di Beatrice Mazzanti – Dal 6 settembre al 5 ottobre Poppi ospita la mostra “Confini di carta”, a cura di Sara Lovari. In occasione dell’evento, abbiamo intervistato l’artista per scoprire le origini del suo legame con l’arte e il significato più profondo delle opere esposte. Sara ci ha raccontato un percorso personale fatto di ricordi, emozioni e riflessioni, conducendoci oltre i limiti fisici della materia verso i “confini” più intimi e simbolici delle sue creazioni
Com’è nata questa sua passione per l’arte? Qual è la sua storia dal punto di vista artistico… «Ho seguito studi in ambito turistico, ma ho sempre avuto questo sogno fin da piccola: disegnavo, facevo caricature dei miei amici, coloravo… poi ho iniziato un po’ a dipingere. In realtà non ho mai avuto qualcuno che mi insegnasse: tutto quello che ho imparato, l’ho fatto da autodidatta. Col tempo, però, non ero del tutto soddisfatta del risultato solo pittorico. Così ho cominciato a sperimentare: ho iniziato a usare materiali alternativi come giornali, vinavil, acqua, e ho scoperto la tecnica della cartapesta. Da lì ho iniziato a creare oggetti tridimensionali: partivo dalla tela, dipingevo, poi aggiungevo materia, fino ad arrivare all’assemblaggio di oggetti veri, come libri antichi o componenti meccaniche».
Questo approccio rientra nell’ambito dell’arte povera, arricchito dall’inserimento della parola scritta, arrivando a sfiorare la poesia visiva… «È una tecnica molto particolare, che coinvolge un pubblico di nicchia. A livello di mercato è sicuramente più complesso, ma a livello di installazioni e musei ho sempre avuto riscontri positivi e portato avanti vari progetti e curatele».
E cosa rappresenta per lei questo mondo artistico? «L’arte per me è uno spazio di libertà, un luogo dove posso raccontare delle storie, trasmettere emozioni e riflessioni.
È il mio modo per osservare il mondo e reinterpretarlo, mescolando realtà e immaginazione, ricordi e simboli. Amo usare materiali “poveri” o di recupero perché hanno già una loro storia, e questo li rende vivi.Inserisco spesso elementi come lo specchio, che per me è un simbolo molto forte: ci costringe a guardarci dentro e a riflettere anche sul messaggio che cerco di trasmettere con le mie opere».
Dove ha esposto e a quali mostre ha partecipato? «Nel corso degli anni ho avuto la possibilità di esporre in musei, istituzioni pubbliche e fiere internazionali, portando avanti progetti sia personali che site-specific. Tra le installazioni museali e site-specific, ricordo in particolare: il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), il MAEC di Cortona (Museo dell’Accademia Etrusca), il Museo di Scienze Naturali di Siena, l’Archivio di Stato di Siena, il Castello di Poppi. A livello di fiere e mostre internazionali, ho partecipato a: Art Miami, Miami Scope, New York (mostre collettive), Berlino, con diverse esposizioni, WOP – Lugano Tutto questo anche grazie alla collaborazione con la Galleria Barbara Paci, la curatrice Silvia Rossi a Torino. In tutte queste occasioni ho presentato progetti specifici, spesso legati a tematiche sociali, culturali o poetiche, sempre attraverso il linguaggio dell’assemblaggio: cassetti, contenitori, materiali recuperati e parole che raccontano storie».

Mi piacerebbe che mi parlasse anche del significato della sua mostra… «La mostra nasce dal tema del viaggio, ma non solo come spostamento fisico o geografico. È un viaggio più ampio, che attraversa culture, emozioni, esperienze. Un percorso che parla di scoperta, ma anche di difficoltà, di sogni, di memoria. A Sanremo, ad esempio, abbiamo esposto opere ispirate al viaggio anche attraverso Kena Hootie, interpretando non solo l’aspetto della navigazione ma anche tutto ciò che si incontra lungo il cammino: flora, fauna, lingue, tradizioni. Ho inserito carte che raccontano fiori, testi in varie lingue, brani di letteratura e musica, perché per me un luogo è fatto di cultura, cibo, musica, geografia. Ci sono anche pubblicità d’epoca, come quelle della Bianchi, che non produceva solo biciclette, ma anche pneumatici e altri mezzi, perché anche quelle raccontano un’epoca e un modo di viaggiare. Nelle opere inserisco piccoli oggetti simbolici come orologi (il tempo), bussole, rose dei venti; tutti segni che richiamano l’idea del percorso, dell’orientamento, del cambiamento. Una delle installazioni principali è una barca, realizzata con cartoni di scarto, donati dal Gruppo Scart di Soci. È una barca simbolica, che nella sua navigazione ha affrontato delle difficoltà: cartone bucato, tagliato, mappe rovinate. Un viaggio, insomma, non sempre facile. Di solito uso anche il fuoco come intervento artistico, ma in questo caso ho evitato per rispetto dell’ambiente, visto che la mostra era in uno spazio chiuso. Infine, ho creato una bandiera, che richiama la bandiera bianca della pace. In realtà è un frammento di una mappa nautica di colore bianco, con tubi rossi e verdi che solitamente custodivano le mappe. Ho aggiunto anche bianco e nero, un chiaro riferimento, anche se sottile, alla situazione attuale in Palestina. Un messaggio che resta implicito, ma che vuole invitare alla riflessione».


