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martedì, 22 Giugno 2021

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ESCLUSIVA Venduto il Castello di Porciano. Intervista alla Contessa Marta Specht

di Francesco Benucci – La nostra esistenza si dipana attraverso il tempo, le persone, le emozioni e, non ultimi, i luoghi. Tra questi ve ne sono alcuni speciali, magici, significativi, che aprono le porte del nostro animo, gettano ponti dentro di noi, ci definiscono, prendono vita mentre, vicendevolmente, li viviamo. E quando il rapporto con queste stazioni del nostro percorso rischia di allentarsi, di trasformarsi in lontananza, la lacerazione interiore è forte, incisiva, pervicace, pur in presenza di motivazioni che vogliono, in primis, il bene proprio di quel luogo.

Queste sensazioni scaturiscono dalle parole, dagli sguardi e dai gesti di Martha Specht (nella foto sotto), proprietaria del Castello di Porciano, mentre spiega le motivazioni che la portano a vendere il maniero, tra i primi insediamenti dei Conti Guidi nella vallata: se per i Casentinesi esso rappresenta una sentinella millenaria, un’emozione che li scruta dall’alto, un sussurro in cui si mescolano storie senza tempo, per la proprietaria l’imponente torre regala suggestioni familiari ed affettive che la trasformano in una questione di cuore. Per comprendere questi legami e le ragioni di una dolorosa ma inevitabile “separazione” è necessario fare un passo indietro, a quando, dopo i fasti medievali con tanto di ospitalità concessa a Dante Alighieri, alla fine del 1700 la torre fu comprata, ad un’asta, dall’abate conte Giuseppe Goretti de’ Flamini. A quel tempo la fortificazione risultava diroccata, un rudere non abitabile, più a uso di greggi di pecore, ragion per cui si può ipotizzare che l’acquisizione fosse dovuta alla volontà di unire due poli storici dell’Alto Casentino, essendo la famiglia già proprietaria del complesso di Romena.

Un importante intervento fu effettuato nel 1913, allorché il nonno materno di Martha Specht, Goretto Goretti de’ Flamini installò una doppia fila di catene, rivelatasi provvidenziale in occasione del terremoto del 1919, quando non poté evitare una spaccatura profonda ma scongiurò il crollo. Scampato il pericolo, per il castello giunse il momento della rinascita, che poi gli avrebbe conferito l’aspetto che oggi lo rende fiero e maestoso gendarme della nostra vallata; e forse non è un caso se il primo seme della citata rinascita fu piantato quando tutta l’Italia, e non solo, si stava rialzando, sorridendo nuovamente alla vita: era il secondo dopoguerra e, ad un pranzo in onore degli Alleati, Flaminia Goretti de’ Flamini conobbe il futuro marito, George Anderson Specht, figlio di un agricoltore del Minnesota, divenuto avvocato e arruolatosi volontario, un vero e proprio self-made man.

Dovranno passare ancora alcuni anni prima che giunga a maturazione il progetto di restauro ma la loro unione è la premessa fondamentale. Nel 1963 arrivò il colpo di fulmine, in tutti i sensi: infatti, fu giustappunto la distruzione di un merlo ad opera di una saetta a dare il via ad una storia nella Storia, a instillare nei due l’idea, il sogno, di regalare una “nuova vita” alla torre di Porciano. Innanzitutto, decisero di rivolgersi alla Sovrintendenza di Firenze con l’obiettivo iniziale di consolidarlo/“legarlo”; condotto questo basilare step dall’architetto Guido Morozzi, fu conseguenza quasi naturale quella di voler andare oltre il rudere, ricostruendo i piani, rendendolo nuovamente abitabile, anche in ossequio alla sua originaria destinazione palaziale, facendone un centro di interesse dantesco. Da quel momento la vita dei nostri gravitò attorno a questo progetto di recupero, progetto che, oltre all’iniziale e parziale contributo della Sovrintendenza sulle mura perimetrali della torre, richiese anche un cospicuo impegno economico da parte dei proprietari: per ottemperare al menzionato impegno fu venduta, una volta restaurata, una villa fiorentina acquisita a sua volta tramite la cessione di una proprietà di Asqua. I proventi derivanti dalla progressiva vendita della tenuta “gigliata”, confluivano nella ristrutturazione, pezzo dopo pezzo, del monumento stiano e anche l’improvvisa morte di George Specht, incrinò ma non fece crollare i propositi di rinascita, proprio come si era incrinata ma non era crollata la torre in occasione del terremoto, quasi a testimoniare un legame di intensa empatia instauratosi tra famiglia e castello. Così, dando prova di ostinazione e volontà, rientrando dalle difficoltà con spirito di sacrificio, nel 1975 il complesso di Porciano, restaurato e rivitalizzato, rivide la luce e il suo fiero sguardo tornò a stendersi sulla prospiciente vallata.

