di Malissa Frulloni – La storia di Martina Innocenti ormai la conoscete tutti. Partita da Londra, in cui viveva da diversi anni, è tornata in Casentino, a Soci, suo paese di origine, in bici. Scopo del viaggio, raccogliere fondi per “Gaza Soup Kitchen”, un’organizzazione che ogni giorno distribuisce migliaia di pasti alla popolazione civile di Gaza, offrendo sostegno e dignità a chi ha perso tutto.
Martina ci ha reso partecipi del suo viaggio e della sua impresa, grazie al suo profilo Instagram @wigglymarti in cui, per due settimane, ci ha raccontato avventure e disavventure, chilometri macinati e storie di persone incontrate lungo il cammino.
Una volta arrivata in Casentino l’abbiamo invitata nella nostra redazione per conoscerla meglio e per farci raccontare in dettaglio il progetto di supporto alla popolazione palestinese che ha deciso di sostenere. Vi ricordiamo tra l’altro che sarà attivo ancora fino a Natale e che potete continuare a donare per aiutare chi è stato duramente colpito dalla guerra. Sono stati raccolti più di 3.700 euro, ma Martina ha in programma di organizzare degli eventi, anche in Casentino, per far crescere questa cifra e continuare la sua missione anche a viaggio concluso; come l’apericena solidale, svoltasi il 28 novembre, a Bagno a Ripoli, ancora in favore di “Gaza Soup Kitchen”.
“È stata la cosa più semplice del mondo per me. – Ci dice Martina – Avevo davanti a me tantissime opzioni e mi dicevo, una strada la trovo. L’ho vissuta con una grande facilità mentale; la resistenza fisica si è sviluppata giorno dopo giorno. C’è stata una volta in cui ho pensato: “Non ce la faccio”. Poi ho iniziato a chiamare amici e parenti e mi hanno detto: “Dai Marti, sì che ce la fai! Metti la musica e se proprio non ce la fai ti fermerai prima”. Sapere di avere sempre alternative mi ha reso tutto più semplice. Avevo la predisposizione mentale per fare questo viaggio o come lo definiscono in tanti, impresa. Solo ora capisco che non tutti lo avrebbero fatto e infatti sono sorpresa dall’attenzione che ha ricevuto, ma per me era qualcosa di quasi banale. Ho sempre usato la bici perché mi piace, perché è un mezzo sostenibile ed erano anni che volevo tornare in Italia con la mia bicicletta. Quindi tutta questa avventura l’ho vissuta con entusiasmo, non con paura e non vedevo l’ora di ripartire e affrontare un’altra giornata di viaggio.”

Martina cosa ti ha spinto a compiere questo viaggio? «Sono una che ha sempre viaggiato da sola e adoro, quando sono in viaggio, parlare con le persone. In questo caso non sono state le gambe a riportarmi in Casentino, ma la testa: la voglia di andare, di scoprire, di spingermi oltre. Non è stata una sfida con me stessa, né una gara sportiva. Certo, ho scoperto che superare i miei limiti fisici mi piaceva, ma non era quello: tutto partiva dalla testa e dal desiderio di fare questo viaggio. Non mi sono preparata in nessun modo alla partenza, nessuna preparazione atletica, né tanto meno psicologica. Mi ero ripromessa di allenarmi in una salita molto impegnativa che avevo vicino casa a Londra, ma poi quando una mia amica mi ha fatto notare che non sarebbe stata realistica rispetto a quello che avrei affrontato, ho abbandonato anche questa idea e sono partita così… Sono uno spirito libero, dentro di me c’è un’innata voglia di viaggiare e andare per il mondo.
Confesso però che senza l’appoggio delle persone che conosco non sarebbe stato lo stesso; sono stati tutti fondamentali. Mi scrivevano sui social, anche persone sconosciute, anche il vostro giornale; è stato essenziale e mi ha dato una bella spinta. Ancora oggi tanta gente mi ferma per strada e, anche se il viaggio in bici è finito, dentro di me continua, per tutto quello che ho vissuto, per tutte le persone che ho incontrato, per le storie che ho scoperto e spero anche per l’aiuto che riuscirò a portare al popolo di Gaza.
