Quando riprese connessione con il mondo provò a contattare l’amante diverse volte senza avere risposta. Intanto era sceso il buio nella notte delle stelle cadenti che accendono il cielo di mezza estate, ma non era nella condizione di esprimere un desiderio.
Abbattuto nel fisico e nello spirito sentiva il sistema nervoso sotto attacco facendo riemergere in lui i ricordi di antichi malesseri.
Il marchio a fuoco dell’attacco di panico stava risalendo le sue viscere come un verme parassita.
Lo riconobbe tra mille altre sensazioni e ben sapeva il percorso che avrebbe tentato di fare. Il mostro aveva iniziato a viaggiare in direzione del cervello. Mentre passava da una cellula all’altra le terrorizzava, dandogli l’impressione di poterle mordere da un momento all’altro.
Quella spia che lampeggiava lo condusse verso il cassetto dei medicinali; era passato diverso tempo dall’ultima volta in cui aveva usato il Rivotril.
Mise cinque gocce nel tappo grigio a vite ed aspirò quasi con violenza, quindi, si sdraiò sul letto disfatto. Dopo alcuni minuti cominciò a sentire l’effetto dell’ansiolitico ma il suo stato d’animo continuava ad essere sferzato dall’angoscia. I pensieri non avevano fermezza e mano a mano che si addentrava nella notte si trasformavano in incubi.
Purtroppo, o per fortuna – dipende dalle esperienze personali – ormai abituato a queste situazioni di disagio psichico, prese un’altra dozzina di unità del medicinale ed a quel punto si addormentò.
Il suo fu un sonno affatto riposante che alle prime luci riprese a popolarsi di malesseri crescenti con la vigilanza.
Come riuscì ad alzarsi dal letto non riuscì a capirlo. Strascicando i piedi andò in bagno e si sedette sulla tazza del cesso. La testa gli cadde dal collo finendo per sbattere contro la porta della doccia; allora appoggiò la mano destra sul termosifone e si tirò su.
Faticosamente in cucina mise la moka sul gas. Mentre aspettava il caffè guardò fuori dalla finestra e vide un cielo orribilmente sereno.
Con fatica immane si vestì ed andò al lavoro. Arrivato al Podestà prese un altro caffè. I metaboliti del sedativo si facevano sentire perché non riusciva affatto a connettersi con il mondo esterno ma questa era una condizione che non poteva permettersi.
Non si era guardato allo specchio ma il suo aspetto doveva essere terribile perché anche Franca se ne accorse.
– Ciao. Ma che hai fatto? Disse mentre gli porgeva la tazzina.
– Non ho dormito niente, nottataccia, rispose sparando la migliore scusa che gli veniva sulle labbra.
– Eh, si vede.
– Dici?
– Non c’è bisogno che lo dica io credimi.
– Ho fatto una cazzata.
Quando Elena lo vide per poco non le venne un colpo.
Nonostante non fossero soli si avvicinò.
– Mio Dio che faccia.
I colleghi si voltarono per un istante.
– Ho avuto una brutta serata, rispose riproponendo la medesima bugia.
– Perché? Eravamo stati così bene ieri, chiese sottovoce.
– Si, è vero. Che ti devo dire. E’ andata che non sono riuscito a riposare.
Lei tornò alla propria postazione senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi.
Al pomeriggio non si presentò in ufficio. Lei provò a contattarlo senza risultato e fu preoccupata di quel silenzio inusuale.
Arrivato a casa si mise sul letto addormentandosi come un sasso. Il sonno era stato così solido da rimuovere ogni residuo di coscienza tanto che, quando infine si svegliò, era quasi buio.
La notte e il giorno successivi furono la fotocopia delle ore precedenti.
L’amante lo incalzava cercando di sapere, di stargli vicino, ma lui era abulico, spiaggiato come un legno corroso dalla risacca. Cosa stesse covando dentro nemmeno lui sapeva dirlo.
Lei gli parlava, chiedeva, provava a capire. Al lavoro, al Podestà, al telefono, egli riusciva solo ad esternare un malessere assai palese, senza però entrare nei dettagli, ed anche quando viso a viso gli chiese di vedersi da soli lui declinò con gli occhi abbassati.
Perché non volesse metterla al corrente della sua malattia e raccontare i propri disagi era un mistero che non aveva molto di razionale.
Forse un senso di protezione, una premura o magari un desiderio inconscio di allontanarsi così da risparmiarle il calvario che certamente sarebbe giunto.
