di Don Gianni Marmorini – Tutti sanno che la data del 25 dicembre non rivela la data storica della nascita di Gesù, ma che i cristiani la scelsero perché in quei giorni c’erano le feste in onore del sole che dopo il solstizio invernale cominciava a risvegliarsi. La simbologia, Gesù nuovo e vero sole, era perfetta. Oggi sappiamo anche che Gesù non nacque nell’anno zero, ma probabilmente nel 6 avanti Cristo, dato che Erode, il cattivissimo re della strage degli innocenti di Betlemme, morì nell’anno 4 a.C.
Quanta confusione, sembra di mettere tutto in discussione. Oggi i racconti della nascita di Gesù non vengono più letti in modo storico. In altre parole dubitiamo di tutto: di Betlemme, della grotta/capanna, dei magi e della stella, della fuga in Egitto e della strage degli innocenti! Ma non dubitiamo di Gesù, non dubitiamo di Giuseppe e di Maria. Non dubitiamo che quel bambino ha segnato la storia ed è stato la grande parola di Dio all’uomo di ogni epoca. Forse tutte le circostanze che accompagnano i racconti della sua nascita servono proprio a sottolineare questo: Gesù è speranza per il mondo.
L’attesa di un risveglio di Dio, oggi come allora, si era fatta incontenibile. Il potere di Roma, aveva schiacciato nel sangue i sogni di libertà e di indipendenza di molti popoli, la corruzione era dilagante, la malvagità dell’uomo non faceva intravvedere alcun futuro, la vita, soprattutto quella degli schiavi, ma anche della gente comune, non valeva praticamente nulla! Si gridava a Dio, non c’era altro da fare! Si chiedeva a Dio di intervenire: “Fino a quando Signore starai a guardare?”.
Ecco la voce di Giovanni Battista: convertitevi e cambiate vita perché l’ira di Dio sta per rivelarsi, la sua scure si è già alzata per tagliare la radice degli alberi cattivi, raccoglierà la polvere che siete e la getterà nel fuoco eterno! Su un Dio così potente e forte si poteva finalmente fare affidamento. Allora, ma anche oggi, la potenza, la forza sembrano l’unica possibilità di cambiare il mondo, ma Dio non la pensa allo stesso modo e invece di presentarsi come il Dio onnipotente, il guerriero invincibile, ecco che nasce un bambino; non era l’ira di Dio, ma la sua tenerezza, non era la scure per tagliare gli alberi cattivi, ma un bambino che chiedeva carezze. Entra nel mondo piangendo, così come ci siamo arrivati anche noi e se ne andrà morendo, così come faremo noi. Non ha nulla di straordinario, aspettavamo colui che il Battista diceva di non essere degno di allacciargli i lacci dei sandali… ed arriva un bambino che non sa stare in piedi, non sa parlare, non sa vivere, sa solo attaccarsi al seno di sua madre e succhiare latte! Così sarà anche da grande: Giovanni aveva detto che era molto più forte di lui, ma lui si presenta in fila con gli altri uomini per ricevere il battesimo per il perdono dei peccati! Come doveva essere difficile riconoscere in un bambino il Figlio di Dio, il Messia atteso dalle genti in un uomo in coda con gli altri peccatori al fiume Giordano.
Fu difficile riconoscerlo anche proprio per Giovanni Battista. Ci raccontano i vangeli che dalla prigione, dove lo aveva rinchiuso Erode, mandò i suoi discepoli a chiedere a Gesù se era lui l’atteso o se dovevano aspettare qualcun altro. Sorprende questo dubbio in Giovanni, ma lui aveva annunciato l’ira e la scure di Dio e invece arriva un guaritore di ferite, un consolatore, un amico di tutti. Ci sono sempre stati nel mondo questi profeti dell’ira di Dio, che interpretano le calamità dei tempi come castighi di Dio. Dice Angelo Casati: “Che brutta immagine di Dio! I veri credenti non annunciano l’ira di Dio, gli farebbero un cattivo servizio, ma annunciano la vicinanza amorevole di Dio, una vicinanza su cui contare: neanche un capello della vostra testa andrà perduto!”.
Ma come direbbe il Qohèlet: “niente di nuovo sotto il sole”. C’era un uomo, racconta il Vangelo di Luca, basso di statura, che viveva a Gerico, voleva vedere chi era Gesù. Ma Gesù era circondato da una folla festante che lo osannava, una folla di credenti e proprio questi erano un impedimento al piccolo Zaccheo per riuscire a vedere Gesù. Sempre A. Casati scrive: “Non sempre – lezione severa – a capire chi in effetti sia Gesù ti aiutano, è triste dirlo, quelli che l’accompagnano”, anzi, sono a volte una barriera impenetrabile che impedisce di capire chi è Gesù, i suoi pensieri e i suoi sogni, le sue parole e i suoi atteggiamenti. C’era lì un sicomoro, per fortuna, non “un luogo ecclesiastico di avvistamento” e di conoscenza di Gesù. Non era un ambone, un altare né un’aula di catechismo, non era una voce tonante e minacciosa, era semplicemente un albero, una pianta. Siano benedetti questi luoghi che non solo ci hanno dato l’ossigeno, ma ci permettono di vedere anche quello che è al di là della nostra vista.
Che possiamo tutti, credenti e non credenti, di una religione o di un’altra o di nessuna religione, distratti e impegnati, che possiamo trovare nei giorni del Natale un albero per salire un po’ in alto e finalmente vedere.