di Riccardo Buffetti – Lorenzo Campus ha 23 anni, origini sarde ma stabile da molto tempo in terra casentinese. Sin da piccolo ha coltivato una passione molto diversa da quelel comuni tra i suoi coetanei, una curiosità che lo ha spinto a ricercare reperti per interpretare la parte più nascosta della storia del ‘900. Dedizione tramandatagli da suo bisnonno e che oggi lo ha portato ad essere uno dei maggiori esperti di avvenimenti storici tedeschi della seconda Guerra mondiale in Casentino.
Un attaccamento alla storia che si forma sin da quando eri bambino. Ma cosa ti ha dato l’impulso che poi ha messo in moto questo percorso? «La passione per la storia la porto con me da quando ero bambino. Ho sempre letto libri, enciclopedie e amavo l’aria aperta: la natura, i boschi. Diciamo che ho avuto una vita “parallela” rispetto ai miei coetanei fino ai 16 anni. Il mio punto di riferimento, l’uomo che mi ha trasmesso queste emozioni, è stato il mio bisnonno Patrizio Landucci, ex alpino artigliare della divisione Modena che ha preso parte alla campagna di Grecia-Albania e all’assalto delle truppe Italiane al Sud della Francia durante la seconda Guerra mondiale. Mi ricordo ancora quando mi raccontava delle sue esperienza in guerra, non solo del lato bellico, ma piuttosto del lato umano di chi viveva quegli attimi tremendi: come quella volta in cui il suo amico mitragliere, in prima linea, si rifiutò di sparare. L’ufficiale perse la pazienza e il mio bisnonno gli chiese il perché del rifiuto e la sua risposta rende appieno la semplice e profonda umanità di quei soldati: “male non fare, paura non avere”.
Sono sempre stato affascinato da questo lato della storia come ho sempre creduto che se non conosci il tuo passato non hai modo di costruirti il futuro. Grande merito è anche del mio carattere: sono una persona molto curiosa, a volte anche troppo perché mi piace sapere, scoprire. La voglia di percorrere le tracce lasciate dalla guerra sono una conseguenza positiva dello studio e dei regali che mi hanno fatto da bambino: all’età di 12 anni la mia famiglia mi regalò un Metal Detector. Grazie ad esso ho ritrovato schegge, bottoni, bossoli scarichi, brandelli di ingranaggi e ho capito che ogni oggetto possedeva una storia. Abbandonato il mondo del Metal ho iniziato uno studio più approfondito ricercando oggetti meglio conservati e non deteriorati dagli anni sottoterra, chiedendo anche a molte persone del Casentino se avessero qualcosa della guerra.
Con gli anni ho allestito una buona collezione che porta testimonianze corpose del conflitto nel nostro territorio soprattutto dal punto di vista tedesco. La storia tedesca in Italia mi affascina molto: all’inizio uno dei miei più grandi interrogativi era quello di non aver mai visto una foto di un tedesco ad Arezzo. Adesso che le ho trovate posso dire che, oltre ad averli visti, ci sono stati davvero!»
Tra i tuoi ritrovamenti quali sono stati quelli più significativi? «Sono un ricercatore volto a ricostruire le storie dei miei ritrovamenti. Uno di quelli a cui sono più affezionato è una lampada con dentro una lettera d’amore, recuperata da un signore che stava svuotando la cantina. Dentro c’era il seguente messaggio: “la lampada è rotta, trattala con cura perché è simbolo di luce, la vita mai è facile, sarà un segno di speranza. Manchi V. Maria”.
Un altro ritrovamento curioso nelle nostre terre è un elmetto “Wehrmacht” che non coincideva con un classico elmetto tedesco (quindi con l’aquila) poiché presentava una svastica sulla sinistra e sulla destra una strana aquila con una ghirlanda. Le ricerche mi hanno portato a scoprire che si trattava di un elmetto della Polizei S.S. reggimento 692 di Subbiano. Durante degli scavi in Casentino è stata ritrovata la famosa “Spandau”, chiamata dagli Americani “sega elettrica di Hitler”. Tutti i miei studi sono a disposizione in digitale di qualsiasi curioso perché credo che la storia sia un bene di tutti e non un fatto privato.
Con l’Associazione Karin (Lorenzo è un ex membro, ha apportato un gran contributo alla crescita di essa, ndr) abbiamo partecipato a diverse iniziative. Per esempio a Subbiano abbiamo rievocato alcune scene, nell’Alpe di Catenaia, di una famosa battaglia svoltasi durante la Seconda Guerra tra lo schieramento inglese e quello tedesco, abbiamo fatto vedere al pubblico come era la vita da campo (molto diversa dalle battaglie in trincea della Prima Guerra). La maggior parte dei ritrovamenti sono ora visibili al museo di “Quelli della Karin” di Subbiano.»

