di Giorgio Innocenti Ghiaccini – Nei piani del Castellare a Bibbiena, sono ripresi gli scavi della villa romana di Domo. La cosa si ripete ormai da diversi anni e oggi si muovono un po’ tutti i politici e gli interessati a vario titolo. Si leggono articoli di giornale nei quali si parla di questi personaggi, ma non ho mai letto niente sul Gruppo Archeologico Casentinese che è stato determinante nel rendere possibile lo scavo e il disseppellimento di questo luogo dove vissero antichi Bibbienesi. Non ho mai sentito niente sulla professionalità e l’immane lavoro, naturalmente gratuito, che ha svolto il GAC per rendere fattibile quello che oggi i politici ci promettono di fare. Anzi, sembra che questi volontari siano stati messi da una parte e il loro lavoro ormai passato nel dimenticatoio. Mi permetto, quindi, a titolo personale, anche se faccio parte del Gruppo al quale sono iscritto da 1976, di raccontare l’impegno impiegato nel ritrovamento e i sacrifici che sono stati fatti per realizzare i primi scavi.
Si era attorno alla metà degli anni ottanta. Il maestro Tito Bartolini mi fece cenno della presenza di un toponimo importante: “Domo”, vagamente localizzato al Castellare. La cosa mi entusiasmò. Il maestro Tito mi disse che doveva esserci un insediamento romano, sotto la casa del Cuculo. Mi accennò, che in fondo alla piaggia, un greppo semicircolare dava l’idea come di un anfiteatro. Pensai di iniziare una ricerca per vedere se e dove fosse. Era un esame che facevo di me stesso. Anni prima ero stato istruito e formato alla ricerca sul terreno da Piero Albertoni. Ricordo che mi portò a “lezione” in un campo vicino a Rassina, dove era certa la presenza di una villa romana. Mi fece capire cosa si doveva cercare: come e dove. La ricerca sarebbe stata possibile nei campi arati, dove la ceramica, lavata dalla pioggia, si sarebbe messa in evidenza. Dovevo quindi mettere a frutto quello che da lui avevo imparato. Cominciai da dove mi disse il maestro Tito.
Mi erano giunte voci che anche il Professor Fatucchi, che allora non frequentavo, aveva fatto delle ipotesi ponendo il Domo più in alto. Nessuno pensava alla presenza di una villa romana nel piano, dove presumibilmente in antico dovevano essere solo acquitrini.
Parlai con uno dei Brocchi del Castellare che mi disse, che nella zona, negli anni prima e subito dopoguerra, si trovavano dei pezzi di tubi di piombo (“fistulae”) che venivano scambiati per sacchetti di pallini da caccia. In un altro insediamento, non lontano da Bibbiena, ho trovato una “fistula” che indicherebbe, anche lì, una presenza romana importante. In maniera sistematica, ho frugato tutta la piaggia del Castellare, dal Cimitero alla strada per Soci, impegnandomi per molti mesi anche perché la maggior parte dei campi era erbosa e non arata. Un giorno però notai dentro una macchia di spini, lungo la “redola” tra il piano e il pendio, un blocco di cocciopesto, tipica malta romana, come avevo già visto nei pressi dell’antica villa di Rassina.
Lì intorno altri frammenti più piccoli di quel materiale erano sparsi tra l’erba medica. Così la zona di ricerca si restrinse e mi portò a cercare più a nord … più lontano dal Castellare.
Sopra i campi c’erano zone molto umide, più avanti nella via, c’erano fango e acqua che gemeva dalla parte soprastante; le fattorie romane ne avevano bisogno di tanta e nella zona sembrava essercene in abbondanza. Cercavo ancora un po’ più in alto del piano che, in antico, consideravo poco salubre. Qualche giorno dopo ritornai dove avevo visto il cocciopesto e vidi uno dei Cungi che lavorava nei pressi. Non ricordo cosa stesse facendo. Mi avvicinai a lui dopo e esserci salutati, visto che eravamo stati anche compagni in alcune battute di caccia, iniziammo a parlare. Gli chiesi se sapeva da dove venisse esattamente quel grosso blocco di cocciopesto (che dovrebbe essere ancora lì) e mi indicò un punto molto più in alto da dove, durante le arature, ne venivano fuori altri frammenti.
