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lunedì, 28 Novembre 2022

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Morte sulla ciclabile #2

Continua la pubblicazione a puntate del racconto di Marco Roselli “Morte sulla Ciclabile”, all’interno dello spazio GIALLOCASENTINO. Roselli, apprezzato scrittore casentinese, si cimenta qui con un genere nuovo per lui, il giallo. Naturalmente ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Stazione dei C.C. di Bibbiena. 10 ottobre. Ore 10.00

-Allora Tosi, chi hai convocato oggi?

-Il redattore capo di Fortino3000 signor capitano, il nominato Ezio Rullani. E’ qui fuori.

-Bene, fallo entrare.

-Buona sera.

-Buona sera Rullani, si accomodi. L’abbiamo convocata per farle qualche domanda in relazione al decesso del sindaco. Formalità.

-Ah, e perché mai ?

-Una semplice formalità.

-Questo lo ha già detto.

-Vagliamo solo tutte le ipotesi.

-Pensate sia stato ucciso?

-Nessuno lo ha affermato. Lei dove si trovava la mattina del ritrovamento e la sera precedente?

-A letto con mia moglie.

-A questo possiamo credere, disse il militare mentre si toglieva dalle labbra un frammento di tabacco, per poi riprendere:

-E’anche un fatto, però, che da almeno un anno il suo giornale non è certo tenero con l’attuale amministrazione.

-Questo fa di me un sospettato? La nostra linea editoriale è sempre stata coerente.

-Certo che no. Ma potremo avere bisogno di ascoltare i suoi collaboratori.

-Non ci sono problemi. Posso andare adesso?

-Può andare.

-Tosi, metti qualcuno dietro a quel tipo, disse il superiore quando il giornalista fu uscito.

-Va bene signor capitano. Ha degli elementi?

-Niente. Ma voglio controllarlo.

 

12 mesi prima, ottobre 2015

Sopra la gran massa di terra spostata dalle ruspe che avevano sbancato un’intera collina, sradicando una quantità di pioppi nei pressi di Soci, stavano Stefano Marescotti, l’architetto Lorenzi e il sindaco di Bibbiena. Non pioveva da molti giorni e le macchine alzavano tanta polvere che, mischiata all’odore della benzina della motoseghe, rendeva l’aria assai poco gradevole anche a coloro che facevano solo da spettatori.

-Pensate che ce la faremo a finire prima di novembre?! Urlò Marescotti per cercare di farsi intendere.

-Sicuramente si! Rispose il Lorenzi guardandosi le Hogan nuove coperte di limo, dopo aver ammiccato al sindaco.

-Insomma, non ve lo devo certo dire io, ma se riesco a far partire il centro commerciale sotto Natale è un’altra cosa!! Poi aggiunse:

-Ora ci volevano anche questi deficienti di ambientalisti! Fanno una cagnara per qualche pianta!

-Andiamo! E’ una cazzata che tra due giorni si sgonfia da sola! Tranquillo. Tu devi stare solo tranquillo. Affermò il primo cittadino.

-Se lo dite voi. Ah, salutami tua moglie. Comunque la vedo spesso quando viene a farsi i capelli dalla mia! Ehm…se vuole venirci anche la tua fidanzata non ci sono problemi. Disse Stefano Marescotti rivolgendosi al Lorenzi.

Questi sorrise e gli dette una pacca sulla spalla mentre si congedavano. Quando i due comunali furono in auto continuarono a parlare della questione:

-Che razza di elemento, affermò l’architetto.

-E’ un povero idiota, ma ci mette la grana, questo è l’importante, affermò Masini.

-Pensi che qualcuno possa crearci dei problemi? Quel Gino Brogini mi pare un ficcanaso che fa un mare di chiasso.

-L’ho già querelato e questo gli farà passare la voglia di impicciarsi.

-Magari hai esagerato.

