di Melissa Frulloni – Il titolo sembra già dire tutto, ma in realtà dietro a questa semplice frase si nasconde un’intricata vicenda; una storia lunga 24 anni che coinvolge il Casentino e alcuni suoi personaggi; una storia difficile da raccontare e anche da rimettere insieme. Chi prende la parola in questo articolo lo avrete già capito, ma vi assicuriamo che in quello che leggerete troverete ben poco di scontato, così come non è scontato il personaggio che abbiamo di fronte e con cui ci siamo confrontati per dare vita a questo pezzo…

Marino Franceschi (nella foto di Elena Agnoletti di fronte alla Sacci) arriva in redazione con una valigia di faldoni, fogli, carte, documenti. Ci ha cercato proprio per raccontarci la sua verità, la versione che secondo lui rappresenterebbe la realtà dei fatti e delle vicissitudini che hanno riguardato un “mostro sacro” della nostra vallata; il gigante che primo tra tutti meriterebbe di essere riqualificato, come avrebbe voluto fare lo stesso Marino: l’ex Cementificio Sacci.

Qui ci sta tutto: il sequestro, la “bomba ecologica” (come ingiustamente è stata definita dai quotidiani locali), l’idea di Marino, tanti anni passati a guardare il mostro che si imbruttiva sempre più, lottando con avvocati, denunce, documenti, per combattere “loro; loro che sono tanti e sono forti!”

Nel 2002 la Marino Fa Mercato Spa, nella persona di Marino Franceschi, acquista l’ex Cementificio Sacci, per una somma non indifferente. Tra le mani stringiamo un foglio datato 8 marzo 2013, con cui la Provincia di Arezzo trasmette ai Comuni di Bibbiena e Chiusi della Verna, alla Regione Toscana, al Dipartimento Arpat di Arezzo, all’Azienda USL 8, al Prefetto di Arezzo e alla stessa Marino Fa Mercato Spa, “di rilasciare la certificazione di mancata necessità di bonifica dell’area dell’ex Cementificio Sacci”.

«Dopo 11 anni che mi hanno tenuto inchiodato, fermo, senza darmi la possibilità di fare nulla finalmente è arrivato questo provvedimento nel 2013 che, nonostante sia stato davvero importante, non ha ovviamente smosso niente! Anche i Comuni di Chiusi e Bibbiena hanno fatto il possibile per non farmi realizzare i miei progetti sulla Sacci. I due comuni chiamarono degli architetti esterni che allargarono il comparto della Sacci. In sostanza intervenire sull’ex Cementificio sarebbe stato possibile solo acquistando altri capannoni e terreni adiacenti la Sacci stessa che, a dire dell’architetto incaricato dal Comune di Chiusi, ne erano parte integrante, ma che però erano di altri proprietari che non erano intenzionati a vendere a me…

Anche il Comune di Bibbiena incaricò un altro architetto che fece scrivere al geometra che la Sacci era un oggetto che doveva essere conservato; non solo era un tipico elemento di archeologia industriale, ma rappresentava anche la storia del Casentino, il suo passato e per questo non poteva essere demolita. Bella la Sacci… Ma ci pensate?!

Il piano di investigazione a mio carico è durato 11 anni perché io ero un esempio da combattere, ma cosa volete, c’è chi vuole creare miseria… Io ho comprato la Sacci perché volevo farci un centro commerciale con tre supermercati, ci avrebbero potuto lavorare più di 100 persone, ma non me lo hanno permesso.

Nel frattempo fanno la Coop a Subbiano, mentre a me avevano detto che comunque non avrei potuto vendere alimentari… E anche quando avevo messo gli occhi sul terreno in cui oggi sorge la Coop di Bibbiena che allora non era fabbricativo, mi dissero: “Compra alla Ferrantina, vanno tutti lì è quello il nuovo polo commerciale”. Allora mi disinteressai di quella zona e nel giro di pochi mesi non solo il terreno diventò edificabile, ma il centro commerciale lo aprirono proprio lì!

Così la Coop di Bibbiena aprì, mentre mi sbeffeggiavano perché alla Ferrantina il capannone lo avevo costruito, ma non lo potevo ancora usare, tanti furono gli ostacoli burocratici e gli oneri commerciali che dovetti pagare e a cui dovetti sottostare. Mi dicevano che non era commerciale… I tempi si allungavano, ma anche se protestavo mi sentivo ripetere che “a noi comunisti non ci fa niente nessuno e a te non ti si fa aprire”.

