di Mauro Meschini – Non riusciamo a cancellare questa parola dal vocabolario, ci eravamo illusi che, dopo le tragedie delle due guerre mondiali del ’900, si sarebbe rafforzato quel percorso che sembrava aver permesso di creare istituzioni internazionali e, progressivamente, una diversa concezione dei rapporti tra i popoli e gli Stati. Per noi europei questo aveva, e ha, poi portato a dare avvio ad una esperienza unica nel panorama mondiale, che ha visto tanti Paesi diventare fondatori e poi membri di un organismo sovrastatale in cui è stato possibile unire e fondere gli obiettivi e le aspirazioni di «nazioni» che aveva per secoli combattuto tra loro.
Sembravano questi dei buoni semi che avrebbero permesso di far fare passi avanti all’umanità che, da sempre, ha visto tante voci alzarsi in favore della pace e della collaborazione tra «diversi», ma che solo nel 20° secolo sembrava avviata verso la costruzione di un mondo «altro». Naturalmente non tutto andava bene, conflitti e guerre erano rimasti, ma almeno quell’idea di quanto fosse fondamentale l’affermazione del Diritto internazionale dava forza alla speranza e a un po’ di fiducia nel futuro.
Le lezioni della storia del ’900 erano state pesanti, chi le aveva vissute aveva ben chiaro cosa non doveva più accadere. Oggi invece sembra che questo non sia più vero, sia perché i testimoni di allora non ci sono più, sia perché l’egoismo, la volontà di supremazia sugli altri, la sete di potere che contraddistinguono purtroppo tanti, troppi leader mondiali porta a considerare la violenza e la guerra stessa la normalità. Questo tragico e diffuso sentire ha acceso in Iran un altro focolaio, o meglio, ha gettato ulteriore benzina su un fuoco che divampa ormai in tante parti del mondo.
Dittatori, autocrati, generalmente allergici alla Democrazia, al rispetto delle regole, alla preziosa e costruttiva opera della diplomazia e del dialogo sono i fautori di questo disastro e a loro guardano, purtroppo, con tanta benevolenza e quasi invidia anche il nostro Governo e i suoi sprovveduti componenti che, assolutamente ignorati e non avvertiti preventivamente dell’attacco da Stati Uniti e Israele, hanno dovuto faticare non poco per cercare di far rientrare da quelle zone di guerra non solo i tanti connazionali bloccati in Medioriente, ma addirittura il Ministro della Difesa incredibilmente presente in quell’area come un turista qualsiasi.
Tra i tanti italiani presenti a Dubai c’era anche il casentinese Alessandro Corsetti, che siamo riusciti a contattare per raccogliere la sua testimonianza e il suo racconto di quei giorni.
Alessandro si può brevemente presentare e dire qualcosa di sé? «Sono nato e cresciuto a Bibbiena, poi con gli studi universitari mi sono spostato prima a Firenze e poi a Milano. Attualmente lavoro per un primario tour operator italiano che organizza viaggi studio in tutto il mondo, nello specifico mi occupo dei processi di crescita e internazionalizzazione della società in Europa e nel resto del mondo».
Si è trovato a vivere dei momenti molto difficili nei primi giorni del conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti in Medioriente. Era la prima volta che si trovava in quei territori o erano per lei una meta conosciuta? «Io mi trovavo nella città di Dubai il giorno dell’inizio delle ostilità tra Iran e Stati Uniti-Israele, negli Emirati Arabi ero già stato altre volte sia per lavoro che per turismo personale quindi è un posto che, diciamo, conosco abbastanza bene».
Da quanto tempo si trovava lì? E questa volta non aveva avuto qualche timore a partire visto che da qualche settimana la situazione in quell’area non sembrava del tutto tranquilla? «Ero arrivato una settimana prima, il 22 di febbraio, e sarei dovuto rimanere fino al 1 marzo. Storicamente i paesi del golfo sono sempre stati lasciati in disparte nella diatriba tra Israele e Iran, proprio per la loro equidistanza politica. In particolare gli Emirati Arabi non hanno mai supportato apertamente nessuna delle parti in conflitto e sono stati, come dire, sempre neutrali perché non interessati. Per questo non temevo che il conflitto potesse allargarsi in questo modo anche se le avvisaglie erano presenti. Anche a giugno 2025 vi erano stati giorni di scontri tra Iran e il blocco USA-Israele che però non avevano interessato gli Emirati. Questa volta il conflitto invece ha assunto fin dalle prime ore una portata molto più vasta, sia per il forte coinvolgimento americano nelle operazioni militari sia per l’uccisione del leader iraniano Khamenei».
Pensando in modo specifico ai momenti in cui ci sono stati gli attacchi. Si è sentito o è stato in reale pericolo? Dove ha trovato un rifugio e quanto è durato l’allarme? «I primi attacchi si sono svolti ad Abu Dhabi, circa 1:30h di auto da Dubai, all’ora di pranzo e le prime notizie che si leggevano online erano molto confuse. In pochi riuscivano a credere che fossero stati colpiti anche gli Emirati, poi con il passare dei minuti abbiamo visto che nessun aereo stava volando e cominciavano a circolare notizie di ogni tipo. Intorno alle 18:00 poi c’è stata la prima esplosione, quella all’Hotel Fairmont su Palm Jumeirah, che si trovava a circa 2km di distanza dal mio hotel. Da lì in poi si sono susseguiti diversi boati, causati dalla contraerea emiratina che stava neutralizzando questi attacchi in arrivo, e il tutto è continuato per tutta la sera. Il momento di maggior spavento è forse stato quando, intorno all’una di notte, si sono uditi tre forti boati ed è scattato nel telefono una notifica di emergenza con l’avviso di cercare riparo nell’edificio più vicino per una minaccia missilistica in arrivo. In molti si sono rifugiati nei garage per la notte, in particolare chi si trovava all’interno di grattacieli molto alti. Abbiamo poi ricevuto la notizia che era stato colpito l’aeroporto di Dubai, proprio quello dal quale sarei dovuto ripartire poche ore dopo se il mio volo non fosse stato cancellato».
