di Mauro Meschini – Ma fra qualche decennio chi abiterà in questa vallata? Come sarà la sua vita, su quali opportunità potrà fare affidamento, quali problemi si troverà ad affrontare? Forse qualcuno potrà essere portato a pensare a questo punto che abbiamo così tante situazioni contorte e complicate adesso e, davvero, non si sente la necessità di pensare anche a quello che accadrà non si sa bene quando e non sappiamo a chi.
Ma siamo sicuri che sia così? Che il tema in fondo non ci riguarda… oppure quello che potrà accadere è in qualche modo strettamente legato con quello che accade oggi e con le scelte che facciamo? Per quanto ci riguarda vorremmo provare a proporre qualche riflessione partendo da ciò che ci è capitato di vedere, di ascoltare, di leggere… tentando poi di unire i fatti, mischiare i temi, cercare una possibile sintesi. A voi è mai capitato di incrociare uno degli scuolabus che nel periodo scolastico transitano sulle strade della vallata?
In questi casi, a volte, c’è la necessità di attendere in coda qualche minuto alle fermate per permettere alle bambine e ai bambini di salire o scendere, così viene quasi naturale volgere lo sguardo verso i gruppi di genitori e piccoli studenti e non si può non vedere come, anche solo in quel preciso momento e in quella limitata parte di Casentino, tanta parte del pianeta sia rappresentata. Pelli più chiare, più scure, capelli lisci o ricci, tratti somatici che raccontano di provenienze lontane o più vicine.
Pensandoci un attimo ci rendiamo conto che vediamo riuniti insieme in questi momenti anche i potenziali futuri casentinesi, ma viene da chiedersi subito: oltre la scuola, momento comune di crescita ed esperienza collettiva, quanto realmente quelle bambine e quei bambini possono, e potranno tenere vicine le loro strade in modo da crescere realmente insieme costruendo e condividendo le diverse esperienze che si trovano ad affrontare nella quotidianità?
Non dipende certo, e purtroppo tutto da loro, anzi probabilmente se fosse tutto legato alle loro scelte e alla loro volontà sarebbe molto semplice la creazione di legami e di un sentire comune, ma ci sono ancora altri fattori che rendono tutto più complicato e forse, anche se potrebbe sembrare il contrario, queste difficoltà potrebbero manifestarsi in maniera più evidente proprio in realtà come quella del Casentino, una di quelle cosiddette «aree interne» che stanno vivendo momenti di criticità e in cui il domani rischia di essere un punto interrogativo, mentre nel presente sono già pesanti i segni di un progressivo spopolamento.
Per quanto riguarda questa parte non trascurabile del territorio italiano, che comprende migliaia di comuni, il tema di quale futuro costruire è assolutamente rilevante ma tutto dipenderà da quale strada si deciderà di seguire e quali risorse e potenzialità si riterrà opportuno investire e valorizzare. A questo proposito è bene ricordare che, addirittura, circa un anno fa il Governo Meloni all’interno del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), proponeva un discutibile e discusso obiettivo per parte di questi territori, decretando di fatto un loro definitivo e inesorabile accompagnamento verso una specie di «fine vita».
“Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile. Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
Appare chiaro che una visione di questo genere non rappresenta un futuro possibile, al contrario nega la possibilità stessa di immaginare un domani e ancora di più di pensare ad una prospettiva che veda crescere necessariamente anche una generazione di nuovi casentinesi portatori di un bagaglio di esperienze, culture, tradizioni diverse, pur essendo ormai in grandissima parte nati in Italia.
In merito a questo ci è apparso molto interessante quanto affermato lo scorso 30 maggio 2026 da Franco Gabrielli, docente SDA Bocconi ed ex capo della Polizia, durante un’intervista a In Altre Parole, la trasmissione condotta dal giornalista Massimo Gramellini su La7. Una riflessione che propone una lettura completamente diversa, in cui si evidenziano dei pericoli e delle difficoltà ma dove, contemporaneamente, si immagina e si riafferma una prospettiva possibile e auspicabile.
