di Caterina Zaru – Il poggio di Fronzola era ed è particolarmente ricco di grandi lastre di pietra e di filaretto naturale di pietra forte, una pietra da costruzione che non è corrotta facilmente dal tempo ed ha una durezza molto accentuata. Si dice infatti che il castello di Poppi sia stato costruito con le pietre delle cave di Fronzola e probabilmente dopo la distruzione del castello ad opera dei fiorentini nel 1440 l’area si trasformò in una grande cava per i conci squadrati e le grandi lastre, che vennero largamente utilizzate dalla comunità di Poppi. Anche i muri a secco, di cui è ricco il poggio sia sul lato orientale che sul lato occidentale, sono stati costruiti con le pietre squadrate che probabilmente provengono dalle cinte murarie del castello distrutto.
Così annota Italo Galastri in un passo emblematico nel suo libro Fronzola. Il nero castello dimenticato (FRUSKA, Bibbiena, 2024, pp. 36-37). Un’osservazione che, al di là del dato storico, e oltre, forse, a farci scandalizzare un po’, ci offre lo spunto per riflettere su una pratica assai diffusa e affascinante, quanto oggi vista come controversa: il reimpiego architettonico, ovvero l’utilizzo di materiali provenienti da edifici più antichi per nuove costruzioni. La pratica non è certo una peculiarità del Casentino, né un’eccezione dettata dalla scarsità di risorse. È un fenomeno storico universale, che attraversa i secoli, e si configura come uno strumento insieme funzionale, economico, simbolico e culturale. Dall’Antichità fino ai giorni nostri, possiamo recuperare numerosi esempi di questa pratica, mostrandone l’importanza per la storia dell’architettura, dell’economia e persino dell’identità collettiva.
Nel Medioevo, per esempio, intere città sono cresciute letteralmente sulle rovine del mondo romano. Le pietre antiche erano una risorsa preziosa: già lavorate, durevoli, disponibili. Un esempio eclatante è quello del Colosseo, il grande anfiteatro romano che, dalla tarda antichità fino al Rinascimento inoltrato, fu saccheggiato sistematicamente per ricavare blocchi, marmi e metalli. Ma non solo: nel Medioevo il Colosseo divenne luogo abitato, con la costruzione di botteghe, magazzini, stalle e abitazioni. Un simbolo della romanità trasformato in un quartiere urbano. Ma non solo, il Colosseo subì anche la trasformazione in roccaforte da parte della famiglia Frangipane e nei secoli successivi l’Anfiteatro Flavio ebbe molte altre vite. Nel ’700, ad esempio, fu abitato anche da eremiti, come testimoniano le lapidi sepolcrali conservate nella cappella. La storia del reimpiego, però, non è fatta solo di “utilità”.
Certamente, il recupero di materiali risponde a logiche di risparmio: evitare nuove estrazioni, ridurre i costi di lavorazione, sfruttare ciò che già c’è. Ma c’è anche un valore simbolico e ideologico. Recuperare le pietre di un castello, come quello di Fronzola, può rappresentare anche il superamento di un’epoca, o la volontà di integrare il passato in una nuova identità. Il reimpiego può dunque essere programmatico o casuale, estetico o pragmatico, e in ogni caso racconta una storia. Una colonna romana usata in una chiesa medievale non è solo un elemento decorativo: è un frammento di tempo, carico di significati. Anche quando l’intento non è celebrativo, la pietra reimpiegata porta con sé una biografia materiale: tracce di un uso passato, tagli, segni, usure. È ciò che gli studiosi chiamano “la memoria dell’oggetto”.

Il reimpiego diventa così uno strumento per leggere l’evoluzione delle città e delle società. Gli edifici antichi non erano percepiti come “intoccabili” monumenti da conservare, ma come miniere a cielo aperto: da smontare, trasformare, riscrivere. La chiesa di Otranto, per esempio, riutilizza tredici colonne probabilmente provenienti dall’anfiteatro romano di Lecce: diverse tra loro per altezza, materiale e forma, eppure armonizzate nel nuovo edificio da una sapiente progettazione. Una testimonianza della capacità medievale di comporre con la diversità.
Il fenomeno non è limitato al Medioevo. Lungo tutto l’arco dell’età moderna, il recupero di materiali – marmi, pietre, statue – alimenta un mercato vero e proprio, regolato da norme, appalti e persino tasse. E oggi, in un tempo in cui si riscopre il valore del riuso e del riciclo dei tanti, troppi rifiuti che produciamo, lo studio storico del reimpiego acquista nuova attualità. In Casentino, come in tanti altri territori, molti borghi e pievi conservano tracce di pietre antiche, integrate in nuove strutture: capitelli reimpiegati, conci squadrati con iscrizioni, basamenti romani usati per altari. Questi frammenti non sono solo curiosità: sono testimonianze concrete di una cultura costruttiva capace di mediare tra passato e presente, senza distruggere del tutto né conservare in modo sterile.
Le pietre di Fronzola, quelle del Colosseo, i frammenti sparsi nei muri delle nostre case raccontano vite multiple. Conoscerle significa imparare a rispettare le forme del passato e immaginare, con maggiore consapevolezza, quelle del futuro. E proprio da questo punto possiamo partire per una riflessione contemporanea. In un’epoca in cui le risorse naturali si stanno esaurendo e in cui l’ambiente chiede con urgenza nuove forme di rispetto, il riuso e il riciclo non sono più semplici opzioni, ma necessità etiche. Il reimpiego architettonico del passato ci mostra che non è necessario sempre creare dal nuovo: si può costruire con ciò che già esiste, si può progettare con intelligenza e responsabilità.
Salvare il pianeta significa anche questo: ridare valore ai materiali, evitare lo spreco, trasformare invece di distruggere. Le pietre antiche non ci parlano solo di storia: ci ricordano che ogni materiale ha un ciclo, e che ogni gesto di recupero può essere un atto di cura verso il paesaggio, verso la memoria e verso il futuro.
Caterina Zaru Direttrice del Museo Archeologico del Casentino “Piero Albertoni”



