di Anselmo Fantoni – La musica ha sempre avuto per me un fascino particolare, tanto da entrare nel mondo fatato delle bande fin dall’età di 14 anni, combattendo contro la ritrosità dei miei genitori che ho costretto, per questa mia passione a grandi sacrifici. Pur non essendo un eccelso musicante, ho avuto l’onore di suonare in quasi tutte le bande Casentinesi sotto la direzione degli storici maestri che hanno fatto muovere i primi passi nell’arte della musica a tanti giovani ed alcuni di essi hanno raggiunto livelli professionali di tutto rispetto. Ma questo mese parliamo di Pratovecchio e di una delle sue componenti più profonde e radicate: il S.S. Crocifisso del Canto.
Ricordo l’emozione, qualche decennio fa, che mi dava lo sfilare in processione per le festività solenni del Patrono nelle file della banda paesana, allora si sfilava tutti ancora rigorosamente in divisa, le majorettes abbandonavano la minigonna bianca ed il giubbetto rosso, indossando una gonna blu più lunga ed una camicetta bianca a pois blu per rispettare la sobrietà religiosa dell’evento. Se devo essere sincero, a me sembravano ancora più belle, meno “americane”, l’atmosfera aveva per me qualcosa di magico, c’erano anche dei crocifissi di altre parrocchie e la partecipazione dei pratovecchini era veramente suggestiva. Il Casentino è ricco di leggende e tradizioni popolari e Pratovecchio non fa eccezione, tutti noi siamo portati a scandire il passare del tempo in epoche, ere o stagioni, perdendo a volte la consapevolezza che ciò che siamo oggi non è altro che l’evoluzione del passato e delle scelte compiute dai nostri predecessori, non c’è soluzione di continuità, per tanto le nostre azioni avranno inevitabilmente ripercussioni nel futuro.
Da questo forse nascono alcune tradizioni popolari, culti religiosi e miti e leggende di eroi laici. La coscienza che l’uomo è fallace, rimanda a credere e ad affidarsi a Dio, Santi o superuomini; il fatto che le tradizioni religiose siano più longeve e continuino ad attrarre seguaci, nasce dalla constatazione che i superuomini, al fine, risultino inaffidabili e, o muoiono prematuramente o portano le comunità che gli si affidano alla rovina. La tradizione della venerazione del SS Crocifisso del Canto non ha una data di inizio certa, non nasce da un evento miracoloso e anzi nella sua storia comprende un periodo di antagonismo tra compagnie paesane. Nella più antica Compagnia della Madonna della Neve c’erano i pratovecchini “storici” abitanti dentro le mura, nel 1570, quando fu costituita la Compagnia del SS Nome di Gesù ad essa aderirono i “piovuti”, cioè coloro che si erano stanziati nel paese e tra loro ci furono attriti anche aspri. Il primo documento che parla della festa risale ai primi del 1500 e se ne parla come di un’usanza radicata e già storica.
Qualcuno dice che la festività solenne ogni tre anni sia stata decisa perché a Pratovecchio è notoria una certa parsimonia, di fatto credo che ciò derivi dal fatto che i vertici delle Compagnie prima e della Misericordia, che ne ha raccolto l’eredità, poi, vengono rinnovati proprio ogni tre anni. Naturalmente come ogni tradizione che si rispetti anche qui abbiamo la sua leggenda. La cappella dove erano custoditi sia il Crocifisso che il dipinto della Madonna della Neve sorgeva nel “canto”, cantonata smussata tra Corso Garibaldi e Via Brocchi. Il Canto era un luogo dove ci si incontrava, si “becerava” a bassa voce controllando chi sopraggiungeva potendo tenere sotto controllo due o tre vie contemporaneamente, ma sopra tutto si socializzava e le cappelle non erano utilizzate soltanto per la messa domenicale ma per tutta una serie di “funzioni” si religiose che civili.
Nel 1795 il Granducato decise di sopprimere tutte le varie Compagnie sparse per la Toscana, non si salvarono nemmeno quelle di Pratovecchio e i beni furono messi in vendita all’asta. La cappella dove era custodito il crocifisso, sede delle Compagnie oramai riunite (Della Madonna della neve, del SS nome di Gesù, del SS Sagramento e del SS Rosario ndr) fu acquistata per costruirci un forno, durante i lavori per far posto al forno fu deciso di abbattere parte di un muro ed al suo interno fu rinvenuto un crocifisso ligneo a cui fu recisa la testa. Portato nell’attuale Propositura fu collocato sull’altare in attesa del suo restauro e lasciato li durante la pausa pranzo di allora, al ritorno con sommo stupore il crocifisso era integro come se la testa non fosse mai stata staccata dal tronco, da quel momento il “nuovo” crocifisso ritrovato divenne il simbolo della comunità, alcuni lessero in tale evento il messaggio che, cercando l’uomo il pane materiale trovò Gesù, il pane spirituale.
Quando ero ancora ragazzo alla processione triennale partecipavano anche altri crocifissi di altri paesi, oggi purtroppo, motivi burocratici e forse minore attenzione alle tradizioni questo non avviene più ma nel prossimo futuro chissà che ciò si possa ripresentare. Nei secolo scorso Pratovecchio fu anche il paese della Tenda per la Pace e oggi ospita una delle sedi della Fondazione Giovanni Paolo II, e oramai la Fraternità di Romena del buon Don Gigi è un centro di richiamo internazionale, dimostrando che le cose, anche se cambiano nel tempo, producono effetti nel futuro, positivi se mosse da sentimenti buoni, negative se conseguenti ad azioni meschine.
Il paese si è sviluppato intorno ad un monastero e in un momento di crisi vocazionale e di apparente dominio materiale, è stato costruito un nuovo Monastero quasi a voler significare che le radici profonde dei pratovecchini supportano una poderosa pianta che da ancora frutti inaspettati. Anche per questo Pratovecchio rimane, un po’ come tutto il Casentino, un paese da amare, un paese per l’anima.

(tratto da CASENTINO2000 | n. 286 | Settembre 2017)