Quando e come ha poi potuto organizzare il suo rientro in Italia? Su quali canali di aiuto ha potuto fare affidamento? «Per alcuni giorni è stato impossibile provare a riprogrammare un volo per il ritorno perché venivano tutti cancellati. Nessuno aveva informazioni aggiornate su che cosa fare e i primi contatti con l’ambasciata e il consolato sono stati vani. Anche dall’Unità di crisi della Farnesina a Roma nessuno sapeva fornire informazioni. La sensazione era che questi attacchi avevano colto tutti di sorpresa anche nel Governo italiano, come si è visto con la presenza di Crosetto stesso. Un aspetto però preoccupante è stata l’assenza di notizie da parte delle istituzioni italiane, che hanno cominciato a organizzare voli charter per pochi scelti in partenza da Dubai e poi alcuni voli in partenza dall’Oman senza però fornire informazioni a chi non si trovava già lì».
Quando e come è riuscito a rientrare in Italia e in Casentino? «Il mio volo da Dubai è stato cancellato 4 volte, allora ho deciso, la notte del 4 marzo, di organizzarmi per raggiungere Muscat in Oman. Alcune agenzie di viaggio locali organizzavano dei pullman in partenza la notte per raggiungere la capitale dell’Oman, l’unico Stato risparmiato da questo conflitto e in cui i voli operavano normalmente. Una volta raggiunto l’aeroporto di Muscat, dopo un viaggio di circa 8 ore, dovevi provare ad accaparrarti un volo su un charter privato diretto in Italia e organizzato dalla Farnesina alla modica cifra di 600 o 800 euro. Tuttavia la precedenza veniva data a minori non accompagnati, famiglie e persone fragili, quindi non c’era la certezza di quando saresti partito. Alla fine ho optato per prendermi un volo diretto in Svizzera con scalo a Istanbul e far poi ritorno in Casentino nella giornata di domenica 8 marzo».

Ripensando adesso all’esperienza che ha vissuto quali sono le emozioni, i pensieri e le riflessioni che può condividere con noi? «Sicuramente ci sono stati dei momenti molto forti emotivamente, soprattutto la prima notte quando si sono avvertite le esplosioni e gli allarmi suonare. In quel momento fai fatica a capire che cosa sta succedendo, se sei effettivamente in pericolo o meno, e non essendo preparato reagisci molto d’istinto. È un tipo di sensazione molto simile ad una scossa di terremoto perché arriva improvvisamente e non hai tempo di ragionare. In quei casi ognuno reagisce in maniera diversa, nel mio hotel c’erano molte studentesse russe, avranno avuto 13-14 anni, che erano molto spaventate mentre per altre persone sembrava che non stesse accadendo nulla».
Si è fatto un’idea su quello che sta succedendo? Siamo nel terzo millennio ma sembra che, a parte l’uso di strumenti di morte sempre più terrificanti, niente sia cambiato nella storia dell’umanità? «Nel mio percorso universitario mi sono laureato in Scienze Politiche e sono molto appassionato di storia e relazioni internazionali. Dal mio punto di vista la storia contemporanea ha subito un’accelerazione negli ultimi 3 anni che ha modificato per sempre la natura dell’ordine internazionale che abbiamo conosciuto dal secondo dopoguerra. Dallo scoppio della guerra in Ucraina si sono superate delle linee rosse che avevano tenuto in piedi l’assetto mondiale e che hanno generato una spirale di violenza che non si arresterà con gli avvenimenti di questi giorni. Se volessimo ampliare il discorso, ciò che emerge è un graduale indebolimento di limiti che una volta ci sembravano insuperabili.
Oggi parlare di guerra è divenuto normale, il tema stesso della guerra non è un tabù in Europa e le nuove generazioni, di cui anche io posso dire di far parte, sottovalutano enormemente il cambiamento in atto nella nostra società, dove la violenza sta diventando accettabile e dove ormai è considerato normale non sentirsi al sicuro nelle nostre città. Anche se il discorso può sembrare generalista, io penso che l’atteggiamento della società civile stia anticipando sempre di più un cambiamento verso qualcosa di molto pericoloso».
Ringraziamo Alessandro Corsetti e condividiamo le sue riflessioni finali, condividiamo la sua preoccupazione per quello che, ancora oggi mentre scriviamo a circa 20 giorni dai primi attacchi, sta succedendo. Difficile andare contro corrente, quando sembra che tutto sia orientato verso una precisa direzione; ma siamo anche testardamente convinti che, proprio le idee, le esperienze, i progetti di condivisione, fratellanza e pace che in questi ultimi decenni abbiamo comunque visto crescere e svilupparsi, siano il tesoro prezioso da cui dobbiamo attingere ispirazione per continuare a scrivere «un’altra storia»!