«[…] da tempo l’immigrazione è un elemento con il quale fare i conti, fare i conti in maniera anche seria, concreta, perché vede, c’è una componente di questo Governo che liscia il pelo alla «remigration» e poi, sempre questo Governo ci fa un Decreto flussi per 450.000 persone che entrano… quindi mi sembra alquanto contraddittorio salvo che anche questo non sottenda quello che io definisco un «neoschiavismo», per cui noi gli stranieri li vogliamo perché ormai determinati lavori non li facciamo più, per abbassare i salari, per tutta una serie di motivi… L’importante però è che poi rimangano nei loro ghetti. In questi giorni ho appreso, facendo un incontro con un sociologo, che sono stati censiti nel nostro Paese oltre 330 ghetti, che rappresentano non il fallimento dell’integrazione, come è stato detto dopo i tragici fatti di Modena, ma il fatto che in questo Paese non c’è integrazione e questo costituirà uno degli elementi più preoccupanti dal punto di vista della lacerazione del tessuto del nostro Paese. A questo dovremmo in qualche modo pensare… Il nostro Paese è esposto ad un rischio grave, e non sono le banlieue (in Francia i quartieri ad alta concentrazione di migranti, le periferie disagiate delle grandi città, n.d.r.)… La morfologia sociale del nostro Paese sono i piccoli centri, oltre 5.000 comuni dei circa 8.000 presenti sono sotto i 5.000 abitanti e stanno progressivamente depauperandosi perché le persone invecchiano, i giovani se ne vanno altrove… e queste realtà verranno necessariamente occupate dai nuovi italiani che si «enclavizzeranno» e costituiranno un elemento di rottura, di frattura con le realtà… poi noi abbiamo il problema della lingua, la nostra splendida lingua che non parla nessuno… Quindi abbiamo un atteggiamento molto più finalizzato a conseguire dividendi di consenso immediato che non a costruire processi che possano rendere anche in qualche modo più sicuri, perché se noi creiamo una società coesa la rendiamo inevitabilmente anche più sicura […]».
Ci sembra una riflessione di buonsenso (tanto raro di questi tempi, n.d.r.) attenta e concreta che, forse, rafforza i motivi che ci hanno spinto all’inizio a proporre quelle domande sul futuro e sul «Casentino che verrà». Oggi dobbiamo decidere se vogliamo rafforzare le nostre realtà, se vogliamo renderle più coese e unite, se vogliamo davvero far sentire tutti i residenti di questa vallata dei veri cittadini, se vogliamo che i casentinesi di domani possano veramente costruire una realtà che, non sarà necessariamente uguale a quella di ieri o di oggi, ma che riesca e sia in grado di fare tesoro della storia e delle tradizioni di questa terra e a condividere e far convivere nuovi contributi e sensibilità.
Dobbiamo sapere che questo è già successo, quello che a noi oggi sembra una cultura scolpita nel tempo e uguale a sé stessa da sempre non è altro che il frutto dell’avvicendarsi dei popoli che hanno abitato o che sono transitati per il Casentino, non è altro che il prodotto del susseguirsi di usanze, ritualità, tradizioni che si sono rincorse e sovrapposte costruendo quello che è oggi il nostro presente.
Non era possibile costruire muri invalicabili nel passato e non lo è possibile neppure oggi, nonostante qualcuno continui a vaneggiare il contrario, soprattutto quando i cosiddetti piccoli «stranieri» sono nati qui, frequentano qui le scuole, parlano e conoscono spesso solo la lingua italiana, condividono e si riconoscono in ciò che fanno, pensano e dicono tutti i loro coetanei.
Favorire la coesione, un sentire condiviso, non si tratta ormai più solo di dare vita ad una guida amministrativa unica in questa vallata (nonostante a noi, come è noto, ci stia particolarmente a cuore, n.d.r.), ma di rafforzare i legami e i rapporti sociali tra le persone. Di fronte a una prospettiva che vorrebbe sancire la definitiva scomparsa di parte dei territori italiani è necessario operare per permettere la loro rinascita, valorizzando e promuovendo le risorse e i contributi che possono portare tutti coloro che continueranno a scegliere di abitarli e farli vivere.