Anche quando hanno aperto la Coop ad Arezzo, hanno voluto segarmi le gambe, bocciarmi un altro progetto importante e chiudermi la strada davanti al negozio di Subbiano. Un ingegnere dell’Anas venne da me e mi disse: “Da te solo le biciclette ci devono passare”.

Invece esisteva un progetto dell’Anas appunto, per la realizzazione di un nuovo svincolo stradale nelle vicinanze del mio negozio che non fu attuato, ma spostato in una zona di interesse archeologico. Io sarei ancora disposto a realizzare una rotonda, un’opera già progettata che avrei pagato io, con i miei soldi per facilitare la viabilità per chi entrava e usciva dal mio punto vendita e per ridurre la velocità delle auto e aumentare la sicurezza stradale, ma non c’è stato verso… Hanno detto che c’erano solo due strade e che con due strade le rotonde non si fanno… Ho scritto a tutti gli enti possibili, ma niente, non è stato possibile migliorare la viabilità, come invece è stato fatto per altre realtà commerciali…

Per la Sacci mi hanno prescritto di fare il piano di investigazione e sono stato fermo 11 anni. Alla Coop di Subbiano invece non hanno fatto nessuna investigazione e dopo 8 mesi era già aperta! Su questo punto ho anche provveduto a sporgere denuncia sia al Sindaco che alla Forestale. Hanno sempre usato due pesi e due misure e anche se ho protestato non è servito mai a nulla; ho denunciato, ma loro hanno tanta forza e ci fanno rimettere chi ha un’attività e vuole solo lavorare e creare benessere nella comunità.

Il Comune di Subbiano mi chiedeva di fare un lavoro, un’area di sosta ad uso pubblico nella mia proprietà al Castello di Castelnuovo. Nel frattempo alla Sacci qualcosa si era sbloccato e la parte dell’ex Cementifico che si trovava nel Comune di Chiusi era stata demolita. Avevo questi cumuli e un’area di sosta da realizzare come richiestomi, così la cosa migliore era portarli a Subbiano e usarli come fondo per l’area.

Volevo creare un’area per le famiglie, per chiunque volesse fare una sosta, ristorarsi. Ho fatto fare dei tavoli di legno, ci ho messo tutto a mie spese; 50 ulivi, 50 cipressi e alcuni alberi da frutto, per avere l’ombra un domani… Quindi uno spazio importante che avrebbe abbellito il Castello e il territorio comunale. Ma niente, anche su questo mi hanno voluto ostacolare…

Appena la parte della Sacci nel comune di Chiusi fu demolita, l’Arpat mi disse che tutti quei detriti li avrei dovuti macinare, indicandomi anche la ditta che avrebbe fatto il lavoro, perché le macerie di quelle dimensioni erano da considerarsi pericolose. Faccio esattamente quello che l’Arpat mi dice e dopo il loro benestare carico i detriti sul camion e li porto a Subbiano. Fatta la massicciata di tutta l’area, ancora l’Arpat mi dice che non va bene e che il materiale che ho trasportato è da cosiderarsi “rifiuti speciali non pericolosi (rifiuti misti da demolizione).”

Così mi sequestrarono l’area di sosta… Durante il sequestro una funzionaria dell’Arpat, mentre mi fumava in faccia, mi diceva: “Denuncia anche me!“ con un atteggiamento spudoratamente provocatorio.

Ma se la Provincia, nel 2013 aveva dichiarato che non era necessario bonificare l’area della Sacci come è possibile che il materiale da lì spostato, caricato in un camion e portato a Subbiano, sia diventato improvvisamente “rifiuto speciale”? Nessuno lo sa, resta il fatto che l’area di Castelnuovo è ancora ad oggi sotto sequestro!»

Passano alcuni anni e ci avviciniamo alle vicende che negli ultimi tempi hanno riguardato la Sacci e che sono state nelle prime pagine dei giornali locali. “La bomba ecologica” come era stata etichettata la ex cementeria dai media, non è un termine che va giù al Franceschi…

«Avete presente l’ex spaccio, lo stabile adiacente alla Sacci; lì avevo messo una grossa serratura, lo avevo chiuso come si deve per non farci entrare nessuno… Quando hanno gridato alla “bomba ecologica” hanno detto una massa di stupidate… Io non ho mai buttato niente dentro alla Sacci, figuriamoci l’amianto! Piuttosto è stato qualcun altro a farlo! Hanno gettato nella mia proprietà il materiale tossico e pericoloso, poi mi hanno accusato di avercelo scaricato io.