-Un corno! Se lasciamo fare tutto a tutti va a finire che saltano fuori anche le cose che devono restare sepolte. Poi lo hai detto anche tu. Quel tizio fa troppo baccano e non vorrei che si aprissero dei fascicoli, sibilò il sindaco.

-Ok! Ho capito, ho capito, non ti scaldare!

Durante il resto del tragitto fino in piazza Tarlati nessuno dei due riaprì bocca.

 

AVVISI VERDI

I giorni successivi i lavori al cantiere si fecero ancora più serrati, tanto che Marescotti era di buon umore, convinto che il locale sarebbe stato aperto in tempo. Non poteva certo immaginare quello che avrebbe trovato una mattina, dopo neanche una settimana di ottimismo. Di fronte al basamento del muro posteriore del capannone principale, quello destinato ad ospitare il super market, il capo cantiere Mori stava pensando se chiamare o meno il proprietario. In vita sua non gli era mai capitato di vedere una cosa del genere. Continuava a digitare nervosamente il numero per poi rimettere il cellulare in tasca. Accendeva una sigaretta, faceva due tiri e la buttava a terra. Quindi la schiacciava con il tacco dei suoi work boot. Poi ricominciava da capo. Quando alla fine trovò il coraggio, il titolare stava parcheggiando in cantiere.

-E quella che roba sarebbe? Esclamò di fronte all’imponente proliferazione che aveva letteralmente divorato il muro di retta fino all’armatura.

-Non ne ho idea. Sembra muschio, ma non saprei dire. Forse dovremo chiamare un agronomo o un forestale.

-Per carità!! Ne abbiamo avuto abbastanza con il geologo! Ci ha fatto diventare matti con quei discorsi sulla scarsa tenuta del terreno. Se davamo retta a lui costava un mare di soldi. E poi per cosa? Tutte cazzate! Abbiamo dovuto cambiare tecnico, fino a quando non si è trovato quello giusto. Se mettiamo di mezzo anche i forestali non ne usciamo più. E poi il danno è fatto. Con questa voragine non ce la collaudano di sicuro. Non si può fare un pezzo di intonaco in modo che non si veda nulla?

-Certo che si può fare. Basta che gli ispettori non vadano troppo in profondità con i controlli. Affermò il Mori.

-A questo ci penso io. Chiamerò chi devo chiamare.

 

Nello stesso momento il sindaco Masini stava sdraiato sul pavimento del garage con la testa infilata sotto la ruota del suo Mercedes. Questa appariva assai diversa dalla gomma vulcanizzata, perché somigliava piuttosto a un ceppo di foresta. Talli centenari, barbuti frondosi, sovrapposti gli uni agli altri, avevano scarnificato il battistrada evidenziando il reticolato. Il metallo non era sfuggito alla singolare e inconsueta colonizzazione, presentandosi ossidato come ruggine sanguinolenta… L’uomo si rialzò stupefatto. Si domandava che diavolo stava succedendo all’auto semi nuova. Ripresosi dalla sorpresa chiamò subito il concessionario per un consulto. Quando arrivò sul posto l’intreccio filamentoso sembrava addirittura essersi accresciuto, tanto che, i due uomini, strabuzzarono gli occhi.

-In quaranta anni che vendo automobili non mi è mai capitato di vedere niente di simile. Come sia stato possibile non chiedermelo, non saprei che dire.

-Andiamo bene! Qui ci sono duemila euro di danno! In una vettura semi nuova non è accettabile, rispose il sindaco scuotendo la testa.

-Ti farò un forte sconto. Su questo non ci piove. Ma la questione è che siamo davanti a qualcosa di incomprensibile. Forse dovremo consultare qualche esperto di botanica anche perché, se accade di nuovo, magari a tutte le auto che ho in concessionaria, posso chiudere bottega.

-Io mi chiamo fuori però. Tu fai quello che ti pare. Basta che mi rimetti le gomme nuove.

-Ti ho detto di no? Provvedo domani stesso.

