di Mauro Meschini – Non avevamo avuto ancora il tempo di capire cosa realmente fosse accaduto a Stia e già in un’altra RSA, quella di Ponte a Poppi, si moltiplicavano i contagi dovuti al Coronavirus. In questi giorni poi ancora brutte notizie che fanno riferimento a casi registrati presso La Consolata di Serravalle. Intanto ciò che è passato ha lasciato pesanti segni e posti vuoti.

Alla RSA di Poppi il momento più critico si è registrato l’11 dicembre con il bollettino quotidiano dei contagi che ha fatto schizzare in alto il numero dei casi nel comune. Sono i numeri con cui siamo purtroppo abituati a convivere e a fare i conti da ormai quasi un anno, ma dovremmo ricordare sempre che dietro ogni numero c’è una persona, c’è una famiglia, c’è una situazione che si evolve, si complica e, purtroppo, ancora troppo spesso ha esiti infausti.

Abbiamo raccolto la storia di una delle persone contagiate a Poppi, una storia forse simile ad altre, e che probabilmente con altre condivide le stesse ansie, le preoccupazioni e le sofferenze che questa maledetta malattia comporta. Chi ci ha raccontato questa storia si è posto e si pone molte domande su quello che ha vissuto. Sono forse le domande che dovremmo mettere tra le priorità da affrontare se vogliamo, davvero, andare oltre questa emergenza e alle modalità utilizzate per affrontarla che, in più di un caso, hanno evidenziato limiti e carenze.

Ecco la drammatica storia di uno dei tanti ospiti della RSA di Poppi. «I miei genitori abitano in Casentino. Nel mese di settembre è stato necessario inserire mio padre in RSA, anche perché mia madre aveva avuto un infortunio. Abbiamo fatto domanda attraverso gli assistenti sociali di zona e, visto le sue condizioni, è stato possibile un inserimento anche abbastanza veloce. È stato possibile vederlo fino alla metà di ottobre, poi sono state decise chiusure e limitazioni un po’ in tutta Italia e, giustamente, è stato fatto anche qui. In seguito è stato possibile fare un paio di videochiamate la settimana. Ma mio padre faceva fatica sia a parlare sia, a volte, a riconoscerci, quindi in alcuni casi sono stati momenti di contatto più brevi, ma per motivi oggettivi».

Negli ultimi mesi la Regione Toscana ha emanato diverse norme specifiche per le RSA, nell’ordinanza n.112 del 18 novembre 2020, in cui si richiama la n. 89 dell’8 ottobre 2020 integrata da successiva ordinanza n. 98 del 28 ottobre 2020, si fa anche riferimento all’effettuazione dei test: “Viene garantita la massima priorità nella effettuazione e successiva refertazione di test antigenici rapidi di laboratorio o tamponi molecolari di casi sintomatici o dubbi. In ogni caso, tutte le operazioni di screening su operatori e ospiti – screening che viene integrato, rispetto alla ordinanza n. 93 del 15 ottobre 2020 con i tamponi rapidi anche agli ospiti su base quindicinale e in auto somministrazione da parte della struttura – e la relativa refertazione devono essere garantite nel massimo rispetto della tempistica prevista, allo scopo di non aggravare il dilagare dell’epidemia e di mantenere, quando possibile, il personale operativo…“.

Da quello che abbiamo potuto sapere i tamponi di controllo nel caso che raccontiamo sono stati fatti con una tempistica variabile che ha visto in alcuni casi finestre abbastanza ampie in cui non risultano essere stati effettuati. Si parte con uno nell’ultima decade di settembre; si passa poi al 23, 25 e 31 ottobre; si va quindi al 16 novembre avendo sempre in questi casi una risposta negativa. Il successivo tampone porta al 10 dicembre e alla positività al virus.

«Fino al 4 dicembre noi l’abbiamo sempre visto ordinato e pulito e tutto è andato bene. È stata l’ultima volta che l’abbiamo visto. Alle chiamate del 9 e 10 dicembre non si è presentato, anche se a noi hanno detto che mangiava e stava bene. Il 10 dicembre è stato fatto il tampone e il giorno dopo hanno chiamato dall’ASL a casa, ha risposto mia mamma e le hanno chiesto di mio padre. Lei, sorpresa, ha detto che era nella RSA di Poppi, a questo punto hanno salutato e rassicurato che non c’erano problemi… Mia mamma non ha pensato che forse volevano comunicare la risposta del tampone… Infatti dopo un’ora hanno chiamato dalla RSA comunicando che mio padre era risultato positivo e che nella struttura era stato predisposto uno spazio Covid, un “repartino” separato. Comunque lui era asintomatico, non aveva febbre o altro e quindi stava bene. Il 14 dicembre era prevista un’altra videochiamata, ma anche in questo caso non è stato possibile parlarci perché ci hanno detto che mio padre faceva fatica a svegliarsi. Sembra che la notte fosse stato un po’ agitato e quindi gli avevano dato delle gocce per dormire, hanno comunque ribadito di stare tranquilli, che non aveva febbre e che stava bene».

