di Anna Franca Rinaldelli – Ho cominciato a lavorare nel manicomio di Arezzo nel 1969, quando ancora era chiamato “i tetti rossi” ed era organizzato tradizionalmente come tutti i manicomi italiani, dopo la legge del 1904: bellissimi viali sempre verdi nel colle del Pionta, la zona dove sorgeva l’antica città etrusca e bellissimi edifici, costruiti tra gli anni della fine 800 ed i primi anni del 900.
Ma in questa zona idilliaca c’era qualcosa di perverso, di tragico: qualcuno sosteneva che gli edifici era organizzati come gironi infernali, dal padiglione neurologico, dove venivano accolti i malati più lievi, fino ad arrivare alla cosiddetta “infermeria” dove, in una situazione tragica, erano rinchiusi i malati più gravi, quelli incurabili che non avevano prospettive di guarigione, destinati a rimanere per sempre all’interno delle strutture di segregazione. E dopo questo ultimo “reparto” c’era la cappella mortuaria, che segnava il tragico destino di coloro che una società di “sani” aveva nascosto e segregato. C’erano anche tecniche di riabilitazione, introdotte da uno storico direttore: Arnaldo Pieraccini, ma dappertutto c’erano reparti chiusi e sigillati, camere di contenzione, l’uso dell’elettroshock e delle camicie di forza. Insomma malati ridotti ad oggetti, negazione della personalità individuale, uso della forza ed infermieri ridotti a guardiani, la negazione della terapia.
L’Amministrazione Provinciale, che fu eletta nel 1970 cambiò radicalmente questa situazione, seguendo l’esempio di Gorizia, dove Franco Basaglia aveva aperto il manicomio con una esperienza straordinaria che ormai è entrata nella storia. L’amministrazione aretina scelse come nuovo direttore Agostino Pirella (nella foto nel 1971), braccio destro di Basaglia nella esperienza di Gorizia. In attesa, la Provincia aveva introdotto nel manicomio tradizionale nuove figure di supporto per le necessità dei degenti. Io, proveniente dalle esperienze dell’Isolotto di Firenze, ispirate da Giorgio La Pira ed Enzo Mazzi, sono stata la prima assistente sociale nella storia dei tetti rossi.
I medici e gli infermieri avevano in dotazione un grosso mazzo di chiavi, che serviva ad aprire e chiudere le porte dei reparti rigidamente chiusi e dovevano rispettare rigorose procedure, che presumo siano in vigore in tutte le strutture di detenzione, di isolamento e di contenzione. Il mio primo giorno di lavoro, in una struttura che nell’immaginario popolare incuteva timore, non poteva non essere particolare, una di quelle giornate che segnano i passaggi della vita, ma non avrei mai potuto immaginare che fosse così emozionante. Ero arrivata presto al mio nuovo lavoro, dal Casentino, ed appena preso servizio mi fu consegnato quel grande mazzo di chiavi, pesante e sferragliante, che mi avrebbe dato l’accesso a tutti i reparti del manicomio.
Non sapevo quello che mi aspettava dietro quelle porte chiuse che nascondevano paure, timori, violenze, antiche credenze popolari. Presto comunque lo avrei scoperto perché, armata della mia abituale determinazione, avevo l’intenzione di non arrendermi di fronte alle cose sconosciute.

Con il primo giro della pesante chiave mi trovai in una stanza grande, quadrata, circondata da ben otto alte finestre, munite di pesanti grate di ferro. Nessun arredo e l’immediata percezione che qualcosa non andasse. Girato lo sguardo a sinistra, quello che vidi mi colpì come una doccia gelata: mi rifiutai, nel primo istante, di credere ai miei occhi e pensai che fosse uno scherzo della mia mente. Nudo come madre natura l’aveva fatto, aggrappato ad una delle finestre alla mia sinistra, stava un giovane uomo, che ancora oggi rivedo, in posa scimmiesca e pronto a spiccare altri salti tra quei bellissimi tralci in ferro battuto. Il mio cuore si fermò per un istante, le mie gambe si paralizzarono e nella mia testa prese a ronzare un turbinio di pensieri e di ipotesi. Cominciai anche a cercare una via di fuga, qualora fosse stato necessario, e mentre combattevo con me stessa per mantenere un minimo di calma, mentre il mio cuore correva all’impazzata, l’unica porta interna (di cui cercavo spasmodicamente la chiave nel grande mazzo) e che portava al vero e proprio reparto “inquieti uomini”, si spalancò. Percepii un immediato senso di sollievo nel vedere un infermiere vestito di bianco che mi salvava da quel collo di imbuto in cui avevo la sensazione di essermi cacciata. Non era cordiale ed aveva un cipiglio deciso mentre mi chiedeva: “ma lei chi è? Che ci fa qui…” Poi, senza attendere la mia risposta e cambiando decisamente tono, si rivolse all’uomo penzolante e gli disse: “scendi Santino, non fare il coglione, scendi e rivestiti”. Parole che sbloccarono magicamente la situazione: Santino scese dalla grata della finestra ed io trovai una via di fuga verso il più rassicurante reparto.

