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mercoledì, 22 Settembre 2021

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Esclusiva – Intervista ai genitori del ragazzo picchiato dal “branco” a Bibbiena

di Mauro Meschini – Probabilmente una delle cose più brutte che possono accadere a dei genitori, una telefonata a tarda sera quando i figli sono fuori. È accaduto a ottobre anche ai genitori di un ragazzo di 17 anni che è stato aggredito in un normale sabato sera casentinese. Il fatto è stato raccontato in un comunicato dei carabinieri di Bibbiena, che in un mese circa sono riusciti ad individuare i responsabili. Tutto era iniziato a inizio ottobre, quando il ragazzo era intervenuto per difendere un altro minore a cui era stato dato un pugno, tanto è bastato perché partissero minacce anche contro di lui, ripetute per settimane anche sui social. Il 17 ottobre il “branco” dei vigliacchi, amici dell’aggressore, ha voluto saldare il conto accanendosi contro la vittima, in tanti contro uno, come spesso accade in questi casi, quando si palesa superiorità solo se si è in gruppo.
Giuseppe Caddeo e Sylwia Bapraska, genitori del ragazzo aggredito, si sono ritrovati in questa brutta storia quando, quel sabato sera, il telefono ha iniziato a squillare.
A voi era arrivata notizia delle minacce di inizio ottobre?
«No, non abbiamo saputo niente perché nostro figlio non ha dato peso a quanto era accaduto. È stata una cosa che è rimasta ”nascosta”. La minaccia era venuta da un ragazzo più piccolo di un paio di anni ed è stata considerata come una delle tante battute che a volte tra coetanei si dicono. Capita, purtroppo, che a volte tra ragazzi ci sia qualche parola di troppo e qualche battibecco».
Vostro figlio conosceva il ragazzo che lo ha minacciato?
«Lo conosceva solo di vista».
Quindi quello che poi è accaduto la sera del 17 ottobre per voi è stato un fulmine a ciel sereno?
«Assolutamente si».
Come l’avete saputo?
«Verso le 23 ci ha chiamato lui, per fortuna, perché se fosse stato un amico o ci avessero chiamato i carabinieri sarebbe stato ancora peggio… ha chiamato mentre lo stavano medicando e stava parlando con i carabinieri. Ci ha detto “non vi preoccupate. Sono stato aggredito, sono qui con i carabinieri venite che vogliono parlarvi”. Noi siamo andati subito abbastanza agitati e confusi. Quando siamo arrivati lo abbiamo trovato sdraiato con tante persone intorno».
Come stava in quel momento?
«Era molto agitato, tremava. Aveva il naso gonfio e sanguinante. Aveva le mani e il giubbotto rossi di sangue. Da un amico abbiamo saputo che in precedenza aveva perso coscienza due volte, quando ha preso un pugno nel labbro e poi uno al naso. Più i calci che ha ricevuto quando era per terra…».