Io sapevo che quei campi erano lavorati da chi stava al Castellare, ovvero dalle famiglie Chiarini e Brocchi; non sapevo che a quel tempo ci fossero i Cungi. Continuammo a parlare e siccome conoscevo la tradizione che ogni campo aveva il suo nome, spesso tramandato a noi fino dalla più remota antichità, io gli chiesi: «Sai dirmi qual’è il campo che voi chiamate Domo?». Lui mi indicò con precisione un campo sotto di noi che confinava con quello degli scavi attuali dal lato sud e che, nel piano sottostante, dalla via scendeva in direzione dell’Archiano.
La terra era arata e io pensai: «E se il Domo fosse proprio lì?». Da sopra, lontano, nell’angolo nord-ovest vidi la terra che era molto più scura. Forse lo era perché antropizzato, infatti le attività dell’uomo rendono la terra più “nera”. Forse quella era la svolta! Mi ci buttai quasi di corsa visto che tracce di ceramica, lavata dalla pioggia, dovevano essere bene in vista. Trovai importanti frammenti, anche se piccoli, di ceramica sigillata. Quello era il “documento” che mi indicava, che nei pressi, era vissuta una famiglia romana.
Lì vi era la “domus”… l’abitazione!
La sera della riunione del GAC, non ricordo se di giovedì o di mercoledì come avviene oggi, ci saremmo ritrovati. Arrivai in sede e vi erano già Piero Albertoni e Lorenzo Paggetti seduti ad un tavolo. Io orgoglioso gli consegnai i frammenti di ceramica. Lorenzo disse:
«Questo è quello che devi portare! Dove l’hai trovata?».
Io con aria quasi di sufficienza gli dissi: «Al Domo» e lui: «finalmente l’abbiamo individuato!».
Fu avvertito il dott. Luca Fedeli della Soprintendenza e iniziò la procedura per effettuare dei saggi sotto la sua attenta e costante direzione. Un paio d’anni dopo, se non ricordo male, tutto era pronto per iniziare. Io con il mio vecchio Land Rover (delle poste inglesi) portai l’attrezzatura. Sul posto, facemmo un piccolo “summit” e mi fu chiesto dove io avrei cominciato. Detti io il via dove era la terra più scura. Iniziammo a tirare i fili per le quadrettature, il caldo di Agosto, anche se mattina, era già soffocante. Nel punto dove iniziammo venne fuori una porzione di massicciato in pietre di fiume… era poco però era un buon indizio. Ci spostammo di sopra e cominciammo le quadrettature per gli scavi, quasi come nel gioco della “battaglia navale”, per trovare qualche traccia di struttura.
Intanto io e Vezio Salvi di Soci ci spostammo nella zona dove era il cocciopesto e là trovammo una cisterna, era molto grande. Immaginammo che fosse quella per l’acqua necessaria alla fattoria più in basso. Gli scavi procedevano.
Ogni giorno sembrava più caldo del precedente. Vicino al greppo, c’era un querciolo e Lorenzo disse: «io vado a scavare nel quadro all’ombra» e in quel punto finalmente venne fuori una discarica di laterizi e ceramiche, che restaurate, oggi, sono esposte al museo. A settembre, chiudemmo lo scavo con la certezza di essere nel punto buono.
L’anno dopo gli scavi ripresero sempre con il solito caldo, dopo aver ricostruito la quadrettatura con fili. Ognuno di noi era impegnato in quel gioco di “battaglia navale” e tutti aspettavamo di sentir urlare: «Affondato!». Quasi al termine della stagione, trovammo un pavimento, che l’anno successivo capimmo essere quello del “frigidarium” delle terme della villa. Venne a trovarci uno dei proprietari del terreno: il dott. Gianpiero Nati Poltri, che ci raccontò che era stato trovato nella zona qualche frammento di laterizio con la scritta “CIAIMIPI”.
Questi saggi durarono tre estati. Quello fu il “mare”dei componenti del Gruppo Archeologico Casentinese per tre anni. L’abbronzatura campagnola fu l’unica ricompensa e la soddisfazione molto appagante.
Finiti gli scavi, prima di ricoprire tutto con sabbia e rete verde, immaginando che per molti anni nessuno più ci avrebbe messo mano, sopra una delle “suspensurae” del pavimento mettemmo un cartoncino grigio avvolto nel nylon con le firme di tutti e una moneta con la data a memoria futura.
Sicuramente negli interventi successivi è stata ritrovato, ma io non ne ho saputo più niente.
Questa è la vera storia “dimenticata” del Domo!

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(tratto da CASENTINO2000 | n. 310 | Settembre 2019)