Dietro quello sguardo declive giravano mille pensieri così come dietro a quello innamorato di lei; ma neppure lui poteva prevedere il futuro.
Finì il giorno e venne un’altra notte solitaria intrisa di pene e di fluidi densi ed inquinati dal dolore fisico ed emotivo.
Il segnatempo scandiva le piccole ore con lentezza esasperante. Forze misteriose interferivano con le dimensioni spazio temporali dandogli l’impressione che quel buio non sarebbe mai finito.
A un certo punto, dopo aver vagato da una stanza all’altra come un automa, sentì tutto il peso dell’universo sul proprio corpo che si ritrovò schiacciato a terra in preda ad una violenta crisi d’ansia.
Questa era gravata dal malessere diffuso della chemio andando così a formare una mistura letale.
Sdraiato sul pavimento, con i muscoli gelati e la pelle fradicia provava l’orribile sensazione del corpo fuori controllo ed in balia di demoni perversi.
Il senso di morte imminente incombeva come un avvoltoio paralizzandolo nello spirito e nella volontà, in preda ad un terrore devastante.
In quella condizione, sull’orlo del baratro, con uno sforzo immane afferrò il cellulare e compose il 118 un istante prima che le luci si spegnessero.
L’urlo delle sirene squarciava la quiete apparente della città di Bibbiena baluginando il blu che gli feriva gli occhi ora chiusi e ora aperti.
In ospedale però arrivò in stato di incoscienza perciò fu trasferito immediatamente in reparto per valutare le sue condizioni. I parametri vitali erano stabili pertanto i medici lo mantennero inizialmente nello stato in cui si trovava in attesa del risveglio.
Questo avvenne solo il giorno dopo e per un tempo brevissimo nel quale fu visitato e sottoposto agli accertamenti possibili nello stato vigile.
Dopo circa due ore si riaddormentò pesantemente come se il suo fisico cercasse con insistenza uno stato vegetativo finalizzato al recupero.
Sua figlia si trovava accanto al letto quando a sera aprì gli occhi. Appena la vide non fu in grado di dire niente e solo un velo di lacrime gli solcò il viso.
Chiuse le palpebre e fu di nuovo scuro. Restò in osservazione per alcuni giorni durante i quali la condizione andò migliorando.
Ogni volta che si destava c’erano i suoi figli a custodirlo.
Li guardava e soffriva senza riuscire a parlare. A mala pena li salutava con un cenno e il volto bagnato. Loro gli tenevano la mano.
Venne il giorno in cui si sentì meglio tanto che riuscì a tirarsi sul letto ed a mettere insieme due parole:
– La mamma?
– La mamma è dalla nonna. Disse la bambina.
– Quando tornate?
– Non penso che succederà. Almeno non adesso.
– è molto arrabbiata?
– Si.
Dopo una settimana fu dimesso e rientrò a casa con le sue gambe.
Un amico andò a prenderlo dopo avergli fatto la spesa dato che in frigorifero non aveva quasi niente.
Stava certamente meglio benché le forze fossero ancora deficitarie.
La casa era pulita e in ordine; qualcuno aveva provveduto, certamente non la moglie.
Dopo poco arrivarono i ragazzi e confermarono che era venuta una signora a sistemare.
Sopra la scrivania ritrovò il cellulare che – ormai scarico – era rimasto seminascosto da una sedia, perciò i sanitari non lo avevano visto.
Lo attaccò subito alla presa di corrente ed aspettò con impazienza ed un poco di apprensione. Girellava ma ogni minuto guardava i led aspettando che fossero sufficienti.
Quando accese lo smartphone trovò una marea di chiamate perse e messaggi quasi tutti di lei. Ad una certa data i tentativi si interrompevano e se da una parte la cosa gli pareva normale, dall’altra, generava inquietudine.
Si domandava perché la donna avesse smesso di cercarlo.
“Scusa, ma te che avresti fatto al suo posto? Se non ti avesse mai risposto, avresti creduto che c’erano dei problemi e che non era il caso di insistere”.
A questa valutazione si rincuorava ma i pensieri giravano così che ci ritornava sopra.
“Però, proprio non avendo avuto risposta mi sarei preoccupato ed avrei voluto sapere. Gli altri colleghi infatti mi hanno cercato”.
Le congetture continuarono a lungo soprattutto quando provò a contattarla senza esito.
Dopo una mezz’ora squillò il telefono. Sul display comparve il numero dello studio ma non era lei.
Con molta premura gli chiedevano di sapere come andavano le cose. Rispose che si sentiva in forma e che il giorno dopo sarebbe rientrato.

