di Riccardo Buffetti – La seconda ondata di Covid-19 si sta abbattendo sul nostro paese, inutili sono stati gli scongiuri estivi da parte di una fetta di esperti, la pandemia senza mezzi termini è ricomparsa funesta su tutto il territorio italiano, e non solo. Fuori dai nostri confini la situazione non è ugualmente delle migliori: in alcune nazioni il virus ha continuato imperterrito a circolare anche nei mesi estivi mentre, in altre, le misure di contenimento adottate dai governi hanno permesso un lieve calo dei contagi. Parliamo di estero volutamente, perché al di fuori dell’Italia ci sono molti nostri concittadini provenienti dal Casentino che, per scelte di vita o lavorative, stanno affrontando l’emergenza Coronavirus lontano dalle proprie famiglie. Tra di loro c’è Gianluca Caccialupi, ragazzo ventisettenne originario di Capolona, che in Irlanda, più precisamente a Dublino, sta portando avanti i suoi studi di dottorato al prestigioso Trinity College nonostante le difficoltà che il virus ha portato, conservando, però, sempre un occhio vigile per i propri familiari.
Da Capolona a Dublino, quale è stato il percorso che ti ha portato dalla nostra terra fino in Irlanda?
«È stato un percorso piuttosto lungo, che cercherò di sintetizzare. Dal 2012 al 2018, con l’eccezione di un anno trascorso in Francia tramite il progetto Erasmus, ho vissuto principalmente a Bologna, dove sono stato iscritto alla Facoltà di Lettere. Negli anni della laurea magistrale mi sono specializzato in letteratura medievale e ho iniziato a pensare di dedicarmi alla ricerca. Dal momento che in Italia la carriera accademica è molto precaria e il ricambio piuttosto scarso, ho deciso di orientarmi verso il mondo anglosassone. Nonostante avessi ricevuto offerte di borse di dottorato anche dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra, ho optato per l’Irlanda, dove avevo già svolto un tirocinio di ricerca di nove mesi dopo la laurea. Al momento sono al secondo anno di dottorato presso il Trinity College di Dublino. Sto insegnando letteratura italiana medievale e rinascimentale e lavorando a un progetto di ricerca su Dante».
La pandemia ha iniziato a percorrere le strade europee ufficialmente nel mese di marzo. Dov’eri in quel momento?
«Tra fine febbraio e inizio marzo, quando sono iniziate ad arrivare le prime notizie dalla Lombardia, mi trovavo a Parigi per far visita a un amico e per consultare alcuni libri alla Biblioteca Nazionale. Quella è stata la mia ultima settimana di “normalità”. Appena rientrato a Dublino, credo che fosse il 5 marzo, i casi in Irlanda hanno iniziato a crescere. Prevedendo che di lì a poco avrebbero chiuso tutto, mi sono procurato e ho portato a casa tutto il materiale che mi sarebbe potuto servire per la ricerca nei mesi successivi».
Anche tu sei stato testimone sulla tua pelle, purtroppo, dell’esperienza di un lockdown. Come hai vissuto quei momenti?
«Ho trascorso l’intero lockdown in Irlanda. A differenza dei vicini inglesi, il governo irlandese non ha mai sottovalutato il problema e ha agito in modo tempestivo, chiudendo tutto verso metà marzo. Nonostante questo, nei primi mesi una buona parte della popolazione non ha compreso la gravità della situazione e del quadro epidemiologico che, soprattutto a Dublino, ha raggiunto livelli piuttosto preoccupanti. Ancora a metà maggio, poco prima che rientrassi in Italia, le mascherine erano impossibili da trovare e nessuno le indossava. A livello personale, il primo mese di lockdown è passato piuttosto velocemente. Sono riuscito a lavorare bene, ho sopperito alla mancanza di rapporti umani con diverse videochiamate settimanali e ho guardato moltissimi film. Inoltre, cosa miracolosa per questo paese, da marzo a maggio quasi tutti i giorni sono stati soleggiati e l’aver avuto a disposizione un giardino ha aiutato. A partire da fine aprile è però subentrata la noia. La concentrazione nello studio ha iniziato a calare, le videochiamate non sono state più sufficienti a compensare l’assenza di rapporti umani diretti e i film non bastavano più a farmi passare il tempo».
