di Melissa Frulloni – “Una migliore qualità assistenziale e più sicurezza per i malati”, questi gli obiettivi che hanno spinto la ASL, su indicazioni della Regione Toscana, a trasferire “i due posti letto di Psichiatria dell’Ospedale di Bibbiena (non si tratta di un reparto, ma di un servizio del Territorio ospitato nella struttura ospedaliera) ad Arezzo.”
Dopo questo comunicato della ASL Toscana Sud Est, in cui si annuncia l’ennesima chiusura, riguardante l’Ospedale del Casentino, non possiamo non condividere con i nostri lettori le nostre preoccupazioni… Pezzo per pezzo e nell’assoluto silenzio della politica (escluse poche eccezioni) si stanno riducendo via via i servizi e si spacciano per grandi conquiste soluzioni minori e di facciata. Con nonchalance ci viene detto che un altro servizio sarà trasferito ad Arezzo, esordendo che è per il nostro bene, per la “sicurezza dei malati” e ovviamente per migliorare “la qualità assistenziale”.
Quando si parla di qualità a noi viene in mente altro, non certo tagli, spostamenti e chiusure, ma ormai la politica sanitaria regionale ci ha abituato a tutto questo… Ciliegina sulla torta il silenzio dei nostri sindaci che come per la chiusura del punto nascita e di altri reparti, restano imbambolati, assistendo inermi alla messa in atto della volontà di svuotare l’Ospedale del Casentino. Ma forse gli amministratori locali non comprendono a fondo le conseguenze della loro immobilità, delle loro (non) scelte, del loro silenzio-assenso.
Mentre i cittadini sì; loro vivono sulla propria pelle le decisioni politico sanitarie, sentendosi sempre più soli e lontani da chi, invece, dovrebbe fare esclusivamente il loro interesse.
Così si sono sentite mamma e figlia che hanno avuto bisogno, entrambe, di usufruire del servizio di Psichiatria del nostro Ospedale. Sono venute in redazione per raccontarci la loro storia, che testimonia quanto ci serva l’Ospedale del Casentino e, soprattutto, quanto ci serva integro e non privato di alcuni dei suoi reparti più importanti.
“Oltre a noi sono molte, ovviamente, le persone che hanno usufruito del servizio Psichiatrico e che ne avrebbero bisogno ancora oggi… Anche un nostro amico, che lo ha utilizzato per il figlio, come noi è rimasto malissimo, venendo a conoscenza della chiusura.” Ci spiegano le due donne.
Loro si dicono entusiaste del servizio, lo reputano necessario, così come, ci dicono, era necessario il Punto Nascita…
“Abbiamo conosciuto il servizio di Psichiatria a dicembre del 2017, quando mia figlia, dopo una grave crisi è stata ricoverata. Proprio nei cinque giorni del ricovero le è stato diagnosticato un disturbo borderline. Dopo un anno, nel 2018, ci è tornata, su sua richiesta, per dieci giorni; non si sentiva bene e aveva bisogno di tornare in un posto in cui si era sentita protetta, capita, proprio per riuscire a non ricadere nelle gravi crisi che la colpivano inizialmente.”
Le nostre intervistate non si spiegano proprio perché togliere un servizio come quello della Psichiatria che, a loro dire, veniva aperto, solo quando c’erano casi tali da dover richiedere un ricovero. Gli operatori sanitari, gli psichiatri, gli psicologi impiegati, ci spiegano, erano gli stessi in servizio presso l’ambulatorio psichiatrico della ASL: “Erano le stesse persone che facevano la spola tra poliambulatori e Ospedale, non c’era del personale in più e quindi un ulteriore costo da sostenere…”
Nel comunicato in cui si parlava della chiusura del servizio, la ASL sosteneva che: “Negli ultimi due anni, i ricoveri a Bibbiena sono stati limitati e sempre per situazioni non gravi. Nel 2018, per esempio, sono stati 26, senza TSO o casi ingestibili.”
Ma a questa mamma e a sua figlia dei numeri importa ben poco… Hanno ritenuto il ricovero fondamentale nel percorso verso la guarigione e ci hanno spiegato che quei giorni in reparto, chiusi in una specie di isolamento, servono per ritrovare se stessi; staccarsi da tutto e da tutti, per guardarsi dentro e capire che cosa c’è che non va.
“Il ricovero è una cosa un po’ esclusiva, tutti sono concentrati su di te e si impegnano per farti fare un lavoro individuale, molto specifico. Non è come l’ambulatorio psichiatrico che, ricordiamolo, è assolutamente fondamentale per tantissime persone; il ricovero è qualcosa di molto più importante e forte che permette anche ai medici di fare una diagnosi più precisa. Quando abbiamo letto della chiusura la prima reazione è stata di rabbia! Chi passa da situazioni del genere ha bisogno di sicurezze, deve sapere che c’è un posto, anche in Casentino, in cui può trovare aiuto! È davvero importante perché non curarsi può significare essere un pericolo per se stessi e per gli altri.”
