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domenica, 9 Agosto 2026

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Il Santuario da riscoprire

di Eleonora Boschi – L’abbiamo detto tante volte e mai smetteremo di farlo: il Casentino è un luogo ricco di storia, natura, tradizioni. Un luogo spesso sottovalutato e non apprezzato quanto merita, le cui bellezze vengono troppo facilmente dimenticate. Una di queste è il Santuario di Santa Maria del Sasso a Bibbiena, un luogo sacro e impregnato di storia che negli ultimi anni sembra aver perso parte del valore religioso, storico e culturale che per secoli lo ha caratterizzato. Dall’ottobre del 2023 è affidato alle cure di Padre James, arrivato in Casentino dal Pakistan con il suo confratello Padre Maris e Padre Giovanni originario del Molise. Abbiamo incontrato Padre James, che ci ha raccontato la lunga storia del santuario e ci ha permesso di visitare i luoghi sacri che lo compongono, anche quelli che solitamente non sono aperti agli ospiti e ci siamo resi conto di quanta storia e arte racchiuda questo luogo.

La storia del Santuario di Santa Maria del Sasso inizia nel XIVo secolo, quando molte delle antiche chiese della zona erano governate dai Padri Benedettini Camaldolesi. Tutto cominciò con un frate eremita che viveva in una grotta nella roccia. Un giorno notò una colomba dall’aspetto insolito posarsi sulla roccia dove rimase per circa un mese intero, un segno che il frate interpretò come qualcosa di straordinario.

Trascorso quel periodo, una donna del paese andò vicino alla roccia per lavare i panni. Mentre la madre era occupata al lavoro, la figlia giocava vicino alla roccia e lì le apparve la Vergine Maria, che le affidò un messaggio di Purezza e amore di Dio, donandole delle fave. La bambina corse dalla madre per raccontarle tutto, ma lei non la credette. Quando però rientrarono a casa, le fave erano piene di sangue e questo fu successivamente interpretato come un presagio per la peste che arrivò l’anno successivo e che risparmiò il paese di Bibbiena. Era il 23 giugno 1347, una data che ancora oggi viene celebrata in onore di questo avvenimento.

L’anno seguente, nel 1348, il Vescovo Bosi di Arezzo scrisse una lettera per attestare l’apparizione, invitando i cittadini a costruire una piccola chiesa sul luogo.  Nel 1468 arrivarono al santuario i frati Domenicani, dando inizio a un nuovo capitolo della sua storia. Il monastero, finanziato anche dalla potente famiglia Medici, fu consacrato nel 1505 e divenne un centro religioso di rilievo per molti anni.

Avvicinandoci a un periodo più recente, invece, Padre James ci racconta che durante la Prima Guerra Mondiale il complesso fu trasformato in carcere per i prigionieri trentini. Al termine del conflitto i frati furono espulsi perché il comune voleva vendere l’edificio, ma riuscirono a raccogliere i fondi necessari per riacquistarlo. Rimasti in pochi e in difficoltà, fecero venire le monache da Lucca, che rimasero al santuario per novant’anni, fino al 2017, lasciando in dono preziose opere d’arte e documenti storici. Durante la Seconda Guerra Mondiale, invece, il complesso aprì le porte ai bibbienesi come rifugio: una parte dell’edificio fu allestita come ospedale e contraddistinta dalla Croce Rossa, affinché non venisse bombardata.

La storia più recente del santuario si intreccia con quella della Provincia Romana di Santa Caterina da Siena dell’Ordine Domenicano e con una missione lontana migliaia di chilometri. A partire dal 1931, alcuni frati della provincia erano partiti per il Pakistan, un Paese dove i cristiani rappresentano appena l’1,7% di una popolazione di oltre 240 milioni di abitanti, spesso considerati infedeli dalla maggioranza musulmana. I domenicani italiani fondarono due diocesi, costruendo chiese, scuole e ostelli in un territorio vastissimo ma con pochissimi fedeli.

Quando si pose la questione di chi avrebbe dovuto gestire il santuario di Bibbiena, il Provinciale dell’epoca non voleva cederlo perché aveva un legame profondo con il luogo. È stato lui a tenere aperta la struttura e a trovare un accordo con la Provincia di Padre James, che così, insieme a Padre Maris, è arrivato in Casentino per continuare, in questo angolo di Toscana, la missione domenicana.

Custodire un luogo come questo è una responsabilità che Padre James descrive con parole che mescolano entusiasmo e un amaro realismo.