Sono partita senza un iniziale intento benefico; volevo arrivare lentamente, tornare in Casentino godendomi il viaggio. Volevo lasciare Londra con calma; ci stavo bene, ma ho sempre avuto il desiderio di andare oltre, di muovermi, di andare altrove. Poi, mentre la Flottilla salpava, ho sentito il bisogno di fare qualcosa, un gesto anche politico per farmi sentire. Così ho deciso che il mio viaggio sarebbe servito anche ad aiutare la popolazione palestinese.»
Perché hai scelto di destinare la raccolta fondi a “Gaza Soup Kitchen”? “Gaza Soup Kitchen” è una realtà locale, ideata da due fratelli, uno purtroppo morto sotto i bombardamenti. Era un piccolo progetto che sfamava poche centinaia di persone, poi è cresciuto; apriranno una nuova cucina anche nel nord di Gaza. Ho voluto sostenere una realtà del genere e non una grande organizzazione umanitaria, perché vorrei aiutare direttamente la popolazione locale. Inoltre, mi piace mangiare, mi piace far rivivere le ricette di mia nonna: cucinare per gli altri per me è cura e sono convinta che la cura sia un’arma politica potentissima. Per questo mi sono concentrata su un progetto che seguiva questa narrazione: prendono il cibo da produttori e fattorie locali per fare rete e dare modo anche a i piccoli coltivatori di fare business; anche questa è una componente importante per me… Valori che fanno parte della mia vita.»
Purtroppo sappiamo bene che la società, specialmente in Italia, non è sempre sicura per le donne. Non hai mai avuto paura a viaggiare da sola? «Io viaggio sempre da sola e quando lo faccio scatta qualcosa dentro di me che mi spinge a fidarmi degli altri. Sono accogliente da un punto di vista umano e sociale: mi apro, mi piace l’incognita di dove possa portarmi una relazione che nasce lungo il viaggio. Ho fame di costruire qualcosa, di lasciare dietro di me una rete di connessioni. Non ho mai avuto paura, ma ho riflettuto su come la questione di genere influisca anche su un viaggio come questo. In tanti mi hanno fatto questa domanda, ma solo in Italia: “Ma sei una donna da sola?”, mi chiedevano. Si preoccupavano per questa mia “condizione”, vista chiaramente come uno svantaggio. La questione di genere per me è molto sentita: lavoro in questo ambito e riconosco che la nostra società non è costruita per le donne. Incontrerò sempre più ostacoli rispetto ad un uomo in un viaggio del genere. Mi sento comunque privilegiata e con questi privilegi posso espormi, parlarne, fare qualcosa per promuovere il femminismo e per combattere le disuguaglianze di genere.
Aggiungo che non sono stati uomini italiani ad aiutarmi: gli aiuti più grandi mi sono arrivati da uomini algerini, tunisini… non per generalizzare, ma per dire che l’aiuto è arrivato da altre comunità e che le narrazioni sono sempre molto eurocentriche, sia sulla questione di genere che su Gaza. Vorrei essere d’ispirazione per tante bambine, ragazze e donne e dire a tutte che possono fare quello che vogliono e che non possono farsi fermare dalla paura.»
Che farai adesso? «A gennaio partirò per l’Asia, andrò in Vietnam e vorrei tanto poter portare anche la mia bici. Si tratta di una vecchia bicicletta, ma dopo tutto quello che abbiamo condiviso insieme non riesco a separarmene. Ho imparato anche ad aggiustarla e mi sono ripromessa di buttarmi anche alla scoperta di questo mondo, perché mi è piaciuto sporcarmi le mani e risolvere da sola i problemi “meccanici” che ho incontrato lungo il cammino. Sarebbe bello trovare una bici in Vietnam, sistemarla e dare vita con lei ad un’altra storia, un’altra avventura…»