Sempre nell’ordinanza n.112/2020 della Regione Toscana, prima citata, si prevedono modalità operative anche nei casi di creazione di spazi Covid all’interno delle RSA: “Qualora sia effettivamente possibile il mantenimento dell’ospite positivo con condizioni cliniche gestibili, nella propria struttura in sicurezza e in setting appropriato (con separazione di ambienti e di personale) questi deve essere preso in carico in modalità condivisa da MMG (medico di medicina generale) e USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziali) che valuteranno, sulla base delle sue condizioni di salute, insieme agli specialisti dei gruppi territoriali e alle Unità di crisi aziendali per le Rsa, se opportuno collocarlo in un setting di cure intermedie ovvero in modulo base…“.

Dopo la creazione dello spazio Covid interno alla struttura della RSA di Poppi si è avuto una specie di divisione in due, tra positivi e negativi, degli ospiti complessivamente presenti. «Arriviamo al 15 dicembre giorno in cui mio padre viene portato via di urgenza all’ospedale di Arezzo perché ha leggermente bisogno di un po’ di ossigeno. Dalla sera del 15 non abbiamo avuto la possibilità di parlare per telefono con la RSA, cosa che era accaduta più volte anche in precedenza. Anche una dottoressa dell’ospedale di Arezzo ha provato, tra la sera e la notte, a mettersi in contatto con la RSA, ma nessuno le ha risposto. Quindi ha chiamato a casa e ha detto che una persona nelle condizioni di mio padre non sarebbe stata neppure da spostare e che era arrivato con le funzioni renali compromesse. La dottoressa voleva sapere da quanto fosse in quelle condizioni… ma a noi fino al giorno prima ci avevano detto che stava bene ed era asintomatico. Comunque per trovarsi in quelle condizioni non poteva esserci solo da un giorno… la cosa che mi dà più fastidio è non avere avuto notizie chiare e vere sulla situazione, mio padre forse aveva altre problematiche di cui nessuno si era accorto?… Solo la mattina del 16 dicembre, dopo vari tentativi, ho parlato con la RSA… ho fatto presente la mancanza di comunicazione che c’era stata e ho chiesto quali fossero le reali condizioni di mio padre al momento del ricovero e come era stato trasferito in ospedale… Da quello che ci aveva detto la dottoressa dell’ospedale non era neppure da muovere, addirittura lo stesso 16 dicembre l’abbiamo risentita e ci aveva chiesto se volevamo salutarlo… non potevano neppure intubarlo perché era in condizioni troppo gravi e allora mi chiedo: ma alla RSA hanno l’ossigeno? Hanno strumenti diagnostici? Non è che è stato trasferito per non farlo morire in struttura?».

Come abbiamo anticipato in questa testimonianza non mancano le domande e forte è il desiderio di cercare di capire cosa è accaduto. Il parere di un medico in casi del genere sarebbe stato importante ma, questa volta, il medico di medicina generale, non ha potuto dare il suo contributo. «Il nostro medico non è stato avvertito. Non sapeva che mio padre stava male, non sapeva che era positivo, non sapeva che era stato ricoverato e non sapeva neppure che era morto la mattina del 17 dicembre. Lo ha sentito mia mamma il 18 dicembre perché il medico stesso l’aveva chiamata per una visita che doveva fare lei. Anche lui è rimasto sorpreso di non essere stato informato… Non è previsto in Toscana che ogni RSA abbia un proprio medico interno, mi è stato detto dalla ASL quando ho chiamato per chiedere informazioni sulla situazione… ma possibile che strutture come queste, che accolgono anziani, anche con patologie importanti, non abbiano l’obbligo di avere un medico all’interno a tempo pieno? Mi è stato anche detto che aver previsto nella struttura uno spazio Covid era tra le opzioni possibili, ma chi doveva vigilare su quello che accadeva lì dentro? Con una situazione del genere, con un numero di contagi così alto, hanno fatto il “repartino” Covid, ma era la scelta giusta? Ma si può continuare a lasciare che le cose continuino così…  Si rispettano le norme, ma se le norme sono insufficienti… dovrebbero essere cambiate… e poi, se chi le ha fatte avesse un proprio parente ospite di una struttura, si sentirebbe davvero tranquillo?».

Sono tante le questioni che rimangono aperte dopo aver ascoltato questa storia, sono questioni legate non solo al singolo caso, ma a quello che l’emergenza dovuta all’epidemia da Covid-19, pur nella drammaticità dei suoi effetti, ha forse permesso di evidenziare rispetto al modo utilizzato per organizzare i servizi a beneficio degli anziani. Questo sistema mostra le sue carenze, forse in molti casi il ricorso alle strutture non può essere più considerato una risposta adeguata; forse i territori e le comunità devono essere maggiormente coinvolte e partecipi; forse la gestione di questi servizi non deve essere delegata con gare e appalti al privato, ma deve vedere una presa in carico diretta e completa del pubblico.

In primavera, con il Paese completamente chiuso, si ipotizzava un nuovo inizio e si prometteva che questa prova ci avrebbe spinto a cambiare, in meglio. Forse, anche ripensare completamente le modalità di gestione dei servizi socio-sanitari, per gli anziani e non solo, permetterà di dimostrare se siamo capaci di mantenere quelle promesse.