di Lara Vannini – Un trekking, il pranzo a sacco in una tipica locanda, la compagnia degli amici più cari, oggi tutto questo è sinonimo di benessere e allegria. Zaino in spalla, percorrere chilometri e chilometri su sentieri antichissimi, godere dell’inebriante effetto dell’aria pura e darsi una meta da raggiungere è uno dei modi più semplici ma potenti per ritrovare sé stessi e riconnettersi con la Natura. Oggi si cammina per tante motivazioni, per piacere, per riflettere, per ritrovare sé stessi, ma mai per necessità grazie ai mezzi di trasporto pubblici o privati che possono portarci ovunque. Nel passato non era così e spesso i chilometri da fare quotidianamente erano molti, sia per portare a casa la giornata che per una questione di sopravvivenza.
I nostri avi contadini purtroppo logoravano il proprio fisico facendo tanti chilometri per raggiungere un nuovo paese, i poderi limitrofi, per vendemmiare, mietere, sbrigare antichi mestieri come l’arrotino, il sensale o il dottore. Anche i bambini molto piccoli per recarsi a scuola dovevano quotidianamente percorrere molta strada con qualsiasi situazione climatica e senza poter comunicare con qualche adulto fino a quando non fossero arrivati a destinazione. Oggi con i mezzi che abbiamo a disposizione è quasi scontato poter seguire i movimenti di un figlio attraverso la geolocalizzazione o fare una “call” dall’altra parte del mondo, ma non è sempre stato così e se ci pensiamo bene, è un passato neanche così remoto.
Negli ultimi anni soprattutto dopo la pandemia, c’è stata la riscoperta di antichi cammini come i “Cammini di Francesco” che collegano Firenze al Santuario della Verna attraversando il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, la via del Passo Serra che da Bagno di Romagna raggiunge il Casentino, e di cui oggi rimane un’affascinante mulattiera, il Cammino di Assisi o il Cammino di Dante.
Itinerari religiosi, culturali o più semplicemente affettivi, che ci portano ogni anno a ripercorrere le orme dei nostri nonni e bisnonni, mulattiere e muretti di pietre a secco, ripidissime salite e crinali con panorami mozzafiato, che oggi guardiamo e fotografiamo riempiti di benessere e ammirazione, ma che un tempo erano percorsi quotidiani che i nostri avi utilizzavano per lavori ambulanti, per recarsi a tagliare il bosco, per andare a macinare il grano al primo mulino disponibile, o per correre al podere di qualche levatrice per avvisarla che una creatura stava per venire al mondo.
Per fortuna non venivano fatti chilometri solo per “dovere”, si camminava anche per andare a ballare o per i pellegrinaggi religiosi, eventi che connettevano le persone al Casentino anche dalla Romagna e dalle Marche e potevano far sbocciare qualche fiore d’arancio. I principali luoghi di pellegrinaggio che venivano raggiunti e storicamente verificati sono: il Santuario di Loreto nelle Marche, Roma soprattutto durante i Giubilei, il Santuario di Canoscio in Umbria dove secondo delle fonti orali esisteva anche un tassista chiamato Giosuè che da Chiusi della Verna intorno agli Anni ’50 del 1900, portava le persone a visitare questo luogo della spiritualità.
In cammino verso ospitali e case del pellegrino Le vie di comunicazione in Casentino erano di due tipologie: strade provinciali e sentieri nel bosco specialmente per lo spostamento a piedi tra poderi o paesi limitrofi e strade statali che connettevano il Casentino con Arezzo e con le Valli del Tevere e dell’Arno. Fino agli Anni Cinquanta del XX° secolo, la maggior parte delle persone in Casentino si è spostata utilizzando i cavalli, su carretti trainati da buoi o a piedi. Successivamente, iniziarono a comparire le prime automobili e le corriere, i primi mezzi pubblici collettivi. Per questo le strade asfaltate che vediamo oggi non esistevano e anche le strade larghe di grande percorrenza erano “strade bianche”, strade che con la pioggia diventavano completamente fangose quando non avvenivano dei veri e propri allagamenti.
A volte potevano crearsi dei veri e propri fossati a causa del maltempo che se non erano poi ripianati da sassi e ciottoli non erano più percorribili. Se oggi diamo uno sguardo ai boschi e alla campagna casentinese, vedremo qua e là elementi che ci rimandano ad un antico passato che a volte possiamo solo immaginare. Solitari grappoli d’uva che improvvisamente giungono a maturazione avvinti a roveti e cespugli di pruni apparentemente privi di senso, muretti di pietre ormai crollati, terrazzamenti e olivi solitari in campi ormai abbandonati, ruderi in pietra immersi nel bosco e lontani dai più vicini paesi. Ad una prima occhiata sembra tutto privo di senso ma, in realtà, ogni elemento è una testimonianza preziosissima del nostro territorio dove un tempo i sentieri battuti erano curati e puliti dalle erbacce e dove i campi erano spesso coltivati a orti, vigneti e oliveti o lasciati al pascolo.
Ancora un secolo fa il bosco brulicava di persone che si spostavano a piedi o con dei carretti trainati da buoi o animali da soma, lungo le principali direttrici di collegamento e spesso per chi doveva percorrere lunghe distanze, i ricoveri di Santuari e Monasteri nonché le case private e gli “ospitali”, erano luoghi perfetti dove trovare un po’ di riposo. I ricoveri in prossimità di luoghi religiosi come il Santuario della Verna, erano rigidamente suddivisi in base al genere, infatti ai piedi della stesso in località Beccia, esisteva un ricovero per donne.
Selve con strane presenze Come abbiamo accennato, le strade di percorrenza un tempo erano tutt’altro che comode, la notte ovviamente non esisteva illuminazione pubblica o i fari dei mezzi a motore come siamo abituati oggi e dover percorrere luoghi solitari al calar del sole era un’impresa ardua. Il chiarore della luna o qualche lampada ad olio o petrolio potevano aiutare ad arrivare a destinazione. Si oltrepassava il paese, poi la casa colonica e infine ci si inoltrava in sentieri tra i campi o nelle Selve. La topografia delle aree di campagna prevedeva notevoli spazi non abitati e popolati dalla fauna locale e a volte da personaggi immaginari frutto delle leggende e della superstizione locale.
Il bosco era per i nostri avi predecessori, uno spazio di passaggio a volte utile per la ricerca delle risorse per sopravvivere, a volte inquietante e quasi pauroso dove l’ignoto poteva stimolare molto la fantasia. Nelle Selve abitava il lupo, il mitologico “Badalischio”, potevano esserci presenze ultraterrene, soprattutto la notte, addirittura quando si voleva definire qualcuno di ambiguo si appellava come “l’omo selvatico”, ad indicare una persona che proveniva dai margini della società da ambienti impervi e non “addomesticati dall’uomo”.
A volte ancora oggi all’incrocio di sentieri battuti di grande percorrenza è possibile trovare alberi secolari che con ogni probabilità sono stati piantati apposta come forma di segnaletica. Allo stesso modo è possibile trovare cappelle votive e piccoli tabernacoli lungo i sentieri, perché il divino poteva proteggere il viandante soprattutto quando doveva affrontare un percorso di molti chilometri. Protezione contro il maligno, i ladri e in generale la sorte.


