di Mauro Meschini – In una situazione di straordinaria difficoltà il volontariato casentinese non ha fatto mancare il suo contributo, nonostante i rischi e le incertezze che la diffusione del virus Covid-19 ancora comporta.
Abbiamo preso come esempio un Comune e una delle tante realtà associative del territorio solo per la complessità in questo momento di attivare contatti e raccolta di informazioni, ma con questo articolo, il primo di altri con cui racconteremo questo periodo, vogliamo ringraziare tutti coloro che attraverso le associazioni diffuse nei diversi Comuni hanno dato, in forme e modi diversi, un aiuto importante.
Anche nel Comune di Pratovecchio Stia sono stati, tra gli altri, la Misericordia e la Croce Rossa Italiana locali che hanno garantito supporto sia in ambito sanitario che per altri servizi e attività.
Con Stefano, Costanza, Giuseppina e Irene della Croce Rossa Italiana di Stia abbiamo organizzato una chiamata di gruppo per conoscere come sono organizzati, le attività che realizzano e per sapere come hanno affrontato queste settimane di emergenza.
«I tre Comitati CRI del Casentino fanno parte del gruppo di otto della Provincia di Arezzo. I Comitati sono organizzati in maniera autonoma ma tutti rispondono ad una regolamentazione nazionale. I volontari ovunque hanno le stesse regole, la stessa divisa, lo stesso modo di comportarsi, lo stesso codice etico e lo stesso statuto. Questo ci permette di collaborare più facilmente anche al di fuori del nostro Comitato. Anche a Stia siamo organizzati in settori. Il primo è legato alla salute e ci porta a svolgere le attività di emergenza urgenza del 118, i trasporti ordinari di chi ha bisogno di una visita, della dialisi o è stato dimesso dall’ospedale. All’interno della stessa area 1 a Stia promuoviamo anche un’attività ludica come il “trucca bimbi”. Facciamo anche attività di simulazione di situazioni critiche per la formazione degli operatori; queste simulazioni sono state svolte anche in altre parti della Regione e hanno coinvolto più realtà. Abbiamo poi l’area 2 rivolta al sociale, in questa prevediamo l’organizzazione di mercatini e il supporto al Comune per varie necessità. L’area 3 riguarda la protezione civile e quindi si attiva nel momento di particolari necessità ed emergenze. In questa attività vengono coinvolti i volontari che hanno fatto una specifica formazione e sono “operatori di emergenza”. In queste occasioni ci si occupa della logistica dei campi, ci si occupa dell’alimentazione e del supporto alle persone, di fare ricerca dispersi. Abbiamo coloro che si occupano dei rischi chimici, biologici e radio nucleari; in questo momento ci occupiamo, per esempio, di fare formazione per il corretto utilizzo nella vestizione e svestizione dei dispositivi di protezione individuale. Abbiamo poi l’area 4 legata alla cooperazione internazionale e l’area 5 che è quella dei giovani, con attività divulgative per esempio nelle scuole su educazione alla sessualità, educazione stradale e altro. Infine abbiamo l’area 6 che è quella legata alla promozione, alla gestione dei volontari e alle attività legate ai mass media. Parlando poi in particolare di Stia, qui siamo presenti nell’attività del 118; facciamo i trasporti ordinari delle persone; il “trucca bimbi” in attività ludiche e poi partecipiamo nelle situazioni di emergenza».
Adesso siamo proprio in questa situazione. Visto la particolarità del momento cosa avete dovuto cambiare per affrontare un’emergenza che richiede anche particolari modalità di approccio?
«I volontari hanno ovviamente dovuto cambiare il modo di operare. Perché c’è bisogno di utilizzare delle attenzioni ulteriori. Abbiamo dovuto dotare le ambulanze di dispositivi per la protezione individuale come tute e guanti. Cambia quindi anche l’approccio con la persona che chiama e ha bisogno di assistenza o aiuto, umanamente la situazione è un po’ diversa…».
I volontari si trovano ad affrontare un pericolo diverso, che non si vede ma che provoca sicuramente preoccupazione. Come ci si pone e si affronta anche a livello personale questa particolare difficoltà?
