di Mauro Meschini – Alcune fotografie a bassa risoluzione ancora conservate nella memoria di un vecchio telefono. Si vedono una presa di corrente precaria e dei sacchi per i rifiuti posizionati al posto dei vetri delle finestre; poi il racconto, ai limiti dell’irreale, circa un camion carico proprio di vetri isolanti da utilizzare per sostituire quelli mancanti, che non sono stati montati perché quando si è cercato di farlo si è scoperto che il telaio delle finestre non supportava il loro peso.
Con questi flash è iniziato l’incontro con Deborah e Paolo Simonetti che, con le loro parole ci hanno fatto fare un salto indietro nel tempo di 10 anni.
«Nostro padre si è ammalato nel gennaio 2008 ed è morto un anno dopo, nel gennaio 2009. In questo anno è stato ospite della Rsa di Strada in Casentino. Nel periodo di tempo di cui parliamo la struttura era interamente comunale, ancora non c’era stato il passaggio all’Unione dei Comuni, il sindaco era Paolo Renzetti e la gestione era affidata alla cooperativa Coop.L.Ar di Pratovecchio Stia. Quando nostro padre è arrivato c’erano molti problemi che in parte, nel tempo e in qualche modo, hanno cercato di superare. La situazione era critica e mancava un po’ tutto. Comprammo anche una televisione perché quella installata nella sala TV era così piccola che chi era un po’ più lontano si faceva raccontare il programma da chi stava davanti… comprammo anche alcuni termometri che furono posizionati all’interno della struttura, in alcune di queste foto si vede che la temperatura rilevata è circa 13-15° C…. un po’ poco per un ambiente che ospita anziani. Crediamo che i problemi che sono esplosi nella Rsa di Strada in Casentino vengano da lontano a causa di una cattiva gestione. Quando abbiamo rilevato un problema abbiamo sempre cercato di capire quali potevano essere le cause, sinceramente la prima volta che vedemmo movimentare mio padre sembrò che avessero a che fare con un sacco di patate, ma poi parlando con alcuni operatori, dobbiamo dire persone di cui non si può dire che bene, abbiamo capito che era così che si doveva fare. Queste persone cercavano di fare di tutto per gli anziani ospiti, ma molte volte erano in difficoltà, la notte c’era un operatore da solo su due piani. Per questo da nostro padre abbiamo fatto praticamente tutte le notti, non lo abbiamo mai lasciato da solo, perché era necessario».
Trovando questa la situazione. Avete cercato di parlare con il Comune? «Abbiamo sempre cercato di parlare con l’Amministrazione, abbiamo fatto inviare anche lettere dall’avvocato. Ci sono state anche riunioni, in quel periodo era stato dato ad alcuni dipendenti comunali il compito di essere referenti dei vari servizi, la Rsa era una di questi. Loro facevano poi riferimento ad un amministratore mentre, a loro volta, queste figure erano il riferimento per la cooperativa… Una volta, arrivati nella Rsa, trovammo nostro padre da solo tutto disteso sulla sedia. Anche in quel caso cercammo di capire cosa era successo, in pratica nel cambio di turno c’era un momento in cui gli anziani erano da soli nel salone dove mangiavano. Allora andammo a parlare anche con la cooperativa chiedendo, con un piccolo cambio di orario, di fare in modo di avere una minima compresenza che permettesse di eliminare questo problema».
Quindi avete avuto la possibilità di parlare anche con i vertici della cooperativa? «Una mattina ci siamo trovati a parlare con loro, c’erano il presidente e le persone più importanti della cooperativa. Ma se in una discussione in cui si cerca di portare problemi e provare a risolverli l’unica cosa che vedi fare agli altri è tirare fuori una tabella e dire: ”questo è il protocollo della ASL e in base ai numeri tutto va bene!”… in questi casi cosa puoi dire ancora, a cosa serve continuare a parlare?».
Anche perché, ci sembra di capire, che in realtà non si trattava solo del “rispetto dei numeri”… «Quello che forse si poteva rilevare era anche l’emergere di alcune criticità in determinate situazioni, questo perché il personale non sembrava preparato ad affrontare tutte le emergenze. Una notte in cui nostro padre ebbe dei problemi con l’ossigeno chi era in turno sembrava in difficoltà, ci preoccupammo noi familiari di cambiare la bombola. La cooperativa avrebbe avuto la responsabilità di prevedere un’adeguata formazione dei dipendenti, sarebbe interessante verificare cosa è stato fatto. Oltre a questo poi c’era sempre il problema rilevante della presenza di un solo operatore di notte…».
Questo è il problema della notte e di giorno quante unità di personale erano presenti? «C’era il turno normale, ma a volte succedeva che anche durante i pasti il personale era insufficiente per seguire i bisogni di persone che magari non potevano mangiare da sole, così succedeva che gli ultimi si trovassero a mangiare i cibi freddi. Era la scarsità di personale che faceva la differenza, insieme alla scarsa organizzazione. Il giorno di Natale andammo a trovare nostro padre e tutti erano nelle camere perché si era guastato l’ascensore e nessuno sapeva come fare a portare giù gli anziani. La manutenzione era stata avvertita ma avevano detto che sarebbero venuti dopo Santo Stefano… Abbiamo dovuto sollecitare e chiamare non poco per vedere arrivare il sindaco e qualcuno della manutenzione che in qualche modo riuscisse a risolvere la cosa. Ma il problema di tutto questo era che chi lavorava nella Rsa non sapeva cosa fare e a chi rivolgersi nei casi di necessità, non c’erano le informazioni e le indicazioni utili per attivarsi in questi momenti».