A tutto questo va aggiunta la grande disponibilità di tutti gli operatori impegnati nel servizio. Le due donne ci hanno parlato della loro professionalità, ma soprattutto della loro umanità: “Nei giorni del mio ricovero non ho mai visto medici e infermieri come operatori sanitari, li ho sempre reputati amici, quasi parenti, persone comunque che mi sembrava di conoscere da una vita. Ad uno di loro ho scritto anche una lettera per fargli capire quanto mi ero trovata bene, quanto ero stata seguita e grazie a tutto questo, quanto ero riuscita ad aprirmi.
Prima del primo ricovero non volevo parlare con i sanitari, rispondevo a monosillabi, invece dopo sono riuscita a raccontarmi, a far capire come mi sentivo e grazie a tutto questo, i medici sono riusciti a fare una diagnosi. In reparti di questo tipo il rapporto umano e il contatto con il paziente sono tutto e a Bibbiena sicuramente era una componente forte ed importante.” Ci ha spiegato la figlia.
Anche la mamma, ci conferma che da familiare di paziente ricoverato, ha avuto tutto il supporto necessario. Nel momento della prima crisi della figlia, si è sentita persa, spaesata, ma dopo il ricovero si è sentita più leggera, sicura di consegnare la figlia in mani capaci: “In quel reparto c’erano dei veri professionisti e nonostante la paura fosse tanta, abbiamo trovato un ambiente sicuro, un appiglio a cui afferrarsi, per poi rialzarsi e ripartire, convinte di essere di fronte a persone giuste e competenti.”
Per sua figlia il servizio di Psichiatria dell’Ospedale del Casentino è stato talmente efficiente che è stata proprio lei a chiedere il secondo ricovero: “Erano solo due letti, ma erano una sicurezza. Per chi ha disturbi mentali sapere che ogni cosa è al proprio posto, essere sicuri di poter contare su qualcuno nel momento del bisogno, è già un modo per sentirsi meglio. Quel reparto per me era tutto questo, un luogo in cui mi potevo rifugiare se le crisi diventavano troppo forti, sicura di trovarmi davanti persone che mi avrebbero capita e che ormai mi conoscevano come se fossi anche figlia loro. È davvero triste constatare che tutto questo non ci sarà più… Certo ad Arezzo c’è il reparto di Psichiatria in cui ci sarà sicuramente personale preparato e competente, ma sono persone nuove che io non conosco e dopo la fatica che ho fatto per aprirmi, sarei in difficoltà a dover rifare tutto da capo… In Casentino avevo trovato una dimensione familiare unica!”
Per fortuna oggi le due donne stanno bene, sono qui in redazione, sorridenti e tranquille, ma molto amareggiate per la fine del servizio di Psichiatria. Loro, ma anche ognuno di noi (le malattie mentali possono colpire chiunque!) potremmo avere bisogno di questo servizio e dovremmo necessariamente andare ad Arezzo: “Conosco molta gente che avrebbe bisogno del ricovero, di un posto sicuro in cui poter iniziare un percorso di guarigione, ma molti non vogliono chiedere aiuto e ora, a maggior ragione, dicono “ad Arezzo non ci vado, chi me lo fa fare?” Avere due posti letto qui a Bibbiena era una grande risorsa, importante per chi come noi attraversa fasi difficili, in cui c’è bisogno di sapere che c’è qualcuno in grado di risolvere la tua situazione critica. Anche per noi andare ad Arezzo sarebbe sconvolgente, perché non conosciamo nessuno, il reparto è un altro, gli operatori non sono gli stessi. Per persone fragili, instabili mentalmente è ancora più difficile aprirsi, figuriamoci con chi non sa nulla di te. Anche la distanza, va considerata; non tutti i parenti possono venire a tutte le ore ad Arezzo. Siamo state davvero molto fortunate a poter usufruire di questo servizio e ora che non c’è più ci sentiamo delle privilegiate.” Ci ha detto la mamma.
Il racconto di queste due donne non ha sicuramente bisogno di commenti… È l’ennesima testimonianza che ci lascia per l’ennesima volta con l’amaro in bocca, spettatori arrabbiati, ma inermi, dell’ennesimo taglio alla nostra sanità e soprattutto alla nostra salute.
Come detto le malattie mentali possono colpire chiunque e ognuno di noi potrebbe ritrovarsi oggi o domani ad aver bisogno di un servizio che, come tanti altri, non c’è più in Casentino… La strada per il San Donato ormai la conosciamo bene; non ci resta che prendere l’auto, incolonnarci dietro ad un Ape o ad un trattore, nelle “mitiche” varianti della SR71 e raggiungere la città. Cari sindaci, il Casentino vi ringrazia!

(tratto da CASENTINO2000 | n. 312 | Novembre 2019)