di Caterina Zaru – Negli ultimi decenni, la valorizzazione del patrimonio culturale è diventata una priorità: aprire al pubblico, raccontare la storia, generare turismo. Tuttavia, valorizzare non significa sempre esporre ad ogni costo: in alcuni casi, il gesto più responsabile è ricoprire e proteggere. Esempi famosi come Lascaux e Altamira dimostrano che, senza una gestione attenta, la fruizione di un sito può comprometterne l’esistenza. La grotta di Lascaux (Francia), fu scoperta nel 1940 e aperta al pubblico nel 1948.
In pochi anni vi affluirono quasi un milione di visitatori, ma l’aria caricata di anidride carbonica, l’umidità introdotta e l’illuminazione artificiale modificarono radicalmente l’equilibrio naturale della cavità. Comparvero depositi di calcite, alghe e microrganismi dannosi per le pitture rupestri. Consapevoli del rischio, nel 1963 le autorità decisero la chiusura definitiva della grotta originale.
Per rendere accessibile questo patrimonio senza metterlo in pericolo, furono realizzate repliche fedeli: Lascaux II (1983, a circa 200 metri dall’originale), Lascaux III (2012, mostra itinerante), e Lascaux IV (2016, Centro Internazionale dell’Arte Rupestre). L’accesso oggi è consentito solo alle repliche, mentre l’originale resta chiusa e protetta grazie alla gestione scientifica internazionale. Una storia parallela riguarda Altamira, in Spagna. Originariamente sigillata da un crollo circa 13.000 anni fa, la grotta mantenne per millenni una stabilità climatica interna eccezionale.
Le visite turistiche del Novecento destabilizzarono il microclima, con la comparsa di nuovi rischi per i dipinti. Per proteggere il sito, la grotta fu chiusa al pubblico nel 1979 e vennero adottate misure preventive: costruzione di muri, percorsi controllati, impianti elettrici e limitazione delle attività inquinanti. Dal 2015, il regime di accesso è ulteriormente restrittivo – solo 5 persone a settimana possono entrare, in base ad un rigoroso piano di conservazione del Ministero della Cultura spagnolo.
La visita avviene prevalentemente nella “neogrotta”, una moderna replica, mentre l’originale rimane protetta e l’accesso è oggetto di stretto controllo. Tornando in Italia, Pompei rappresenta un caso differente ma altrettanto significativo. Non si tratta di una grotta, ma di un’intera città esposta agli agenti atmosferici: piogge, escursioni termiche, radici invasive e milioni di visitatori annuali. Decenni di carenza di manutenzione programmata hanno causato importanti crolli e perdite, mostrando come valorizzazione senza tutela conduca ad un’erosione lenta e inesorabile.
Il recente “Grande Progetto Pompei” (dal 2011) ha introdotto un nuovo modello per la conservazione: monitoraggi costanti, cantieri permanenti, nuove regole di fruizione e sistemi di videosorveglianza, dimostrando che la valorizzazione funziona solo se sostenuta da una solida conservazione. Accanto ai casi problematici, esistono esempi positivi di valorizzazione controllata. Il sito neolitico di La Marmotta, presso Bracciano, è stato ricoperto dopo gli scavi, ma valorizzato con modelli 3D, ricostruzioni e un percorso museale che racconta la complessità del sito senza mettere a rischio il contesto archeologico. A Campochiaro in Molise, gli insediamenti longobardi sono visitabili solo in parte; una porzione dell’area è stata reinterrata per garantirne la conservazione, accompagnata da un efficace apparato didattico. In Puglia, ad Egnazia, alcune aree archeologiche sono accessibili, altre protette da passerelle o ricoperte, secondo un principio ormai riconosciuto: mostrare ciò che può essere mostrato, proteggere ciò che non può resistere all’esposizione.
Anche il Lago degli Idoli, sito archeologico della nostra vallata, offre un ulteriore esempio emblematico. All’inizio furono riscontrati danni considerevoli, con la distruzione del contesto archeologico e la dispersione dei reperti dopo la scoperta nel 1838. Solo successivamente si sono adottate buone pratiche di scavo e musealizzazione, favorendo la ricostruzione e la conservazione sia archeologica che ambientale.
Questi esempi – da Lascaux ad Altamira, fino a Pompei e al Lago degli Idoli – dimostrano che valorizzare non significa necessariamente esporre ogni frammento. La sostenibilità è la chiave: valutare se un sito può sostenere la fruizione pubblica e se la tutela è possibile senza che il pubblico diventi causa di degrado. Quando necessario, bisogna fare un passo indietro. Il patrimonio archeologico non è una risorsa infinita, ma un fragile equilibrio di materia, memoria e contesto.
Per mantenerlo vivo serve una cultura che metta la tutela al centro. Proteggere significa garantire che la storia non venga consumata, ma tramandata. La vera valorizzazione nasce quando la conservazione è assicurata, e quel “no” – dove serve – diventa la scelta più responsabile e coraggiosa.
Caterina Zaru Direttrice del Museo Archeologico del Casentino “Piero Albertoni”