Layout 1
E poi anche la struttura dell’edificio non aiutava in questi casi… «Se avessimo tutto su un piano e in un contesto più funzionale sarebbe tutto più semplice, ma, secondo noi, se fosse stata gestita come stanno facendo adesso sarebbe stato proposto un servizio adeguato. In quel periodo la RSA accoglieva una ventina di persone, con gli ambienti distribuiti su tre piani, con le scale e un solo ascensore… che tra l’altro aveva un problema di fondo e un giorno si e uno no era guasto, così come c’erano problemi frequenti all’impianto del riscaldamento. Purtroppo però quando il personale comunicava qualche problema non riceveva risposta e tutti sapevano che le cose andavano così… anche attraverso contatti diretti abbiamo avuto modo di riportare queste situazioni direttamente all’Amministrazione, ma poi abbiamo visto che era sempre più difficile parlare e farsi ascoltare e anche chi all’inizio era sembrato un po’ più disponibile piano piano si è sempre più allontanato rientrando all’interno del sistema. Abbiamo provato a fare una raccolta di firme per sensibilizzare la cittadinanza, ma ricordo ancora che mi sono sentito dire da qualcuno: “non posso firmare perché ho sentito dire che se facciamo troppo casino ce li rimandano a casa…”. Si è cercato di smuovere le acque, ma il problema è stato che chi doveva ascoltare non lo ha mai fatto, eppure a volte ci vuole poco per risolvere i problemi, basta un po’ di cuore e un po’ di buon senso basta andare a vedere cosa succede… non si può guardare solo l’aspetto economico in queste situazioni… anche perché è vero che quello è un edificio che ha del tempo e su cui si è intervenuti più volte ma, e anche questo fa arrabbiare, negli anni di soldi ne sono stati spesi tanti… Ma in questi casi si dovrebbe intervenire sui problemi, se la notte un operatore non basta se ne aggiunge un altro; si possono installare le telecamere per avere sotto controllo più spazi contemporaneamente; si fa un monitoraggio continuo sulla struttura…».
In situazioni del genere poi, a lungo andare, il peso su chi deve lavorare in queste condizioni rischia di produrre effetti molto negativi… «Si, ma non si possono giustificare queste persone perché se sei costretto a operare in condizioni impossibili, denuncialo! Se sei sotto pressione, sotto stress non puoi rifartela con chi non si può difendere. Se i dipendenti avessero detto chiaramente: “qui noi non ce la facciamo!” qualcosa poteva accadere. Certo il rischio era anche di essere mandati a casa, ma questo non giustifica quello che è accaduto. Chi ha sbagliato deve pagare ma adesso, a più di un anno dallo scoppio della bufera, crediamo sia giusto anche andare a cercare altre responsabilità, quelle della politica, quelle della cooperativa, quelle dell’Amministrazione…».
Anche perché questa vicenda lascia con l’amaro in bocca… «Se pensiamo agli anziani, a quello che hanno dovuto subire… e per cosa? Per risparmiare quattro spiccioli… E poi ci sono anche quelli che hanno lavorato correttamente e ci sono comunque andati di mezzo… Tanta gente ha sollevato i problemi come abbiamo fatto noi. Poi lo vieni a sapere, certo per tutti c’era, e c’è, il problema di esporsi, la paura che gli anziani venissero rimandati a casa…. Anche noi comunque abbiamo visto tutto questo perché abbiamo avuto un genitore lì dentro, perché se non fosse stato così probabilmente non ci saremmo accorti di niente… poi, nonostante abbiamo continuamente cercato un contatto e parlato con persone dell’Amministrazione, o a questa più o meno vicine, non abbiamo trovato risposte anzi è sembrato che con loro non avessimo mai parlato. Questo non è accettabile. Vedere negato anche ciò che era evidente… per questo abbiamo deciso di raccontare questa storia…».
Noi abbiamo raccolto e riproposto questa storia perché analizzare fino in fondo quello che è accaduto a Strada in Casentino, cosa è accaduto un anno fa, ma anche quello che è accaduto in passato, crediamo che sia doveroso.
Si tratta di un tema troppo delicato per affrontarlo diversamente, anche perché, come ci ha detto Paolo Simonetti: «Solo se hai la sfortuna di viverla come esperienza puoi capire cosa significa avere un familiare in una Casa di Riposo… anche se si trova nel luogo più bello del mondo, anche se viene curato e coccolato tutto il giorno… quando una persona arriva ad andare in Casa di Riposo ti rendi conto come sta lui, come stanno i familiari e capisci i problemi che ci sono…». È un dovere per tutti fare in modo che realtà di questo tipo siano sempre più a misura dei bisogni degli anziani e delle loro famiglie, è quello che pensiamo e auspichiamo.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 306 | Maggio 2019)