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venerdì, 12 Agosto 2022

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Il cuore oltre l’ostacolo: Mariagrazia Bachini e lo Showdown

di Monica Prati – Che cos’è lo showdown? vi domanderete. È uno sport in cui due atleti bendati giocano su un campo rettangolare fatto di legno con sponde laterali. Muniti di racchette di trenta cm, i giocatori devono colpire una palla sonora del diametro di sei cm cercando di centrare la porta avversaria. Uno sport praticato a livello internazionale, inventato da un canadese non vedente negli anni ’60. Si è diffuso in Italia a partire dagli anni ’80 ma è poco conosciuto.

Ne parliamo con Mariagrazia Bachini di Bibbiena, non vedente.
Come le è venuta l’idea di iniziare a giocare a questa particolare disciplina chiamata Showdown?
«Per caso cinque anni fa ho partecipato ad un incontro per non vedenti ad Arezzo, in quell’occasione un amico mi ha illustrato questo gioco chiedendomi di andarlo a provare. All’inizio ero molto titubante, poi varie vicende personali mi avevano impedito di cimentarmi in questo sport. Ma un giorno è scattato qualcosa in me che mi ha spinta ad andare a provare questa disciplina, cosa molto strana perché non sono una sportiva agonista, né amo mettermi in mostra. Anche nel coro in cui canto, mai ho fatto pezzi da solista perché sono troppo emotiva. Insomma, nel 2016 dopo neanche un mese di prove mi sono ritrovata nel campionato a Tirrenia, in quel torneo ero l’ultima arrivata e sono arrivata ultima, però mi hanno fatto tanti complimenti dicendo che sembrava giocassi da anni per quanto ero brava. L’emozione giocava sempre un ruolo centrale in tutte le partite e mi sono commossa non so quante volte. Da quel torneo iniziale è cominciata la mia avventura e passione per lo showdown. Oggi, dopo cinque anni, ho debuttato in serie A la scorsa settimana a Potenza. Sono soddisfatta del risultato, nonostante non sia più una ragazzina, nonostante abbia gareggiato con atleti anche più giovani e che praticano lo showdown da quando erano adolescenti o poco più che bambini. A Potenza sono arrivata settima! Certo devo curare di più l’aspetto psicologico perché sono troppo emotiva, vivo le gare con troppa tensione, ma lavorandoci sono sicura con il tempo l’aspetto ricreativo e curativo predominerà e l’ansia da prestazione diminuirà. Tutto sommato cinque anni di carriera non sono pochi e sto avendo dei risultati discreti».

C’è una federazione Italiana di Showdown?
«Si, la “Federazione italiana Sport Paraolimpici per Ipovedenti e Ciechi” che organizza tornei, campionati di Coppa Italia. In questo periodo sto partecipando al campionato e al torneo della FISPIC e anche a quello di un’altra associazione, la CSI. Insomma mi sposto con il mio allenatore in tante città d’Italia, dal nord al sud perché in questo periodo ci sono state molte gare ed è stato molto impegnativo.
Ora c’è una tregua fino a gennaio poi da febbraio si ricomincia. Quest’anno ho fatto anche il campionato a squadre dove i giocatori sono in coppia e a turno si gioca, è molto divertente. Io faccio parte di una squadra di Alessandria, all’inizio eravamo in tre, poi ci siamo allargati, con componenti provenienti da Arezzo e ora siamo raddoppiati».

Come si gioca e quante volte si allena durante la settimana?
“Sin da subito io e il mio allenatore, che è anche mio marito, ci siamo dotati di tutta l’attrezzatura necessaria. L’anno scorso abbiamo ordinato in Cecoslovacchia un tavolo ufficiale in legno con sponde laterali e due volte alla settimana ci alleniamo, oltre a divertirci è anche un buon modo di scaricarsi insieme anche agli altri componenti della squadra che vengono da me, tempo permettendo, perché sono oltretutto una nonna a tempo pieno.
Innanzi tutto Il gioco è sia per vedenti che per ipovedenti, che devono indossare una mascherina per coprire gli occhi. Sembra facile giocare perché le regole non sono difficili, ma in realtà non è poi tanto agevole cercare di centrare la porta avversaria. Innanzi tutto ci deve essere assoluto silenzio fuori dal campo di gioco, nella sala, perché i giocatori usano l’udito, è infatti attraverso il suono emesso dalla palla che si deve individuare la sua direzione e poi colpirla con una racchetta piatta fatta di legno, lunga 30 cm, indirizzandola verso la porta avversaria. Se la palla esce dal tavolo c’è una penalità, se la mano sinistra viene appoggiata dentro il tavolo c’è una penalità, se si tocca la mascherina con la mano c’è una penalità.
C’è un punteggio da raggiungere 11 o 15 a seconda della parità e vince chi lo raggiunge per primo. Si giocano tre set e se un giocatore è in difficoltà può chiedere il time out per fermare il gioco, uno per ogni set, in questo modo ad esempio l’allenatore può dare dei suggerimenti, su come sta giocando l’avversario, quali errori commette e dare consigli.
Quando ci sono i campionati, si giocano cinque set e diventa pesante, una partita può durare anche più di mezz’ora e alla fine sono arrivata a fare dieci partite al giorno, è molto impegnativo però divertente. Questo gioco mi aiuta psicologicamente e fisicamente e lo raccomando a tutti sperando che si diffonda sempre di più la sua pratica e la sua conoscenza».

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