Di notte le spore di lichene cominciarono a sollevarsi. Dapprima saturarono l’aria, quindi si agganciarono alla superficie metallica con la parte fungina, mentre quella algale era rivolta all’esterno. In breve la carrozzeria si riempì di una patina verdastra. Questa diventò la culla per i muschi, che lavorarono fino al mattino per produrre lunghe barbe. Quando il Masini aprì la porta del garage, pensò che si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto e richiamò il concessionario.

 

OMPLAF – IL BORDER LINE

Il rumore del carro ponte e quello dei carrelli elevatori che spostavano semilavorati di ferro, non riusciva a coprire la voce di Andrea Lanari che, con un filo di bava agli angoli della bocca, imprecava in tutto il capannone.

-Proprio questa non la ca-capisco. Poi bisogna essere stupidi a fare una strada ci-ciclabile! Io avrei fatto m-magari una pista di f-fondo! Urlò in faccia al collega Sandro Chiarini, con le pupille che si incrociavano per l’eccitazione.

Sandro, che era uno degli operai più vecchi dell’Omplaf, conosceva gli accessi d’ira dell’altro e non fece troppo caso a quello sfogo. Un paio di neo assunti, invece, restarono impressionati. In quei momenti, in effetti, la balbuzie quasi fuori scala e lo strabismo generato dalla veemenza dei monologhi, rendevano la figura del Lanari a tratti inquietante.

-Calmati, dai, non esagerare come al solito! Urlò Sandro a sua volta.

-Ca-calmarmi? Ma stiamo sche-scherzando? Questo si-sindaco mi sembra matto! Tutti passano pro-proprio davanti a noi che siamo a la-lavorare!

A certe scenate seguivano periodi di silenzio quasi assoluto che potevano durare anche giorni interi. Andrea era un coacervo di personalità imprevedibili, capaci di eruttare ogni cinque minuti come lo strokkur* islandese (*zangola di burro – geyser), rendendo difficile per chiunque anche solo immaginare di intessere rapporti. Un momento poteva apparire normale ma poteva diventare spigoloso e irascibile velocemente; un’altra persona insomma. Fuori dall’ambiente lavorativo trascorrevano settimane in cui non si vedeva da nessuna parte. Anche al bar Bibbiena, quello che frequentava abitualmente, non si faceva vivo per lunghi periodi. In poche parole si trattava di un vero rebus psicologico anche per quelli del SERT e c’era chi affermava di averlo visto vagare nei boschi a notte fonda. Probabilmente per quest’ultima ragione il capitano Brini aveva disposto che venisse seguito.

-Non dovete tallonarlo; basta che non lo perdiate di vista, non voglio assolutamente che si accorga di nulla, aveva detto ai collaboratori.

 

PAURA

Era arrivato novembre e la comunità del capoluogo del Casentino sembrava aver ritrovato la propria tranquillità. La ciclabile Bonconte da Montefeltro era nuovamente frequentata da molte persone che, spensieratamente, si godevano i colori dell’autunno senza doversi preoccupare delle automobili a bordo strada. Elena Lunghini aveva stranamente terminato prima del solito il proprio turno al supermercato e aveva proprio voglia di sgranchirsi le gambe. Verso le 17.30 si ritrovò con l’amica Laura Pigoli all’inizio della pista, vicino al ponte sull’Archiano. Nella prima parte del pomeriggio aveva piovuto e, sul far della sera, si era formata una nebbia piuttosto fitta. Questa non aveva scoraggiato le due amiche, piuttosto allenate e incuranti delle condizioni meteo, le quali, invece, avevano fatto desistere la maggior parte dei frequentatori. Presero a camminare a passo spedito chiacchierando del più e del meno ma, quando giunsero nei pressi della zona in cui era stato rinvenuto il cadavere del sindaco, smisero di parlare e accelerarono molto, come per evitare di essere contaminate da qualcosa di brutto.

-Hai sentito? Chiese Elena.

-No, io non ho sentito nulla, rispose l’amica.