Poi sei riuscito a rientrare in Italia, come è stato possibile?
«Sono rientrato a fine maggio e sono rimasto in Italia fino a fine settembre. Tutti i voli diretti dall’Irlanda all’Italia erano stati cancellati, per cui ho dovuto fare scalo a Londra, dove Alitalia era ancora operativa. Prima dell’imbarco a Londra e dopo l’atterraggio a Fiumicino ho dovuto compilare un paio di autocertificazioni, niente di particolarmente complesso. Poi, una volta giunto a casa, ho dovuto trascorrere quattordici giorni in isolamento».
Dopo un breve periodo a Capolona sei tornato a Dublino, come si stanno comportando le autorità locali in merito al ritorno del virus?
«Intorno al 20 ottobre, l’Irlanda è stato il primo paese europeo a tornare in lockdown. I casi sono già in forte calo, soprattutto perché l’Irlanda, nonostante le restrizioni fossero state un po’ alleggerite, non è mai tornata a una sorta di normalità, nemmeno in piena estate. Credo che la decisione di mantenere forti restrizioni anche in estate sia dipesa dal fatto che il sistema sanitario qui è immensamente fragile e molto meno efficiente rispetto a quello italiano. Nonostante questo, il governo irlandese in questi mesi ha fatto poco o nulla per rinforzarlo, preferendo insistere con le restrizioni anche nei mesi estivi».
Hai accennato al fatto che l’Irlanda è stata la prima nazione europea a tornare in lockdown. Dal tuo punto di vista quali sono le differenze sostanziali rispetto alla prima chiusura di marzo?
«La situazione, almeno a livello psicologico, è molto più dura. In primavera, il primo mese di lockdown è passato piuttosto velocemente. Il secondo non è stato facilissimo, ma ero consapevole del fatto che si sarebbe trattato di un ultimo sforzo, dato che a maggio avrei avuto la possibilità di rientrare in Italia. Stavolta invece siamo ancora a novembre, abbiamo davanti l’intero inverno e c’è il rischio concreto che prima di tornare a una situazione, non dico normale, ma almeno simile a quella dell’estate scorsa, dovranno passare cinque o sei mesi. Inoltre, data l’incertezza generale e le forti limitazioni agli spostamenti che i governi stanno cercando di imporre, non so nemmeno se riuscirò a tornare a casa per le feste di Natale, se riuscirò a rivedere la mia famiglia prima della prossima primavera. Qui a Dublino, a causa delle restrizioni in corso, non ho neppure la possibilità di vedere i miei amici, dato che non possiamo spostarci più di 5 km lontano da casa e che io abito lontano dal centro. Tutto questo sta contribuendo a creare un forte senso di isolamento, che le telefonate o le videochiamate con parenti o amici riescono ad affievolire solo in minima parte».
La distanza non ti ha tenuto lontano dalle notizie provenienti dall’Italia e dal Casentino, seppur immagino che le ricevi solo in modo virtuale. In merito a questo, ti senti spesso con la tua famiglia?
«Sono costantemente in contatto con i miei genitori e mia sorella, che mi tengono aggiornato su quello che succede soprattutto a Capolona o Subbiano, ma più in generale nella provincia di Arezzo e in Toscana. Non ho nessun tipo di dato sotto mano, ma da quello che mi raccontano i miei familiari ho la sensazione che, rispetto alla prima ondata, il virus stia circolando molto di più nelle nostre zone. A marzo o aprile, durante le nostre telefonate, capitava raramente che i miei genitori mi riferissero di amici o conoscenti contagiati, parlavamo quasi esclusivamente di noi e di come cercassimo di ingannare il tempo. Stavolta invece ricevo continuamente notizie di conoscenti contagiati, famiglie intere in quarantena o compaesani ricoverati. Proprio per questo, vivo questa lontananza con una certa preoccupazione. Come tutti, ho parenti anziani o potenzialmente a rischio in caso di contagio e il fatto che il virus circoli molto anche nelle nostre zone mi fa preoccupare soprattutto per loro».

(tratto da CASENTINO2000 | n. 325 | Dicembre 2020)