Abbiamo intervistato Marco Roselli, autore di “Fratello Panico” su un tema particolarmente sentito, che si è anche accentuato con la pandemia e il lockdown dovuti al Covid.

Marco Roselli, autore del libro autobiografico Fratello Panico, un libro molto personale; come mai ha pensato di rilasciare questa intervista? Non è la prima volta. In effetti mi era capitato anni fa, in altre circostanze, tuttavia, visto il periodo che stiamo attraversando, ho deciso di parlare nuovamente della mia esperienza, con lo stesso spirito di quando scrissi il libro: aiutare me stesso, aiutare gli altri.

Lo spirito con il quale si è reso disponibile non poteva certo essere di tipo medico, sbaglio? Lei ha sempre parlato solo a titolo personale. No, non sbaglia, è corretto. Come ho sempre detto e ribadito,  non mi sono mai sognato di consigliare metodi, tanto meno approcci ai disturbi. Ho solo offerto un racconto dal quale ciascuno può ricavare ciò che gli serve. Le cure le forniscono i medici specialisti.

Lei ha sofferto di attacchi di panico e disturbo bipolare, come ha raccontato nel suo libro. Crede che sia un tema sempre attuale? Come tutti  osservo la realtà che ci circonda, valuto le dinamiche sociali, soprattutto quelle dei giovani, e mi sembra proprio che ci sia molto disagio. C’è molto ricorso all’alcol che rende audaci, euforici, ma come sappiamo presenta sempre un rovescio della medaglia ed è facile lasciarsi sedurre dal desiderio di non pensare.

Ma anche lei da giovane avrà fatto qualche “cazzata”. Certo, ne ho fatte molte, ma credo di poter dire che quelle che facevamo noi ci facevano divertire e sapevamo quali fossero i limiti da non superare, per non trasformare il divertimento in malessere.

Si spieghi meglio, che tipo di disagio descriverebbe? Da tempo i giovani hanno perduto i punti di riferimento che c’erano un tempo e anche con tutta la tecnologia di cui dispongono mi pare stiano vivendo con poca felicità. Se una volta bastava un biliardino oppure una partita a pallone, adesso trascorrono gran parte del loro tempo isolati gli uni dagli altri. La mia generazione ha visto un mondo prospero e pulito, non c’erano gli allarmi sociali ed ecologici di adesso, che certo non contribuiscono a rasserenare gli animi.

Certo il Covid, con il lungo periodo di chiusura, ha contribuito parecchio a creare situazioni difficili. Proprio il periodo di chiusura ha accentuato il senso di isolamento e di incertezza nei confronti del futuro; se in quei mesi il mondo dei social è stato di supporto, il ritorno alla vita “normale”, ha fatto emergere un forte malessere interiore. Se non si hanno anticorpi solidi, come quelli che si costruiscono con la socialità reale e con la fantasia attiva, i disturbi, più o meno gravi, sono dietro l’angolo.

Cosa intende per fantasia attiva? Intendo dire che quando c’erano solo i libri e i giornalini gli stimoli per giocare e stare insieme li dovevi sviluppare autonomamente, immaginando le storie che avevi letto o visto nei pochi canali tv. Adesso tutto è preconfezionato e anche la modalità di divertirsi è meno stimolante; quando finiscono con il telefonino o il tablet non conservano quasi niente.

Senta, ma cosa le fa pensare di poter dare un contributo? Ho passato molti anni nel disagio psichico che ho dovuto affrontare con diverse strategie, quindi, avendo sperimentato sulla pelle cosa significhi perdere sicurezza, so bene quali pensieri possano diventare pesanti. Quello che vorrei dire ai giovani  è che non si deve avere paura di parlare dei problemi che ci affliggono, neppure di quelli che ci possono sembrare stupidi.

Lei crede che esista ancora un senso di vergogna più o meno diffuso nel parlare di certi argomenti? Penso che da alcuni anni a questa parte le cose siano molto migliorate, anche rispetto a quando scrissi Fratello Panico, ma certi atteggiamenti esistono ancora e non fanno bene a chi soffre. Ripeto, parlare e buttare fuori ciò che si ha dentro è la prima forma di cura e la strada per tornare a essere felici.

Quindi “Fratello Panico” è stato una sorta di percorso? Quando lo scrissi non avvenne da mattina a sera, ma fu un processo che durò diverso tempo. Ogni giorno scrivevo qualcosa su un pezzo di carta: pensieri, malesseri, quello che mi aveva detto il terapeuta, i tentativi di stare meglio, i momenti in cui credevo che l’incubo fosse finito e le ricadute. Poi provai a dare un senso a quegli scritti, così mi resi conto che comunicavo con me stesso, come fossi davanti a uno specchio; stavo iniziando a rimettere insieme i cocci della mia vita, frantumi che per troppo tempo avevo tenuto dentro, pensando  fosse giusto così.

Pensò subito che potesse diventare un libro? Affatto. A tutto pensavo tranne che a fare un libro della mia esperienza. Poi la ventura volle che il manoscritto finisse nelle mani di persone a cui voglio molto bene che cominciarono a dirmi che il mio percorso avrebbe potuto aiutare molta gente e che avrei dovuto farmi avanti con qualche editore. In principio ero riluttante perché in quegli anni – parliamo del 2007, quando è uscito il libro nella prima edizione – quasi nessuno ne parlava. Neppure a livello nazionale c’era chi si era raccontato così direttamente e senza filtri. Poi l’insistenza della mia maestra delle elementari fu determinante e così trovai  il coraggio di mettere in pubblico quello che mi era accaduto.

E dopo tutti questi anni crede di poter dire che lo scopo del libro sia stato raggiunto? Ha aiutato effettivamente? Sono state tante le persone che mi hanno contattato per confrontarsi con me, da ogni parte d’Italia. Molti hanno trovato la strada per affrontare i propri disagi, buttando via la cortina di vergogna che impediva loro di farlo. Poi, come ho detto all’inizio, le terapie le hanno fatte gli specialisti, non certo io. Credo di aver dato una mano a chi non aveva nemmeno il coraggio di alzare il telefono e chiamare un medico per una visita perciò in questo senso si, il libro ha raggiunto il proprio scopo.

In conclusione, quale messaggio vorrebbe lasciare? Vorrei dire, specialmente ai giovani, di parlare e confrontarsi sempre, di non tenersi dentro niente perché in lungo andare il silenzio diventa nocivo, corrosivo. Vorrei ribadire che non c’è vergogna a esprimere le cose che ci fanno stare male: questo è il primo modo per affrontarle e ricacciare i demoni all’inferno. Vorrei dire che i periodi duri possono capitare ma poi passano: c’è sempre un giorno dopo la notte.

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Il libro “Fratello Panico” può essere ancora richiesto a Fruska srl tramite mail: edizionifruska@gmail.com