di Matteo Bertelli – In piena emergenza sanitaria abbiamo riscoperto valori che, diciamocelo, alcuni di noi non sapevano neanche di avere. Solidarietà, amicizia, compassione, fiducia nel prossimo e nel futuro.
Non abbiamo fatto neanche in tempo ad entrare nella fase due che questo fiume in piena di emozioni dolci e sincere è già rientrato nei suoi argini, per non dire che è di nuovo in secca.
Per alcuni. Per altri, come i volontari della Caritas e di molte altre associazioni, il cuore è sempre un po’ più grande. Nessuno vuole sapere chi e perché fa volontariato – bugia enorme, in realtà tutti vogliono spettegolare su questi argomenti – l’importante è sapere che qualcuno stia aiutando il prossimo, visto che noi, pieni di impegni, non possiamo. Ci sciacqua la coscienza saperlo.
Bene. Allora sappiate che anche in questa emergenza, assieme a tantissime altre figure che abbiamo già magnificato, c’erano e ci sono anche loro. Associazioni benefiche che, nei limiti delle loro possibilità, aiutano chi ha bisogno, in questo momento di difficoltà ancor più che del solito.
Affacciandosi alla fase due ci siamo chiesti se non fosse ormai passato il peggio, anche dal punto di vista assistenziale. Ciò che abbiamo pensato è stato semplice: stanno riaprendo le attività, si sta tornando gradualmente alla vita; certo non oggi, certo non subito, ma, piano piano, anche chi aveva bisogno di aiuti ne avrà bisogno sempre meno.
Sapevamo anche noi che era un discorso campato in aria – per non dire peggio – ma era un ottimo modo per rompere il ghiaccio e scavare più a fondo in una situazione di disagio che certamente non si risolverà né oggi, né domani.
Dopo una breve chiacchierata con volontari della Caritas di Bibbiena, la situazione si è delineata ancor più chiaramente di prima. Ci troviamo di fronte a disagi sociali ed economici che procedono a gambero rispetto alla situazione normale di tutto il resto del mondo. Mentre tutti, lentamente, molto lentamente, andiamo avanti verso una ripresa della vita normale, decine di bisognosi (tanto per dire un numero a caso che faccia poca paura) si trovano sempre più invischiati in una melmosa palude da cui ogni giorno diventa sempre più difficile uscire.
Sempre più persone richiedono gli aiuti alimentari della Caritas, moltissimi sono stati ristorati dai fondi messi a disposizione dal governo centrale ai vari comuni, altrettanti, se non di più, hanno ancora bisogno di sostegno economico per poter mantenere non la propria attività, ma – permettetemi di considerarlo più grave – la propria famiglia.
La speranza è quella di riuscire ad arginare questi fenomeni il più possibile con la collaborazione di tutti gli enti preposti (e anche qualche anima pia, che non fa mai male). Anche e soprattutto perché c’è bisogno di agire velocemente, almeno prima che arrivi l’inverno, quando le bollette del gas saranno un altro macigno al collo di uomini e donne già con l’acqua alla gola.
Il quadro non è, comunque, chiaro, nel suo complesso, neppure agli addetti ai lavori; per gli esterni sarà impossibile capire, al massimo immaginare.
Immaginare che ci siano famiglie di poveri a cui lo Stato non potrà badare per sempre, aggravati da una situazione occupazionale che sembra sarà una delle più buie mai viste nell’era moderna, appesantiti da una crisi economica che porterà strascichi anche negli anni a venire. Vecchi e nuovi poveri che si troveranno a competere per ottenere fondi, aiuti, sostegno.
Non è uno scenario apocalittico, non vogliamo far passare questa idea. Ma sarebbe bello, ogni tanto, tornare ad avere quella solidarietà che avevamo mostrato in fase uno; tornare a capire il prossimo o, perlomeno, a provarci.
Il tutto senza però dimenticare di essere cinici e di sperare in un cambiamento che sia sulla scia di questo disastro. Perché è giusto essere compassionevoli, è caritatevole e cristiano, ma c’è da ricordarsi anche che molti di questi nuovi o vecchi poveri provengono da una visione marcia dello Stato, del lavoro e della vita stessa.
Visione che non necessariamente è una colpa: c’è chi l’ha presa in prestito dai genitori, chi è stato costretto a credere fosse quella giusta, chi ci ha sperato e chi aveva capito e per questo ne ha approfittato. Perché è inutile prenderci in giro, per quanto ci si possa lamentare dei ritardi dell’INPS e dei disagi del governo, al giorno d’oggi è molto più “sicuro” essere in cassa integrazione che essere un (ex) lavoratore a nero.
Parlare di questi argomenti oggi, quando tutti, e a ben ragione, ne abbiamo una per lamentarsi, è un terreno minato. Parli del lavoratore a nero che non ha più nessuna entrata e la partita IVA si lamenta che è in difficoltà, prendi le difese della partita IVA e il cassaintegrato si lamenta dei ritardi, prendi la sua difesa e il libero professionista dirà “ma io sto peggio”, fino ad arrivare a chissà quale occupazione che ha ricevuto colpi pesanti dalla situazione attuale.
Ricordatevelo: siamo tutti nella stessa barca. Non è una gara e, se fate parte delle varie categorie citate, si presume siate almeno maggiorenni o, comunque, lontani dall’età dei giochi. Siamo tutti sulla stessa barca.
Poi c’è chi ha un salvagente. C’è anche chi ha la scialuppa a portata di mano. E chi non ha neanche il costume.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 319 | Giugno 2020)