da Letizia Giorgianni – Che cosa ha provocato, secondo i giudici impegnati nell’inchiesta di Banca Etruria, il collasso della banca aretina che ha coinvolto, solo in Toscana, 35mila risparmiatori tra obbligazionisti e azionisti? Come è possibile che la «banca dell’oro», poggiata al ricco settore dell’oreficeria aretina sia stata travolta da un buco di 526 milioni di euro e 2 miliardi di sofferenze?

Ed il fatto che migliaia di risparmiatori (come confermato anche dagli arbitrati Anac) venissero consigliati, in maniera sconsiderata, di investire l’intero patrimonio in obbligazioni dell’istituto senza neppure leggere i documenti che ne descrivono le caratteristiche e firmando un questionario già precompilato per accertare il loro profilo di rischio? Per non parlare poi delle stranissime coincidenze per le quali, ad ottenere finanziamenti (senza nessuna garanzia) fossero imprenditori in qualche maniera vicini al cda della banca, o addirittura i consiglieri stessi di Etruria, che svolgevano ruoli di rilievo sia in banca che nelle società beneficiarie del prestito.

Ce lo domandiamo in maniera più che lecita, dal momento che, a distanza di 4 anni non c’è ancora stata nessuna condanna, mentre abbiamo assistito a continui rinvii e, addirittura, a trasferimenti, quantomeno sospetti, di giudici che si occupavano dell’inchiesta a pochi giorni dalla sentenza.

Domani, in occasione dell’udienza per falso in prospetto l’associazione Vittime del Salvabanche sarà presente di fronte al tribunale per un sit-in di protesta. Appare quanto mai evidente che la prescrizione dei reati sia il fine che si vuole ottenere; tra una manciata di mesi infatti, nel 2020, andranno in prescrizione i reati contestati nel 2013, anno in cui, all’interno della Banca vennero commessi i maggiori illeciti.

Letizia Giorgianni, presidente Associazione Vittime del Salvabanche