«Ci si pone con una certa difficoltà ma con alla base la formazione e la preparazione. Questo è uno dei punti di forza della CRI, perché in tempo di pace ci prepariamo alla guerra. La nostra organizzazione ha operato per contrastare l’Ebola e in tanti contesti, questo bagaglio di esperienze fa parte di tutti i singoli Comitati. Abbiamo quindi affrontato questa situazione con trepidazione, ma con alla base una formazione importante. Forse abbiamo incontrato un po’ di difficoltà intorno a noi, non tanto nei familiari, ma in chi magari ha paura ad avvicinarci perché teme che possiamo essere portatori del virus. Lo vediamo quando siamo in divisa che qualcuno tende a spostarsi… ma solo qualcuno. Naturalmente abbiamo dovuto modificare alcuni protocolli adesso siamo ancora più attenti all’igiene delle nostre ambulanze, facciamo ancora più attenzione al modo con cui ci approcciamo al paziente. Abbiamo le mascherine, i guanti… A Stia facciamo nello specifico il servizio Covid, in questo caso dobbiamo seguire tutta una serie di prescrizioni per la vestizione e svestizione. Importante è quindi la preparazione, il lavoro di gruppo, il dialogo con le nostre famiglie e il rapporto con la popolazione, spiegando quello che andiamo a fare per far capire che facciamo qualcosa di importante, ma in tranquillità e sicurezza. Questo per evitare che i nostri volontari subiscano una specie di stigma dalle persone, una forma di allontanamento sociale. Anche quando facciamo la consegna della spesa alle famiglie in isolamento perché positive usiamo particolari accorgimenti, non incontriamo nessuno direttamente, ma portiamo tutto davanti alla porta chiusa e solo dopo che ce ne siamo andati la aprono. Per la spesa sono le famiglie che chiamano il negozio e la ordinano, noi la troviamo già preparata e ci limitiamo a portarla. Solo in alcuni casi possono mettere la loro lista e i soldi in una busta che ci lasciano davanti alla porta e noi in quel caso ci occupiamo anche di riempire il carrello».
Ma in ogni caso il rapporto diretto non c’è mai…
«No, anche perché c’è il tassativo rispetto delle distanze di sicurezza».
E quanto ha inciso questa emergenza, ci sono state molte richieste nel Comune dove operate?
«I numeri per fortuna non sarebbero così importanti, ma è la sensazione della popolazione e il modo in cui si vive questo momento da considerare. Dobbiamo pensare che ci sono delle RSA sul nostro territorio e quindi tante persone vulnerabili. Comunque vediamo che anche attraverso i mass media troviamo sostegno alle nostre attività, anche economiche, e che un po’ la tensione si è allentata. Sentiamo il sostegno di chi magari non può partecipare direttamente, ma che ci è comunque accanto con un sorriso, con l’incitamento, con gesti di riconoscenza. Anche durante la distribuzione delle mascherine abbiamo trovate tante manifestazioni di riconoscenza e vicinanza. Anche la nostra sede la vediamo molto frequentata, tutti in qualche modo cercano e vogliono dare una mano».
Guardando al territorio dell’intero Casentino, la sensazione è che non viviamo una situazione così difficile come quella che si è verificata anche in altre Regioni italiane
«Come persone colpite e malati gravi effettivamente siamo stati forse un po’ graziati, anche perché siamo un territorio chiuso e abbiamo una distribuzione della popolazione diffusa. Però nel volontariato, che coinvolge anche molte persone un po’ più avanti negli anni, c’è stata una contrazione della partecipazione e quindi della possibilità di garantire dei servizi. Il nostro Comitato si è trovato quindi a fare più attività perché ha forse un tessuto associativo un po’ diverso, altre realtà basate maggiormente su volontari più anziani si sono trovate in difficoltà».
E rispetto al futuro più o meno lontano che sensazione avete?
«La sensazione è che domani non si risolvono le questioni e che sarà necessario tanto impegno… perché noi ci mettiamo anche la nostra salute. A volte fa rabbia vedere qualcuno che va in giro senza mascherina, un po’ con il disprezzo del rischio e del pericolo. E se poi dobbiamo venire a prenderti perché stai male? O se altri si sono ammalati perché sei stato incosciente? Da questo punto di vista la sensazione che non finisca domani c’è. Non è detto che la situazione vada migliorando perché c’è una diminuzione del livello di percezione del rischio da parte delle persone…».
Quindi diminuiscono i contagi, ma c’è anche una diminuzione dell’impegno delle persone nel tenere certi comportamenti e avere certe attenzioni?
«Si. Certo è giusto che vengano riaperte le attività lavorative, ma gli assembramenti sono vettori e moltiplicatori di questo virus e non è detto che non ci sia qualche rimbalzo anche importante, magari più nel periodo di inizio autunno come dicono gli esperti. In più le persone se tornano al lavoro è ovvio che daranno meno al volontariato, c’è il rischio quindi di trovarsi, con il ritorno al lavoro, con meno volontari, con più casi e anche noi potremmo essere in affanno. In questo periodo noi abbiamo attivato anche il volontariato temporaneo, cioè la possibilità di contribuire alle nostre attività soprattutto in tutti gli ambiti che non sono a rischio sanitario.
Questo per poter continuare a fare le attività che facciamo normalmente, ma che adesso stiamo trascurando perché molto impegnati sull’emergenza sanitaria. C’è il sito internet a cui le persone si possono iscriversi indicando che vogliono essere volontari del nostro Comitato di Stia, dopo la richiesta vengono formate online visto l’impossibilità di incontrarsi, dopo vengono affiancate da altri volontari della CRI per svolgere questi servizi, come il supporto al Comune o anche svolgimento dei compiti necessari a mantenere aperta la sede. Questo permette a chi comunque vuole dare una mano di partecipare con una prima formazione non specifica e completa nel campo sanitario, ma che lo introduce nel mondo della CRI. Sono contributi individuali di tempo che per noi sono molto importanti».

(tratto da CASENTINO2000 | n. 318 | Maggio 2020)