di Melissa Frulloni – Stamani il camion della spazzatura mi ha svegliata come al solito. Il cane del vicino ha abbaiato più forte di sempre e lui si è alzato prima per portarlo fuori a fare la passeggiata di rito. Anche i bambini della scuola vicino casa li ho sentiti ridere e rincorrersi sulla strada, come se non dovessero sedersi sui banchi, come se dovessero andare in gita; ci sta, è il periodo giusto. Intanto il merlo che non smetteva di cantare sul davanzale mi ha ricordato l’arrivo della primavera e allora spinta dalla voglia di vedere se in giardino c’è qualche fiore in più, mi sono decisa e mi sono alzata. Il caffè bevuto in piedi, davanti alla finestra e i rumori che entrano soffocati… Le auto sfrecciano sulla statale nell’ora di entrare a lavoro, mentre un colpo di clacson in lontananza fa immaginare le imprecazioni di quell’automobilista incavolato con il pensionato che va a fare la spesa, alle 8 di mattina, senza superare la velocità di 20 km orari. Al tg passano le solite notizie; cronaca nera, borsa, spread, meteo e poi parte il classico telefilm di scarto del palinsesto di un normale giorno di lavoro. Il Casentino si sveglia di nuovo, sospeso tra chi deve andare ad Arezzo e si trova costretto a combattere con la SR71, i suoi trattori e le sue varianti, e chi deve restare a lottare con i soliti problemi su ospedale, lavoro, Trenino, poche opportunità… Storie di ordinaria follia casentinese insomma.

Mentre prendo il caffè mi torna alla mente un sogno che ho fatto la notte prima. Più che altro un incubo, di quelli strani, confuso, appannato, che hai voglia di dimenticare perché ti ha fatto paura, ma che invece vivi fino a che non ti suona la sveglia e poi ti ricordi bene per tutto il giorno. In quel sogno tutto ciò che fino ad un attimo prima chiamavamo normalità non esisteva più.

La gente non si poteva abbracciare. Non si poteva uscire di casa e i negozi erano tutti chiusi, aperti solo quelli di prima necessità. Chi viveva a questo tempo aveva imparato a salutare da lontano, a non baciare, come se l’affetto non si potesse più dimostrare e tutto fosse caduto in una piatta e grigia atmosfera. La gente comunicava dalle finestre con dei segnali, così per sentirsi meno sola…

Ma la cosa più inquietante di questo strano sogno erano i suoni. Nessun rumore, nessuna auto lungo la statale, nessun automobilista che impreca, nessuno nei parcheggi, nelle scuole, niente gite, il nulla, il silenzio della sera, più forte nel fine settimana, quando invece scatta l’ora chiassosa dell’aperitivo.

Nulla di tutto questo. Solo la natura, il canto degli uccelli, il vento tra i rami, a ricordarci che anche se l’uomo si ferma tutto il resto va avanti, seguendo il ritmo delle stagioni. Un vero incubo che per fortuna mi sono lasciata alle spalle grazie al camion della spazzatura che mi ha svegliata.

Ora mi vesto e vado a lavoro, pronta a scontrarmi con i problemi e le gioie di sempre; la normalità che, nel bene o nel male, è ciò che tutti cerchiamo.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 317 | Aprile 2020)