Pensate che quando ce lo hanno messo hanno scardinato la serratura, l’hanno rotta e nell’ex spaccio ci hanno messo 5 o 6 ballini di eternit spezzettato, più 32 lastre dove era l’appartamento del custode. Inoltre hanno spezzettato delle lastre, spargendole a terra guarda caso solo nel territorio del Comune di Bibbiena.

Se erano stati dei delinquenti qualsiasi non si sarebbero certo preoccupati di rompere una serratura, avrebbero buttato tutto il materiale in terra, fuori, a casaccio.»

È il giorno del 22 settembre 2016. La Forestale dichiara l’area pericolosa e viene predisposto il sequestro.

Nel verbale di esecuzione si legge: “(…) ex Cementificio Sacci, il quale si trova in completo stato di abbandono con presenza all’interno dell’area di migliaia di metri cubi di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi”.

Mentre nel decreto di sequestro Marino Franceschi viene indagato perché “consentiva l’emissione in aria di sostanze pericolose per l’uomo e per l’ambiente (…), originate dai propri rifiuti abbandonati sul suolo della sua proprietà (…), amianto sbriciolato; smaltiva illecitamente rifiuti speciali pericolosi mediante il loro definitivo abbandono (…) costituite da sostanze chimiche di laboratorio pericolose (…); si configura la discarica abusiva (…)”

Marino ha sempre respinto queste accuse. La Sacci resta però sotto sequestro e il procedimento nei suoi confronti ancora in corso…

«Il giorno prima del sequestro mi hanno chiamato dalla Procura dicendomi che avevano bisogno di parlarmi, quindi mi sono subito preoccupato. La mattina del sequestro sono venuti da me i Forestali per notificarmi l’atto, quindi sono andato subito alla Sacci.

Il cementificio lo hanno rivoltato come un calzino, hanno scavato con le ruspe credendo che avessi nascosto i rifiuti pericolosi sotto terra, ma non hanno trovato nulla, perché oltre a quello che ci è stato buttato da qualche delinquente non c’è altro!

Hanno gridato tutti al lupo quando invece non c’era nulla di eclatante… Come hanno fatto con quello che i giornali hanno chiamato “l’incendio della Sacci”. Non sono stati gli extracomunitari, come tutti hanno ipotizzato, anche in questo caso sono stati ancora dei delinquenti; hanno dato fuoco a tre vecchi faldoni di documenti che si trovavano nell’ufficio e ancora una volta hanno gridato alla tragedia, all’incendio pericolosissimo che avveniva all’interno di una “bomba ecologica” pronta ad esplodere da un momento all’altro…

Anche quel giorno, era il 21 dicembre 2016, furono chiamati 10 mezzi dei pompieri, la Digos, l’Arpat, la Procura, la Forestale… Tanto rumore per niente.

Le analisi del 1° dicembre 2016, fatte fare dalla Procura a degli esperti, “hanno evidenziato un’assenza di rischi per la salute da fibre aerodisperse, essendo tutti i valori molto bassi. (…)”.

La “bomba ecologica”, quindi non esiste, ma l’indagine c’è ancora e ad oggi non posso entrare nella mia proprietà pur avendo con il mio avvocato avviato la procedura per ottenere la possibilità di bonificare l’area dal materiale che ci è stato gettato per crearmi un danno e diffamarmi. Comunque in questo momento la vicenda è in mano a dei funzionari davvero competenti dell’ASL Toscana Sud Est, Zona Casentino.

Mi auguro anche che il Comune di Bibbiena, con serietà, competenza professionale e conoscenza del territorio, possa guidare l’Anas e la Regione nella realizzazione della variante di Pollino quanto prima, rispettando la mia proprietà e tutti gli sforzi e le risorse finanziarie che ho impiegato per cercare di riqualificare la Sacci. Speriamo di sbloccare finalmente questa situazione che è praticamente ferma ormai da troppi, troppi anni.»

(tratto da CASENTINO2000 | n. 286 | Settembre 2017