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Poi è stato portato al pronto Soccorso?
«Si, con l’ambulanza è stato portato all’ospedale di Bibbiena dove è stato sottoposto a vari esami, a una TAC. Come si dice, l’hanno rivoltato come un calzino…. Grazie a Dio aveva solo una frattura al naso, con qualche contusione e escoriazioni».
Quanto è rimasto in ospedale?
«Dopo gli esami è rimasto in osservazione per un paio d’ore e poi siamo tornati a casa. La mattina dopo avevamo l’appuntamento al pronto soccorso di Arezzo per una visita con l’otorino che ha confermato la frattura bilaterale del setto nasale».
Questo comporta delle conseguenze e necessità di ulteriori interventi?
«Per adesso non è da operare».
Nei giorni successivi avete avuto altri contatti con i carabinieri e ulteriori notizie?
«Con una prognosi di oltre 20 giorni la denuncia è automatica. Però noi abbiamo sentito il nostro avvocato che ci ha consigliato di sporgere comunque denuncia di persona, perché riteneva che fosse la cosa più giusta da fare. Quindi lunedì 19 ci siamo recati dai carabinieri per presentarla».
Voi da quel momento avete avuto aggiornamenti su quello che stavano facendo i carabinieri?
«No, non abbiamo avuto notizie direttamente. Quando abbiamo presentato la denuncia ci hanno detto che si sarebbero occupati della vicenda e niente più. Abbiamo poi saputo dai contatti di nostro figlio che vari ragazzi sono stati convocati e che il responsabile dell’aggressione continuava con le minacce online…».
E questo è un altro aspetto di tutta questa brutta e triste storia, le minacce sui social che erano partite fin dall’inizio di ottobre, ma di cui voi siete venuti a conoscenza solo dopo l’aggressione?
«In genere nostro figlio si confida su tutto, ma questa cosa è stata presa purtroppo alla leggera…».
Ha spiegato perché ha avuto questo atteggiamento? Perché sono cose che possono succedere o perché la considerava un fatto banale a cui non era necessario dare importanza?
«La seconda opzione, la credeva una cosa banale a cui non dare importanza…»
I carabinieri hanno poi fatto, e bene, il loro lavoro. Ma voi avete avuto modo di ripensare a quanto accaduto… in un periodo tra l’altro in cui purtroppo sono successi altri fatti gravissimi in qualche modo analoghi… dove spesso viene coinvolto chi cerca di placare gli animi, come se la cosa sbagliata fosse mettere pace e non alzare le mani?
«Era il periodo in cui è stato ucciso Willy Montiero nei pressi di Roma… E nostro figlio quel giorno all’inizio di ottobre era intervenuto in difesa del ragazzo aggredito solo parlando e senza offendere cercando di far ragionare chi era coinvolto, ma non è stato ascoltato…».
E adesso vostro figlio come sta?
«Adesso sta bene. Psicologicamente, soprattutto nelle prime due settimane, era ancora molto provato e turbato per lo spavento… Credo che tutti avrebbero reagito così… Ora è più tranquillo e noi gli abbiamo consigliato di fare ancora più attenzione perché i pericoli sono sempre in agguato, ma gli abbiamo anche detto che siamo fieri del suo comportamento».
Su quanto accaduto avete raccolto qualche commento o testimonianza degli amici di vostro figlio o da altre persone adulte che conoscete?
«Già il giorno dopo l’aggressione abbiamo avuto la visita dei genitori di altri ragazzi. Alcuni ci hanno anche dato la loro disponibilità per dare la loro testimonianza in caso di necessità, mentre altri ci hanno esortato ad andare avanti per ottenere giustizia per quanto accaduto, anche per evitare che atti del genere si possano ripetere».
Anche perché sembra impossibile che cose del genere, nate per motivi incomprensibili, succedano anche a Bibbiena e in Casentino…
«Sembrerebbe un’oasi di pace e fino ad ora episodi del genere capitavano soprattutto nelle grandi città… Ora anche a Bibbiena, Poppi, Soci stanno iniziando a manifestarsi situazioni preoccupanti…».
Avete avuto rapporti con la scuola?
«Si. Ci sono stati molto vicini. Abbiamo ricevuto messaggi di sostegno e conforto».
Adesso la vicenda si avvia alla sua conclusione e comunque ha trovato un suo punto di svolta…
«Si. Adesso ci sarà un processo e vedremo…».