-Mi è sembrato di udire dei passi dietro di noi. Ma non vedo nessuno!

Laura si voltò:

-Infatti non c’è nessuno. Sarà stata un impressione.

-Sicuramente, disse la Lunghini.

Fatti altri duecento metri verso Camprena, una raffica di vento sollevò le foglie secche fin sopra le loro teste.

-C’è qualcosa tra i cespugli!

-Dove? Domandò Laura.

-Ho visto una sagoma e la vegetazione che si muoveva.

-Ci credo. Con questo vento! Sei agitata stasera. Ma che ti prende?!

-Ti dico che c’era qualcuno. Io ho paura! Andiamo via!

-Ma dai! E’ pieno di ombre ovunque; con le nostre pile ogni ramo sembra qualcosa di strano.

Laura aveva dissimulato per non allarmare ancora di più l’altra, non dicendole che anche lei aveva avuto la stessa visione inquietante. Da quel momento affrettarono il passo verso Bibbiena direzionando nervosamente le torce verso la sponda del fiume, senza rendersi conto che, così facendo, di ombre vive ne vedevano ancora di più. Adesso non pronunciavano nemmeno una parola, erano solo avvolte dallo stormire del vento tra le fronde e da una spessa coperta di angoscia. In effetti due tamburi facevano un chiasso infernale dentro le loro casse toraciche. Quando li ascoltavano, l’apprensione non poteva che aumentare. Dietro e dentro di loro una quantità di rumori si accatastavano nelle coscienze alterate, andando a percepire ciò che immoto non emetteva alcun decibel, provocando altresì un contagioso stato di terrore.

-Forza! Dai!! Aumenta il passo!!! Urlò Elena con la voce che pareva provenire dall’oltretomba.

Laura aveva già preso a correre e probabilmente nemmeno aveva sentito. Trafelate giunsero davanti all’Omplaf, dove il rumore di lamiere piegate e muletti al lavoro, unitamente alle luci della fabbrica, ebbero l’effetto di uno Xanax a lento rilascio schiacciato sotto la lingua. Al parcheggio, in procinto di risalire in auto, si guardarono e scoppiarono a ridere.

-Che scherzo che mi hai fatto! Esclamò Laura.

-Io? Tu piuttosto! Rispose Elena con sorpresa.

-Ci siamo influenzate a vicenda, che sciocchezze, cosa vuoi che ci sia stato laggiù?

-Ma si. Andiamo a casa!

Con ritrovato buon umore, con la mente nuovamente leggera, mentre stavano per immettersi nella nazionale, una sagoma indefinita, forse a due o a quattro gambe, traversò il piazzale da cui erano appena partite.

 

BROGINI

Una zona imprecisata del Valdarno, 18 ottobre

Quando gli arrivò la telefonata dell’avvocato che lo avvisava del fatto che i CC di Bibbiena lo stavano cercando, Gino Brogini era assorto nella lettura de “L’Unità”. Stravaccato sul sedile di un pessimo scompartimento del regionale Firenze – Arezzo, oltre ad informarsi, era alle prese con un tramezzino tonno e maionese che gli stava farcendo tutto il contorno bocca.

– Pronto? Gnam, gnam. Chi parla? Che razza di schifo! Eh? Chi parla?

– Gino!Sono Ruggero!

– Oh, ciao. Gnam. Dimmi tutto!

– Ti stanno cercando i carabinieri – vogliono chiederti della morte del sindaco.

– Eh? E io che c’entro?

– Niente, ovviamente. Stanno chiamando tante persone. E’una prassi. Essendoci anche una vecchia denuncia è normale.

– Si! Ma non hanno mica convocato te! Ma che palle!

– Se vuoi ti accompagno anche se non è obbligatorio.

– Ma tu glielo hai detto che oggi non ci sono?

– Tranquillo, ti dico, basta che ti fai vedere entro domani sera.

– Va bene, quando rientro ti richiamo.

FINE SECONDA PUNTATA

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