«È una responsabilità che portiamo con grande gioia, ma anche con qualche tristezza. Mantenere un complesso come questo è impegnativo: richiede manutenzione continua e le risorse della nostra piccola comunità non sono sufficienti. In questo momento, ad esempio, anche i tetti avrebbero bisogno di interventi urgenti, perché in alcuni punti piove all’interno. La chiesa ha pochi fedeli e quindi poche entrate. Se non arriverà un aiuto concreto, tra qualche anno il santuario non sarà più visitabile e le opere d’arte che custodisce rischiano di rovinarsi.»

Nonostante tutto, la fiducia però non manca: «Io sono pieno di speranza e di entusiasmo. Credo che l’aiuto arriverà, ho fiducia nella divina provvidenza».

Tra i progetti più urgenti c’è quello di rendere il santuario più presente e conosciuto nel territorio. Per farlo, Padre James e i suoi confratelli si sono adattati ai tempi, creando un sito web e una pagina Facebook, pur riconoscendo di non essere troppo esperti del settore e di aver bisogno di supporto. Nel frattempo, il passaparola resta uno strumento prezioso. «Chiediamo sempre ai visitatori di parlare del santuario e di condividere la sua storia» spiega Padre James. «Personalmente, invio riflessioni ai fedeli di cui ho i contatti e loro le condividono con amici e parenti, e questo mi rende felice».

Una delle priorità, al momento, è mantenere vive le tradizioni già esistenti. Giugno è il mese più intenso: ogni anno, il 22 del mese si tiene un grande falò nel cortile in memoria dell’Apparizione della Vergine Maria, mentre il 28 è dedicato alla Processione degli Angeli. Quest’anno, il 21 giugno, il chiostro affrescato ha ospitato anche un concerto gratuito con il flautista Roberto Fabbriciani. Padre James ci racconta di aver anche preso contatti con i frati della Verna per una possibile collaborazione, convinto che raccontare la storia del santuario sia il primo passo per farlo conoscere. Le difficoltà non fermano però Padre James, che in futuro vorrebbe valorizzare l’intero edificio del monastero, riaprire la foresteria con le sue sette camere e accogliere gruppi Scout e scolaresche. «Questo santuario è una perla del Casentino, un luogo di cultura oltre che di fede, e va preservato» ci dice sorridendo. «Le persone qui sono molto buone e amichevoli. Il Casentino non è una grande città: la gente è sensibile, disponibile, ci aiuta. I fedeli apprezzano la nostra presenza, e questo ci dà il coraggio e l’energia per andare avanti. Cerchiamo di portare questo servizio con gioia».

Prima di salutarci, gli chiediamo che cosa ne pensa dell’allontanamento della popolazione dalla Chiesa e dalla Religione e come, un luogo come Santa Maria del Sasso, possa far fronte a questa situazione.

«È un fenomeno globale, non solo italiano. Le persone hanno sempre più cose da fare, troppi stimoli, troppe comodità. Prima si viveva in modo più semplice, e quella semplicità favoriva i legami con la famiglia, con la comunità e con la fede. Quando si ha tutto, la religione passa in secondo piano, perché si pensa di essere già illuminati. La fede, invece, si sente più forte nei momenti difficili: è una presenza di Dio nel corpo, nell’anima. Oggi, poi, esistono anche molti “predicatori” nel mondo digitale, e la predica del prete in chiesa non è più sufficiente da sola».

La risposta, secondo lui, non è quindi restare fermi ad aspettare, ma andare incontro alle persone. In Pakistan i missionari partivano a cavallo, portavano dolci, radunando prima i bambini e da lì nasceva tutto il resto. «Anche qui serve la stessa strategia», ci dice «dare alle persone ciò che apprezzano, incontrare i giovani dove si trovano, trasmettere i valori del Vangelo in modo nuovo. Non si può forzare nessuno. L’arte, la musica, la storia di questo complesso rinascimentale possono essere la porta d’ingresso».

Concludiamo con le parole piene di speranza di Padre James; la speranza e l’impegno di ripopolare un luogo sacro, miracoloso e che in passato è stato un punto di riferimento per tanti casentinesi e per tutte le persone che venivano da lontano solo per visitarlo. L’invito è quello di riscoprire i luoghi che abitiamo, prendersene cura e raccontarli per quello che sono stati e quello che vogliamo che siano in futuro.

«Quando qualcuno entra in un luogo sacro, è già qualcosa di bello. È già dentro uno spazio che annuncia speranza. Questo è il punto di partenza».

 

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