Disastro A volte capita che la vita addenti al collo e non sempre sia possibile liberarsi (Alessandro Bandecchi).

Una volta capitò che Rinaldo non si sentisse bene, tanto da dover restare a casa in malattia per diversi giorni.
Non si trattava di nulla di serio, tuttavia, questa evenienza ebbe un paio di conseguenze di rilievo.
La prima fu che non poté andare a giocare e la seconda, ben più grave, che Elena si recò in banca per prelevare una discreta somma, necessaria a pagare diversi conti e bollette.
La lontananza forzata dalle slot alterò il suo sistema nervoso tanto che entrò in crisi d’astinenza. Era diventato irritabile ed agitato. La notte si rigirava nel letto, pensando alla propria amata che poteva essere violata da qualcun altro. Stava così in ansia che nemmeno riusciva a dipingere i soldatini e si imbottiva di medicine per stare calmo. Se avesse potuto sarebbe uscito in pigiama nella notte per correre da lei. Non era in grado di darsi pace tanto meno di pensare lucidamente, altrimenti, avrebbe potuto intuire che la reale situazione finanziaria familiare stava per essere scoperta.
La mattina successiva, presso lo sportello della banca locale, la moglie attendeva il proprio turno alla cassa.
L’impiegata, che stava servendo altri utenti prima di lei, si scambiò un’occhiata di intesa con la collega che alzò il telefono dopo aver premuto due tasti. Lei non si sarebbe potuta assolutamente immaginare che quel cenno di intesa la riguardava perciò, si sedette tranquillamente ed attese il proprio turno.
– Buongiorno
– Buongiorno a lei, mi dica signora.
– Vorrei fare un prelievo di 500 euro.
La funzionaria digitò il numero di conto già conoscendone la consistenza quindi, la guardò in viso con l’aria di chi sa di dover dare bruttissime notizie.
– Dovrebbe parlare con il direttore.
– E perché?
– Nulla. Una formalità. Ma la prego, la accompagno.
Il direttore la fece accomodare con molta cordialità prima di aprire il rubinetto dell’acqua gelata.
– Che succede?
– Signora, le devo comunicare che il vostro conto non ha più deposito ed anzi, con gli ultimi prelievi sono stati applicati gli interessi sullo scoperto.
– Che cosa?? Chiese la donna con il volto marmoreo.
– Questa è la distinta del bancomat e dello sportello dove è sempre venuto suo marito. Devo anche dirle che dovrebbe rientrare nel giro di pochi giorni.
– Ma si. Certamente. Rispose lei impietrita.
Meccanicamente salutò il direttore e uscì dalla filiale. Come guidata da un lucido istinto si diresse dal meccanico dove apprese che diverse riparazioni non erano state saldate. Il conto superava i 1.000 euro.
Allora si recò dal falegname: 800 euro. Dall’idraulico: 700 euro.
Quell’uomo aveva dilapidato tutti i loro risparmi e non solo. Era perfino arrivato a prendere i soldi ai figli in preda alla febbre del gioco.
Adesso tutto era chiaro.
Nel giro di mezz’ora le era crollato il mondo sulla testa. Erano letteralmente sul lastrico.

Analisi e tesi A sera, quando rientrò a casa, era completamente distrutta. Con il morale a pezzi, si era trovata di fronte ad una situazione dai risvolti psicologici e pratici pesantissimi, pertanto, si sentiva come se fosse stata travolta da un tir.
La notte seguente fu orribile.
Come prevedibile non chiuse occhio in preda alla disperazione più cupa. La cosa peggiore fu giacere accanto ad un uomo che aveva scoperto non conoscere affatto.
Non solo non lo amava più (anche se, in realtà, era lui che aveva dimenticato da molto tempo cosa significasse far sentire amata la propria donna) ma, peggio ancora, si era resa conto di aver riposto la fiducia, che generalmente si accredita ad una persona quantomeno assennata – un buon padre di famiglia, in un individuo che definire un pazzo scriteriato non era fuori misura.
Indubbiamente un elemento da tso.
Oltretutto cominciarono a fiorire i sensi di colpa.
Si chiedeva come aveva potuto non accorgersi di tutta quella situazione.
Anche lei, con la propria condotta, con il suo innamoramento tormentato, aveva messo a repentaglio la sicurezza dei suoi stessi figli? Probabilmente, se fosse stata più presente con la mente e non avesse delegato tutto quanto, se ne sarebbe avveduta? Si domandava tutte queste cose e gli sembravano molto aderenti alla realtà dei fatti.
Dopo un paio d’ore di incubi e scenari catastrofici se ne andò in salotto dove riuscì a ragionare più lucidamente.
In particolare, nel fare l’analisi dell’ultimo periodo della sua vita non riuscì ad individuare un motivo di felicità che la legasse a Bibbiena. Anzi. Certo sentiva di amare ancora quell’uomo con cui aveva condiviso tanta passione ma adesso gli pareva che non fosse più la stessa persona e che, forse, non provasse più gli stessi sentimenti nei suoi confronti.
“Ogni storia ha un principio e una fine” pensava. E forse quella era giunta al capolinea. Si sentiva stringere lo stomaco e un senso di angoscia la avvolse come un mantello di latta.
Il pensiero principale però, inevitabilmente, andava verso i figli. Erano le parti deboli ed incolpevoli il cui destino, restando inermi in quella condizione, non sarebbe stato certo benigno.
Quando attraverso le imposte cominciarono a filtrare le prime luci del nuovo giorno, come se anche i pensieri si fossero chiariti, prese atto dell’unica determinazione sensata da adottare al più presto.
Doveva prendere i ragazzi ed accettare l’incarico allo studio fiorentino. Per quanto dolorosa quella era l’unica soluzione.
Avrebbero lasciato gli amici e le loro abitudini e certamente avrebbero subito un trauma, tuttavia, una volta saputa la verità, avrebbero capito.
E poi, avrebbe potuto trattarsi di un lungo periodo ma non definitivo.
“Non esiste niente di irreversibile” pensava mentre immaginava la propria vita a Firenze.

(Fine puntata 22)

Marco Roselli, Gli Amanti di Piazza Tarlati, Fruska