegue: “… ai feriti trasportati dal treno ha dedicato le sue cure con la più grande umanità e pietà e con spirito di abnegazione esemplare …vero e geniale organizzatore infaticabile sfrutta tutte le situazioni… ben voluto dagli inferiori, cordialissimo con gli Ufficiali … Reputo in piena coscienza troppo modesta, per la di lui capacità, la carica di Cappellano presso un Treno Ospedale … per le sue elevate virtù dovrebbero essergli assegnati gradi superiori e compiti di dirigente”. Dopo l’ultimo periodo trascorso a Molfetta sul Treno Ospedale, venne anche la testimonianza del Cappellano capo mons. Galassini, che comunicava a don Carlo il sentire dell’Ordinariato militare che si compiaceva e plaudeva per il suo operato, tanto che così gli scriveva: “Per il tuo lavoro svolto con ottimo zelo e spirito sacerdotale, vorrei fosse coronato dalle giuste aspirazioni di lavorare in campo più vasto. Speriamo che un giorno i tuoi desideri siano appagati”.

Il prigioniero volontario nel lager lazzaretto di Thorn Arrivò l’8 settembre 1943. Con l’Italia allo sbando e i soldati italiani catturati dai tedeschi. Tutto era caos, niente più istituzioni a stabilire un qualsiasi ordinamento. Don Carlo sarebbe potuto andare in un monastero e riprendere la vita monastica, anche se, del resto, non l’aveva mai praticata granché, sempre per fare il volontario in aiuto di qualcuno! Insomma, sarebbe potuto restare libero, magari congiungendosi alla propria famiglia trasferitasi a Siena. Chiunque al suo posto lo avrebbe fatto. Ma lui no!

Intanto, si sapeva dei soldati italiani che, nel settentrione, caricati sui convogli ferroviari venivano deportati in Germania e in Polonia.  Decise, semplicemente, di seguirli. Ed era la sua quinta volta da volontario.

Quindi raggiungeva Asti dove i soldati fatti prigionieri dai tedeschi venivano inoltrati verso il nord Europa. Partì con loro… dopo aver inviato, il 13 settembre 1943, un telegramma alla S. Sede di questo tenore: “Seguo nostre truppe deportate dai tedeschi, presto darò notizie e nuovo indirizzo, assicurate mia sorella a Siena, pregate, beneditemi, spero di ritornare”.

Non era stato fatto prigioniero… ma scelse di esserlo. Lo fece per restare accanto a loro, per condividere la fame, il gelo, la paura dei nostri soldati. A Thorn, in Polonia, non in un lager normale, ma un posto che era il peggio del peggio: un lager adibito a lazzaretto per i malati di tubercolosi, pericolosamente infettivi!

Don Carlo divenne per tanti internati l’angelo che li proteggeva, sì, ma anche l’uomo che li curava, li rialzava, li nutriva e li accompagnava con dolcezza anche nel buio della loro fine. Aveva cura degli ultimi degli ultimi.

Infatti, portava loro medicine, cibo, giornali, vestiti; distribuiva la posta; confortava i moribondi; teneva unita una comunità disperata. Tutto questo per quasi due anni. Morì il 9 maggio 1945, stroncato dalla stessa malattia i cui dolorosi effetti, per mesi, aveva cercato di alleviare nei poveri soldati.

Un sacrificio totale, silenzioso, senza alcun testimone se non gli occhi di chi stava salvando.

Fratellanza e altruismo Don Carlo ha scelto per sé, con tutte le sue forze, il destino della fratellanza e dell’altruismo.
Due valori di grande etica e moralità, la parte migliore dell’essere umano quando decide di non vivere per sé, come fosse solo al mondo, ma di vivere con e per gli altri.

Questo è stato il suo cammino, non per caso o per destino: lo ha scelto volontariamente, non una volta per combinazione, ma consapevolmente, cinque volte. E ogni volta si è donato fino in fondo. Anche a costo della propria vita.

Per don Carlo:
– la fratellanza non era un concetto astratto, né retorica da discorso altisonante, ma un gesto concreto, semplice e forte: un modo umano di stare tra gli umani;
– fratellanza significava riconoscere nell’altro un pezzo di sé;
– era un legame profondo, come tra fratelli, anche quando non lo si era;
– l’altruismo era la fratellanza che diventava azione;
– era mettere una parte di sé nelle mani dell’altro, perché soffrisse un po’ meno;
– era rinunciare al proprio benessere per restituirlo agli altri;
– era rischiare la propria vita per il bene del prossimo.

Da soli, questi due valori sono già grandi. Ma quando si incontrano, come nella vita di don Carlo, diventano una forza morale incontenibile.
Perché la fratellanza ti apre il cuore, ma è l’altruismo che ti mette in cammino; la fratellanza ti fa vedere l’altro e ti fa dire “siamo insieme, ma è l’altruismo ti fa essere generoso con gesti utili e pragmatici.

Quando fratellanza e altruismo abitano nella stessa persona, accade ciò che accadde in lui: restare accanto ai più fragili anche quando sarebbe stato facilissimo voltarsi dall’altra parte e rifugiarsi in una comoda vita.

Conclusione  Il 29 novembre 2025, ottant’anni dopo la sua morte, Camaldoli ha restituito a don Carlo ciò che la storia gli aveva negato: la memoria viva. Nel corso della celebrazione ufficiale, l’Associazione Nastro Azzurro, numerosi studenti e gente comune insieme alle autorità civili e militari dell’alto Casentino e di Cortona, nonché i religiosi del monastero, hanno ricordato la sua vita straordinaria, grazie all’intervento commemorativo di Padre Ugo Fossa.

È stata svelata e benedetta una lapide presso la Stazione Forestale, intitolandogli la Piazza antistante, affinché ogni pellegrino e visitatore possa posare lo sguardo su quel nome e magari chiedersi: “E io, nella mia vita, a chi sono prossimo?”
Una domanda semplice, proprio come era lui, ma dal peso enorme.

Don Carlo è stato un uomo che, ogni volta che il mondo calava nell’oscurità, nelle guerre, nelle deportazioni, nella disperazione degli ultimi, non ha mai esitato: ha cercato di accendere una luce, pur sapendo che quel gesto poteva costargli la vita. E quella luce, ottant’anni dopo, continua a brillare tra noi come un fulgido esempio di ciò che significa essere umani.

Se mai potesse esistere un esercito di uomini come lui, il mondo non avrebbe più bisogno di eserciti in armi: la fratellanza e l’altruismo avrebbero già vinto ogni egoismo e ogni odio.

E nel nostro piccolo giardino di casa, senza pretendere di avere la forza di essere come don Carlo, possiamo almeno provare a essere prossimi, anche solo un po’, a ogni nostro prossimo più fragile di noi stessi.
Sarebbe un piccolo seme, certo, ma uno di quelli destinati, con altri, a crescere fino a diventare una grande foresta di umanità, capace un giorno di ricoprire il mondo intero.

 

 

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