Nel 1978 fu inaugurato il museo che fa parte dell’Ecomuseo del Casentino e, col passare degli anni, il maniero divenne un polo attrattivo, oltreché “di ampia veduta” visto che in origine il possesso della famiglia consisteva nella sola torre, incastonata all’interno di proprietà altrui: ora invece il terreno che la circonda, ed alcuni immobili che orbitano intorno ad essa, fanno parte del complesso.

Nel frattempo, il testimone, da Flaminia Goretti de’ Flamini, è passato alla figlia Martha Specht che, a sua volta, ha mantenuto con amore quanto fatto dai genitori, ha apportato migliorie, ha vissuto la sua storia in simbiosi col castello e, per esso, non ha lesinato alcuno sforzo, tantomeno economico. Tuttavia, proprio dal punto di vista economico, sono sorte problematiche che hanno evidenziato le difficoltà non solo nel restaurare ma anche nel mantenere, in termini di spese, quanto creato.

La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione, non potendo più accogliere, nel 2020, gli ospiti delle case vacanza del “Borgo del Castello di Porciano” e della Dimora Storica nella torre. L’emergenza sanitaria ha avuto come conseguenza la chiusura del piccolo museo, aperto nei festivi da maggio ad ottobre per oltre quarant’anni, a causa dell’impossibilità di attenersi alla normativa anti Covid. Purtroppo dovrà restare chiuso anche quest’anno per lo stesso motivo, fino a che la situazione non ne consentirà la riapertura.

Tutto questo ha portato alla decisione dolorosa ma necessaria di vendere il castello. Una scelta ineludibile, che lascia un segno profondo in chi, come l’attuale proprietaria, ha visto un sogno prendere forma per poi alimentarlo dando fondo a tutte le proprie energie, una scelta che però la proprietaria non identifica con la freddezza di un verbo che suggerisce un abbandono, tutt’altro: lo spiraglio, il calore, la fiducia vengono dalle speranze che Martha Specht ripone nell’iniziativa di una coppia di giovani americani che festeggiano i dieci anni di matrimonio, che hanno un forte legame col Casentino, essendosi sposati a Poppi ed avendo trascorso un periodo, proprio dopo le nozze, a Porciano e che, in ossequio alla provenienza da oltreoceano, sembrano rievocare quell’unione che nel dopoguerra schiuse il progetto del restauro; dai loro sguardi, dai loro gesti e dalle loro dichiarazioni si possono estrapolare entusiasmo, cultura, sensibilità, possibilità e mentalità per valorizzare ulteriormente il sito, forte volontà di conservarne il legame col tessuto storico della vallata: ecco allora che la vendita diventa un passaggio di consegne, un’opportunità, un sogno che dà seguito ad un altro sogno.

Così, con la prospettiva di un giovamento, la ferita in parte si rimargina e la rinuncia di Martha Specht diventa solo un lascito materiale, perché, di contro, il vincolo affettivo resta forte, corroborato da quello che alla fine appare come un ennesimo gesto d’amore, a suggello di una questione di cuore: proprio quel cuore, che batte ancora più forte, col vigore dei giorni migliori, sulla torre di Porciano.

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