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mercoledì, 22 Luglio 2026

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Il Parco non è un “bancomat”…

di Enzo Valbonesi – E’ difficile analizzare l’attività odierna dell’Ente Parco per chi come me è stato tra i protagonisti della sua nascita e poi dei suoi primi dieci anni di attività, perchè si rischia di farlo guardando troppo indietro. Insieme all’amico Prof. Oscar Bandini, che ha fatto parte del Consiglio Direttivo dell’Ente dal 1993 fino al 2003, abbiamo pubblicato a fine 2023 un libro, edito dalla casa editrice “Il Ponte Vecchio” di Cesena, dal titolo “IL FUTURO DEI PARCHI. Dal locale al globale. Gli albori del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna”.

Il libro ripercorre le tappe della nascita del Parco e dei suoi primi anni di vita, descritti però in gran parte attraverso le vicende che si sono svolte nel versante Romagnolo. Alla sua lettura rimanderei l’approfondimento di molte delle mie idee sul Parco che ritengo tutt’ora valide. In questa sede e per sommi capi proverò a sviluppare alcune riflessioni che mi auguro vengano arricchite da altri contributi. Sono infatti convinto che serva rilanciare il dibattito pubblico sulla funzione di questo Ente e di farlo con lo sguardo rivolto in avanti. Cercherò quindi di partire da alcune sottolineature preliminari. Il Parco è nella mia visione solo uno strumento e non il fine in se . L’Ente è solo il mezzo e cioè quell’insieme di regole, di strutture organizzative, di personale ecc. che sono volte a perseguire gli obiettivi di quello che mi piace chiamare “progetto Parco”.

La gestione del Parco deve avere degli obiettivi plurimi: in primis la conservazione dinamica dei suoi ecosistemi naturali, insieme alla valorizzazione, a favore soprattutto delle comunità locali, delle sue risorse fisiche , culturali, storiche e antropologiche. Per perseguire questi obiettivi l’Ente ha dovuto posizionarsi all’interno del quadro istituzionale esistente . Un quadro già molto affollato da altri soggetti pubblici quali: le Regioni, i Comuni, le Provincie, le Unioni dei Comuni, ed il gestore del Demanio forestale statale. Il Parco ha finito così per essere una sorta di vaso di coccio tra vasi di ferro. Nessun Ente ha lasciato spazio al Parco il quale ha così scelto di difendere le proprie prerogative di legge con le unghie e con i denti finendo però, inevitabilmente, per chiudersi in una sorta di arroccamento autoreferenziale. Molto schematicamente si può dire che con il tempo l’Ente Parco si configura oggi come una sorta di ibrido istituzionale. Un misto tra le precedenti funzioni svolte dall’ex ASFD e quelle proprie di un ente locale. L’Ente Parco infatti è diretto centralisticamente dal Ministero, ch nomina gli organi dell’Ente e vigila sulla sua attività, ed ha solo una debole rappresentanza locale costituita dalla Comunità del Parco che , come si sa, esprime però esclusivamente pareri consultivi.

E’ così venuto a mancare quasi totalmente quel protagonismo locale che si era espresso prima e subito dopo la sua nascita. Oggi, a mio parere, il Parco è vissuto, tanto dai Comuni che dalle associazioni locali, come una sorta di “bancomat”. Hanno contribuito a generare questo stato di cose il venire meno di una visione unitaria del territorio da parte dei Comuni e la scelta utilitaristica, effettuata da buona parte degli amministratori del Parco, ma non da tutti, di farne un centro di potere personale. Voglio precisare che non in tutti i Parchi nazionali si è prodotto uno stravolgimento di questo tipo. Mi corre l’obbligo però anche di riconoscere alla struttura dell’Ente di avere sempre profuso un notevole impegno a gestire con passione le proprie funzioni garantendo così la continuità gestionale dell’Ente . In questi ultimi decenni va detto che c’è stato anche un appannamento generale delle aree protette italiane dovuto alla mancanza di una politica nazionale verso i Parchi.

E per politica a favore dei Parchi non intendo tanto o solo l’erogazione di finanziamenti adeguati bensì un insieme di indirizzi strategici necessari perché essi, a cominciare da quelli nazionali, diventassero davvero i nodi di una vasta rete di tutela della biodiversità italiana. Purtroppo oggi quando la “politica” si occupa di tutela della natura e in specifico di Parchi, lo fa quasi solo a proposito delle nomine dei Presidenti e quasi mai parlando delle attività svolte, delle necessità dei programmi per il futuro. Per concludere accenno solo per titoli ad una serie di temi che a mio parere dovrebbero essere affrontati in un dibattito pubblico sul futuro del nostro Parco.

Innanzitutto quello del Piano del Parco e della eventuale revisione dei suoi confini. Dopo 26 anni dalla approvazione del Piano è necessario un suo aggiornamento per tenere conto delle esperienze gestionali, delle nuove necessità e dei mutamenti generali intervenuti, a cominciare dal riscaldamento climatico. Aggiornare il Piano è utile anche per riprendere un dialogo con i portatori di interesse e per spingere i Comuni ad assumere una visione di insieme capace di superare le logiche troppo localistiche che caratterizzano i rapporti tra di loro e con l’Ente. E’ con questa impostazione che si dovrebbe affrontare anche il tema dei confini, nel caso si voglia dare vita all’“area contigua”. Un secondo tema è quello delle forme della partecipazione da parte delle comunità locali. Oggi l’unico strumento di partecipazione prevista dalla legge 394/’91 e dallo statuto dell’Ente è dato dalla Comunità del Parco costituita dai Comuni, dalle Provincie e dalle Regioni.

In una società, quella odierna, sempre più frammentata in tanti interessi diffusi occorrerebbe prevedere attraverso lo Statuto dell’Ente anche forme di partecipazione organizzata di questi interessi per far sentire chi ci abita attori dal di dentro e non semplici spettatori. Ci si dovrebbe ragionare con impegno anche indagando le esperienze di successo sviluppate in altre realtà. Centrale a mio avviso in questa riflessione sul Parco è poi il problema dei giovani. Perché il Parco costituisca per loro un elemento sia di orgoglio identitario che una opportunità per il futuro bisogna tentare di renderli dei protagonisti privilegiati. So che è complicato ma si potrebbe pensare di dare vita, ad esempio, al Consiglio dei giovani residenti nei comuni del Parco. Un organismo che tra le altre cose potrebbe promuovere gli scambi di conoscenza tra le varie realtà presenti nel territorio, ma anche con altri Parchi Italiani, per trasferire nei rispettivi comuni le esperienze più virtuose.

Infine a mio avviso sarebbe importante riflettere sull’azione culturale che il Parco potrebbe e dovrebbe sviluppare. Oggi sono promossi dal Parco eventi di buon livello ma io penso a qualcosa di più. Penso a come si potrebbe caratterizzare il nostro Parco sul piano nazionale ed europeo come un luogo privilegiato per discutere del rapporto tra spiritualità religiosa e natura. Negli anni ’90 il Parco promosse alcuni convegni di livello internazionale insieme alle comunità Monastiche di Camaldoli e La Verna, sul tema “Religioni e Natura”.

Si potrebbe ripartire da li per sviluppare i contenuti dell’Enciclica “Laudato Si” di Papa Francesco; un lavoro di cui c’è tanto bisogno in questo mondo in forte subbuglio.

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