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lunedì, 28 Novembre 2022

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L’amianto della Sacci

di Matteo Bertelli – Era il 22 settembre 2016 quando (l’allora) comando forestale di Arezzo, su ordinanza firmata dal Gip Anna Maria Lo Prete, mise sotto sequestro lo stabile che tutti conosciamo con il nome di ex Sacci. L’accusa era che la vecchia fabbrica era piena di amianto e di altri rifiuti pericolosi. A distanza di qualche mese, a sentire il procuratore che ha seguito la vicenda, Angela Masiello, la faccenda sembra avere una conclusione prossima, con una chiusura delle indagini che è prevista, teoricamente, a breve. Ma il tutto, partito con un blitz da serie televisiva, vantando un riscontro mediatico eccezionale, adesso ha perso il suo appeal nella vita di tutti, soprattutto perché non ci sono stati nuovi sviluppi, ma anche perché molti non conoscono il motivo di tutta questa confusione.

Il 27 marzo 1992 viene approvata in parlamento la legge n.257, nota a molti come la legge che impediva ufficialmente di produrre, vendere o lavorare l’amianto, nella stragrande maggioranza delle sue forme (floccato e friabile, le più pericolose, in primis); a quei tempi, lo stabile situato a cavallo, sul confine, tra il comune di Bibbiena e quello di Chiusi della Verna era ancora nel pieno della sua storica attività da cementificio e, come ci assicura l’ex operaio Dante Seri “di amianto non ce n’era traccia; almeno fino al 2003, anno in cui fui licenziato, l’amianto non c’era da nessuna parte se non nelle guarnizioni del forno di rotazione, dove poteva esserci, in quanto non era ritenuto essere dannoso per la salute (non si poteva ridurre in polvere, Ndr.) e non era possibile sostituirlo. Tutto era ovviamente in regola, la legge stessa prevedeva che qualora non fosse possibile sostituire le parti in amianto e nel caso in cui queste non fossero pericolose per la salute, era possibile attendere un periodo di lunghezza variabile senza fare interventi di alcun tipo.”

Stando a Seri, non si riesce proprio a capire come sia possibile che l’ex Sacci sia diventata una “bomba ecologica” (parolone con cui tanti si sono riempiti la bocca, senza poi dire effettivamente nulla). Fino al 1997, anno in cui l’azienda ha smesso di produrre cemento per ridursi a un ufficio commerciale, non sembrava esserci traccia di materiale tossico. Il nostro ex dipendente ce lo ha confermato e la sua testimonianza non ha nessun secondo fine, ci teniamo a sottolinearlo, semplicemente ci ha raccontato che dal ‘97 al 2003 in tutta quell’enorme fabbrica che era la Sacci, c’era rimasto solamente una sorta di ufficio vendite con i pochissimi superstiti che si erano riusciti a salvare dalla forbice del licenziamento.

Perché allora parlare ad oggi di “bomba ecologica”? Perché ce ne siamo accorti solo ora, dopo tanti anni dalla chiusura dello stabilimento?

Frugando tra articoli di giornale, interviste rilasciate da chi ha condotto le operazioni di sequestro e dichiarazioni varie, troviamo senza troppe difficoltà quella che, a questo punto, sembrerebbe essere la causa scatenante che ha trasformato quello stabile diroccato in un laboratorio di malattie e morte: sono stati ritrovati rifiuti tossici all’interno dello stabile che non arrivano dalla lavorazione del cemento, e che, presumibilmente, sono stati depositati da privati cittadini o da chissà chi, probabilmente di notte, quando magari la Sacci rimaneva incustodita e facilmente violabile.

Ma quanto materiale tossico ci può essere stato depositato per far diventare una “bomba ecologica” un impianto di quelle dimensioni? E, nel caso fosse successo effettivamente questo, come è possibile che nessuno se ne sia accorto? Sembra infatti improbabile che qualche rifiuto tossico possa aver degradato completamente quella fabbrica, spargendo nell’aria queste dannose polveri. I primi rilievi dell’ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana) sembrano infatti rassicurarci.

Fatto sta che questi dati, ad oggi, sono abbastanza datati e di recente non abbiamo nulla se non alcune dichiarazioni sporadiche e, in alcuni casi, contraddittorie, quindi non possiamo fare altro che attendere con ansia il risultato dell’inchiesta che sta andando avanti da ormai qualche mese sotto l’occhio vigile del PM Masiello. Indagine che per adesso si sta evolvendo cautamente, ma che è vicina al tempo stesso, come detto, a una conclusione. Basterebbe, infatti, che i dati stilati a monte del sequestro venissero confermati o smentiti da nuove analisi sul posto, analisi che stanno avvenendo tutt’ora. Se venisse confermato che la zona è pericolosamente tossica a quel punto si punterebbe a cercare i colpevoli.

Ma quindi, cosa abbiamo in mano? Noi che accanto alla ex Sacci ci viviamo, a cosa dobbiamo credere? Dobbiamo preoccuparci?

La risposta che ci è stata data dalle persone che hanno seguito da vicino la faccenda è criptica: in molti tendono a rassicurare, ma in pochi sono pronti ad etichettare la “bomba ecologica” come una bufala; quindi rimane quel sapore amaro di un “c’è da stare tranquilli, ma comunque aspettiamo i dati”, una frase che poi, a pensarci bene, tanto tranquilli non fa rimanere.

L’unica cosa che possiamo fare, quindi è attenerci alle testimonianze, sperando che venga finalmente stabilito che la zona è sicura.

Lo spettro della Sacci ha da sempre suscitato l’odio di cittadini e consigli comunali, considerata come un pugno in un occhio nel bel panorama casentinese, una questione troppo complicata da sbrogliare e, forse, se la “bomba ecologica” venisse confermata, la sentenza di condanna verso questo storico mostro casentinese farebbe tirare un sospiro di sollievo a molti.

Tra gli addetti ai lavori, infatti, serpeggia l’idea complottistica che sia stata mossa un’accusa ampiamente esagerata e che il grande riscontro mediatico sia dovuto a una necessità di avere pezze d’appoggio solide contro il mostro Sacci.

Rimane ovviamente il fatto che questa questione è aperta da troppo tempo per essere ancora così oscura: se davvero fosse un problema così grande per la salute, i tempi con cui ci siamo mossi non sono stati forse troppo lenti?

Alla fine, se tutto venisse confermato, stiamo parlando di materiali tossici presenti in gran quantità, materiali che per essere rimossi chiederanno tempo e denaro, denaro che magari non sarà facilmente reperibile, e così via. I tempi quindi per una soluzione sono ancora lunghi, forse troppo lunghi e le risposte alle nostre domande dovranno aspettare ancora un po’…

Attendiamo la fine delle indagini, aspettiamo nuovi dati e testimonianze e per un motivo o per un altro ci auguriamo che la Sacci venga eliminata dal panorama casentinese e che sorga al suo posto qualcosa di utile e di importante per tutta la nostra vallata.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 282 | Maggio 2017)

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