Eliseo Occhiolini, così si chiamava l’infermiere della mia inizializzazione, aveva parlato il linguaggio più semplice, più comprensibile, senza artifici e tecnicismi, quello che sicuramente giungeva nei punti giusti. Capii con il tempo che quella sdrammatizzazione della parola era stata, in quel momento, la cosa più efficace: aveva reso più leggera la mia paura ed anche quella di Santino, perché scoprii dopo, che anche lui, nel vedere una estranea, aveva provato la mia stessa paura.
Ci vollero molti mesi, con l’avvento della nuova psichiatria a guida di Agostino Pirella, per convincere Santino a tenere gli abiti addosso. Con il nuovo corso fu subito evidente a tutti che se Santino non ce l’avesse fatta a coprire il suo corpo, che lui voleva perennemente ed ostinatamente nudo, sarebbe stato tagliato fuori da quella grande opportunità che si presentava con la nuova gestione del manicomio, tutta impostata su atti e comportamenti riabilitativi mirati a restituire una dimensione umana e a ridare dignità a coloro che erano stati gli ultimi, gli invisibili, segregati da una società violenta che mascherava la segregazione con la cura e la scienza. Il bel film che di li a pochi anni riuscimmo a produrre sul nuovo corso, porta un bellissimo titolo: “L’uomo ritorna”. Perché l’uomo, con i suoi bisogni, la sua umanità ed i suoi diritti, l’uomo segregato e reificato può ritornare solo attraverso un lento lavoro di demolizione di quelle impalcature che ci avevano impedito, per lungo tempo, di guardare oltre le etichette e le definizioni precostituite. Santino ce la fece, grazie anche alla ostinazione dei suoi curanti, che interpretarono il suo gesto di denudarsi, come il rifiuto di una segregazione in un luogo senza senso e senza tempo dove la vita non era vita e l’essere umano non era più uomo.

Eliseo Occhiolini, l’infermiere, che proveniva anche lui dal Casentino, da Soci, per la precisione, anche lui come me, fino alla pensione, occupò un ruolo cruciale nella nuova gestione del servizio psichiatrico. Usò passione ed una grande determinazione politica. Impegnato in quella che allora veniva definita la “cellula rossa” è stato uno degli infermieri più attivi che hanno avuto un ruolo determinante in quella grande rivoluzione culturale e politica che è stata l’apertura e la scomparsa del vecchio manicomio, dei tetti rossi sul colle del Pionta. Mi fu amico e compagno, sin da quel primo giorno, con le sue intemperanze e la sua passione per la difesa degli invisibili, all’interno della grande équipe psichiatrica di via Guido Monaco, n.13 in Arezzo, dove, nei 20 anni successivi, si compì il miracolo di una nuova assistenza psichiatrica tecnicamente qualificata e rispettosa delle persone e dei loro diritti. La città di Arezzo e l’intera provincia in cui la riforma si irradiò a macchia d’olio con la “restituzione dei problemi al territorio”, come si diceva allora, divennero un esempio nel mondo, di come ci si rapporta al malato considerandolo persona e non ignorandone più l’esistenza e lo spessore.

Layout 1(Anna Franca Rinaldelli, da sempre impegnata nel sociale, ci racconta le sue storie e quelle delle persone invisibili, sempre “speciali”, che ha incontrato.)

(tratto CASENTINO2000 | n. 320 | Luglio 2020)