Ecco. A questo punto e dopo l’esperienza che avete avuto, cosa vorreste dire ad altri genitori?
«Sicuramente gli auguriamo di non vivere mai queste situazioni, perché sono momenti brutti… delicati, angoscianti. I genitori poi dovrebbero cercare di fare attenzione ai propri figli e cercare di stare loro vicino…».
Cosa non certo facile, anche se si cerca di essere presenti qualcosa può scappare sempre… la sottovalutazione iniziale, letta in altra maniera, avrebbe potuto permettere di prendere precauzioni diverse?
«Se ci avesse detto ciò che stava accadendo e che c’erano dei ragazzi che lo stavamo minacciando avremmo potuto fare qualcosa…».
Magari la telefonata ai carabinieri poteva essere fatta prima senza aver paura di denunciare dei fatti che stavano accadendo, perché erano gli altri che stavano sbagliando…
«Certo. Probabilmente questo gli è servito anche da lezione e, sperando chiaramente che non capiti più niente del genere, immagino che in situazioni analoghe ci racconterebbe tutto subito. Non si devono mai sottovalutare episodi e situazioni in cui si manifestano atteggiamenti violenti e offensivi».
Nell’ultima parte della telefonata che abbiamo avuto con Giuseppe Caddeo e Sylwia Bapraska è stata proprio quest’ultima a prendere maggiormente la parola riproponendo alcuni aspetti della vicenda che ha vissuto in prima persona.
«Io sono stata in ambulanza con mio figlio. Prima di salire gli hanno chiesto dove avesse la mascherina. Lui non lo ricordava e mi ha chiesto provare a chiamare i suoi amici. A quel punto cercando sul suo telefono è apparsa una foto e mio figlio mi ha detto: “mamma guarda dov’è la mascherina!”. Era nel bagno di un locale di Bibbiena dove era rimasto il lavandino ancora pieno di sangue… la foto era accompagnata da un messaggio: “spero che sia fatta giustizia”… Questa è una cosa su cui noi concordiamo… È una foto molto toccante e quando l’ho vista mi si è raggelato il sangue. Perché poi sapendo anche la storia di Willy Monteiro… della sua morte… giuro da svenire. Non so se raccontare questo può essere utile per mettere in guardia i ragazzi o gli altri genitori, perché queste cose succedono, ma non dovrebbero…».
C’è una modalità di rapportarsi tra i ragazzi che è difficile da comprendere, come la necessità di manifestare sempre atteggiamenti di superiorità o sfida…
«Sono fatti frequenti ed è brutto che succedano. Noi nonostante che parliamo di tutto e di più, come ha già detto mio marito, siamo rimasti sorpresi dal fatto che nostro figlio non ha dato proprio peso a quanto stava accadendo. Poi il rischio è che diventino situazioni ancora più grandi e gravi… Il giorno dopo l’aggressione mio figlio ha ricevuto notizie di maggiorenni che avrebbero voluto fare i conti con i responsabili. Noi ovviamente abbiamo detto subito a nostro figlio che né lui né altri doveva fare qualcosa del genere… perché se c’è chi ha sbagliato non ci devono essere altri che fanno gli stessi errori…»
C’è anche questo rischio, che la risposta sia peggiore della provocazione e ci potrebbe portare per una strada pericolosa e che non ha più fine…
«Esatto! Esatto! Su una strada sbagliata!».
Concludiamo questa nostra intervista, ringraziando Giuseppe Caddeo e Sylwia Bapraska per aver condiviso pubblicamente questa loro esperienza, un modo per rendere comune un problema che riguarda tutti e che deve vederci insieme impegnati a risolverlo.
Sylwia Bapraska, ci offre il suo pensiero, il suo contributo. «Credo che se mio figlio si trovasse ancora in una situazione del genere sceglierebbe comunque di difendere il prossimo, perché non è di quelli che si mettono da parte dicendo che non hanno visto nulla. Anche quando frequentava la materna la maestra mi raccontò un episodio in cui mio figlio era intervenuto perché due bambini avevano iniziato a litigare dicendo: “Vi prego non vi picchiate!”. Questo solo per dire che credo che siamo riusciti a trasmetterli i valori che contano, come l’altruismo. Siamo spesso concentrati a dare le cose materiali ai figli e invece è molto importante parlarci e dialogare… È un mio pensiero, il pensiero di una mamma».

(tratto da CASENTINO2000 | n. 325 | Dicembre 2020)

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