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C’è stato un tuo ritrovamento che recentemente ha fatto il giro del mondo… «L’ultima avventura mi ha reso, a mia insaputa, protagonista di uno caso internazionale. Tutto è nato da una chiamata di un amico che mi avvertiva di aver trovato uno zaino molto particolare. Una volta in mio possesso ho iniziato le mie solite ispezioni: in esso era riportata la scritta P.E. Saint Laurent e un numero di serie. Inizialmente il primo nome pensavo si trattasse di una città, San Lorenzo in Canada. Le tecnologie e i social di oggi sono molto importanti per le mie ricerche visto che, grazie a Facebook, sono riuscito a contattare degli esperti di ricerca militare. Inizialmente non ho trovato molti riscontri e mi sono un po’ demoralizzato ma non ho mai mollato.
Al termine di quasi tutte le ipotesi fatte mi sono detto di provare a cercare oltre oceano, quindi prima ho scritto al forum War Memories Canada poi, grazie ad un certo “Paul” (che ad oggi non ho scoperto chi possa essere realmente) ho risolto che San Laurent non era il nome di una città, ma il cognome di una persona. Paul, in seguito, mi ha aiutato facendo una ricerca nei cimiteri monumentali del Québec e ha così trovato le tombe di Paul Hemille e Paul Hetienne. Ma la Direzione del cimitero ci blocca: non si possono fare ricerche sul passato dei due soggetti.
Nuovamente rimetto le mie speranze nelle mani della rete, provo a riscrivere a dei gruppi di Facebook sui militari canadesi in Italia. Creo un post, metto le immagini e un po’ di materiale e la comunità canadese, incredibilmente, si mobilità in massa. Vengo quindi contattato da associazioni e persone. Il mio intento era di arrivare in fondo a questa incredibile vicenda, senza ovviamente volere nulla in cambio poiché credo che il sogno di ogni collezionista serio sia quello di riconsegnare i risultati di uno studio ai discendenti degli interessati.
Ancora una volta il social network come mezzo di tramite, comunicazione e divulgazione, è stato un successo: prima mi aggancio alla CBS Montreal, una delle più grandi emittenti televisive canadesi, scrivendogli di questa storia e loro, molto collaborativi, accettano il caso e decidono di aiutarmi.
Non passa nemmeno un giorno che il network canadese riesce a trovare la figlia del soldato a cui apparteneva lo zaino che, nella stessa sera, mi scrive. Si chiama Francis e ci scambiamo delle mail incredule ed emozionanti, coinvolgendo anche i suoi nipoti e bis nipoti. La CBS manda in onda il servizio sulla rete nazionale e da lì iniziano a contattarmi l’associazione dei veterani di guerra, persone state in Iraq, tutti mi hanno accolto nella loro comunità senza neanche conoscermi. Non me l’aspettavo. Sono arrivato a pensare che dal Canada le persone si siano meravigliate per quello che ho fatto, anche se per il mio carattere e modo di pensare, rientra nella normalità quello che ho fatto anche perché a me avrebbe fatto molto piacere se quell’oggetto fosse stato dei miei nonni e me lo avessero riconsegnato.»
Dopo aver fatto il giro del mondo, anche se attualmente solo a livello mediatico, cosa ti aspetti che la tua passione possa rappresentare per il futuro? “A me piace suscitare delle emozioni dentro alle persone, lo studio ha tutto un perché ed è un atto di curiosità. Per questo è stato bello vedere tanti ragazzi scrivermi e chiedermi consigli, questo è un altro risvolto positivo di questa esperienza. Invogliare le nuove generazioni a fare qualcosa di bello, sano e di aggregazione, perché la storia non è una materia morta. Già parlando di essa si creano diverse opinioni, ci sono i libri che parlano dello stesso fatto in maniera differente e questo crea punti di vista diversi, crescita.
Vorrei sottolineare che quanto ho sempre fatto non ha mai cercato l’effetto mediatico, mi piace pensare che sia solo una conseguenza del mio bel lavoro svolto. Mi piacerebbe quindi rendere partecipe di tutto questo anche altre persone, sarebbe un sogno.
Per quanto riguarda il futuro, insieme con un amico, Michele Bianchini di Rassina, ci stiamo mettendo sulle tracce dei resti di un aeroplano inglese caduto sul territorio di Subbiano durante la seconda Guerra Mondiale, immaginiamo che molti dei pezzi siano andati dispersi in quanto il tempo trascorso è davvero molto, ma non demorderemo. Mentre sotto il profilo individuale sto scrivendo un libro che narra delle vicende avvenute nella provincia di Arezzo. Delle battaglie non narrate, come un libro di storia, ma raccogliendo le esperienze di chi vi ha partecipato, perdendo quindi il concetto di scontro ecreando nell’immaginazione di chi legge i dettagli dei protagonisti. Dovrà invogliare le persone a leggerlo, coinvolgendole nel profondo.»

(tratto da CASENTINO2000 | n. 311 | Ottobre 2019)